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Erotika
Sonia & Tommaso · Cap. 20
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Capitolo 20 di 78 13 min di lettura

La Regina della Notte

Sonia scopre il vero prezzo del piacere. La strada è il suo nuovo regno, ma quanto le costerà la notte di resa totale? Il mattino la salverà dal suo segreto?

Sonia
10 mesi fa · 488 letture · 0

Il mio vestito era impregnato di odori sconosciuti, ma io ero più viva che mai. Ogni cliente, una nuova storia, un nuovo brivido da aggiungere alla mia collezione di piaceri proibiti. La mia fica era una macchina perfetta, pronta a tutto.

Si è fermata una monovolume scura, e da essa sono usciti quattro ragazzi. Erano giovani, l'aria da spacconi, i loro sguardi che mi spogliavano con una sfacciataggine che non ammetteva repliche. Un'altra ragazza, una "puttana" qualsiasi, avrebbe rifiutato un gruppo del genere. Ma io no. Io non ero una puttana qualsiasi. Io lo facevo perché mi piaceva, perché la loro brama accendeva la mia.

Sono salita in auto, e mi hanno portato in un posto appartato, lontano da occhi indiscreti, dove l'oscurità era complice dei loro desideri. Non ci sono stati preamboli. Si sono susseguiti a turno, uno dopo l'altro. La mia fica era la loro porta d'ingresso, il mio corpo il loro parco giochi. Ogni volta che uno finiva, l'altro era già pronto; cazzi che entravano e uscivano.

Nonostante le mie suppliche, i miei "ti prego, no, metti il preservativo!" che forse suonavano più come un incoraggiamento che come un rifiuto, non hanno ascoltato. O forse, in fondo, non volevo davvero che mi ascoltassero. Mi hanno scopata tutti a pelle, senza profilattico, e uno dopo l'altro, tutti mi sono venuti dentro. Ho sentito la loro sborra calda riempirmi la fica, un fiume di calore appiccicoso che mi ha invasa completamente. Il loro sperma si mescolava al mio, un miscuglio appiccicoso e abbondante.

Quando hanno finito, non mi hanno dato nemmeno un euro. Mi hanno lasciato lì, su quel marciapiede, con la loro sborra che mi colava libera lungo le cosce, spogliata di ogni dignità, ma stranamente appagata dalla violenza subita, da quella totale perdita di controllo.

Quella strada di periferia era diventata il mio regno, la mia postazione di lavoro. Mario mi aveva lasciato lì, e non sapevo nemmeno cosa stesse facendo. La sua assenza era un misto di abbandono e di una libertà perversa che mi permetteva di perdermi completamente.

La notte continuava a scorrere, un fiume nero di corpi e desideri. I posti appartati, ora, cominciavano a essermi familiari, testimoni di gemiti e sborrate.

Ci sono stati altri clienti, dieci, quindici? Non lo so. Ognuno con i suoi desideri, le sue manie. C'era chi voleva il culo, chi la fica, pochi si accontentavano solo di un pompino. La mia borsetta, intanto, si era svuotata dai preservativi e si era riempita di denaro. Ogni banconota era un'ulteriore prova della mia forza e potere, e la mia fica pulsava, esausta ma appagata.

Il cielo cominciava a schiarire, tingendosi di un grigio pallido che annunciava l'alba. Proprio in quel momento, la macchina di Mario si fermò davanti a me. Scese, i suoi occhi che mi scrutavano con la solita intensità, ma con un velo di stanchezza che non gli avevo mai visto.

"Quanto vuoi, troia?" mi chiese, la sua voce roca.

Non esitai un istante. Con un largo sorriso, che era sincero nonostante la stanchezza e lo sporco, gli risposi: "Per te, capo, la mia fica e il mio culo sono sempre gratis." Non stavo scherzando. Nonostante l'ora tarda, nonostante la notte infinita di carne, lo volevo. Volevo lui, volevo sentirmi sua, volevo che mi facesse godere.

Fu una stradina di campagna la nostra alcova di sesso, la stessa che portava a dove avevamo cenato ore prima, ora silenziosa e avvolta dalla luce incerta del mattino. Si spinse dentro di me con una foga che non avevo sentito in tutta la notte, e la mia fica, anche se provata, si aprì per lui. Ogni spinta era un'affermazione del suo possesso, un legame che andava oltre il denaro e la perversione.

"Picchiami, Mario," gli chiesi, la voce un sussurro disperato, quasi un lamento. "Voglio che mi fai male. Voglio essere la tua puttana."

All'inizio, lui lo fece con delicatezza, le sue mani che mi accarezzavano le chiappe, le sue dita che si posavano leggere sul mio viso. Ma io volevo di più. Volevo sentire il bruciore, la degradazione. "Più forte, Mario! Fammi sentire che sono tua!"

E lui mi accontentò. I suoi schiaffi, sulle chiappe e poi sul mio viso, diventarono più forti, più decisi. Sentii il dolore, ma era un dolore che mi eccitava da morire. Ogni colpo era una conferma del suo potere su di me, un ulteriore anello nella catena che ci legava. La mia fica si strinse attorno al suo cazzo, in un potente orgasmo, un grido strozzato che si perse nel silenzio dell'alba.

Quando mi riaccompagnò in hotel, la luce del mattino era ormai piena. Ero stanca, dolorante, ma estremamente serena. Volevo lasciargli tutto il mio incasso, il denaro che avevo guadagnato con il mio corpo in quella notte di degrado. Ma su quello fu irremovibile. "Quelli sono tuoi," disse, la sua voce ferma. Non accettò nemmeno un euro.

L'auto di Mario era ferma proprio davanti all'entrata dell'hotel, nonostante fosse ormai mattina. Non riuscii a resistere. Non potevo. Quella serata e quella notte, trascorsa sola con lui, mi aveva segnato profondamente, aumentando ancora di più la confusione che mi attanagliava. La mia fica ancora pulsava per le sensazioni, le umiliazioni e i piaceri che avevo provato.

Senza pensarci due volte, gli salii in braccio, le mie gambe che gli stringevano i fianchi. Lo baciai con una passione travolgente, cercando la sua bocca con una fame inestinguibile. Non mi importava di chi potesse vederci. I giardinieri bagnavano le piante, i primi fornitori scaricavano le vivande per la colazione, e noi eravamo lì, avvolti nel nostro bacio proibito, incuranti dei loro sguardi curiosi. Il suo sapore, il suo odore, la sensazione del suo corpo contro il mio, erano tutto ciò che contava in quel momento.

"Lasciato Mario, salii in ascensore. Ero a pezzi, il corpo esausto e la mente in un turbine, ma dentro di me sapevo la verità: quell'uomo mi piaceva, mi piaceva da impazzire. Molto più di quanto volessi ammettere."

Bussai più volte alla porta della nostra camera prima che Tommaso, assonnato e con i capelli arruffati, mi aprisse. Non un lamento, non una contestazione. Solo il suo sorriso bonario e un semplice: "Ciao amore, ti sei divertita?"

La sua ingenuità era quasi un colpo al cuore. Era lì, davanti a me, il mio fidanzato, ignaro della puttana che ero diventata, della notte di sesso sfrenato che avevo appena trascorso. Non gli risposi subito. Lo guardai, la mia mente che ripercorreva ogni singolo tocco, ogni umiliazione, ogni piacere.

Tommaso non si accorse di nulla. Non sentì l'odore di lattice che mi impregnava la pelle, né quello pungente di sperma che, invece, a me sembrava così forte da accecare. Eppure, io mi sentivo puzzare, intrisa del sudore e della sborra di chissà quanti uomini. Il mio corpo e il mio vestito erano un catalogo vivente di quella notte di degrado.

Alcuni di loro, tenendomi per i capelli, mi erano venuti in faccia. La loro sborra calda e appiccicosa mi si era rappresa sulla pelle, sulle guance, persino sulle ciglia. Sulle mie gambe, e attorcigliata ai miei peli pubici, c'era ancora la sborra di Mario e di quei quattro ragazzi che mi avevano usata senza ritegno. E poi la mia bocca. Quella notte, la maggior parte dei cazzi che avevo succhiato non erano per nulla puliti. Alcuni avevano evidenti tracce di smegma sotto la cappella, altri sentivano fortemente di piscio. A questi avevo inutilmente chiesto di mettere il preservativo, le mie timide e poco convinte richieste erano state ignorate con un'arroganza che mi aveva fatta fremere.

Eppure, Tommaso è tornato a letto a dormire, ignaro di tutto. Non un lamento, non una domanda, solo il suo russare leggero. Mi chiesi persino se quell'ingenuità non nascondesse invece una sua perversione inconfessabile, una sua strana forma di accondiscendenza al mio doppio gioco. Ma conoscevo bene il mio ragazzo e sapevo che lui era proprio così: puro, semplice, forse un po' cieco.

Chiusa in bagno, mi tolsi l'abito. Era ormai in condizioni pietose, macchiato, sgualcito, intriso di odori. Lo lasciai cadere a terra e mi misi sotto la doccia. L'acqua calda mi scivolava addosso, lavando via lo sporco, ma non le sensazioni. Nonostante tutto, ero ancora eccitata. La mia fica pulsava, il mio corpo vibrava per i ricordi, per la stanchezza, per la consapevolezza di ciò che ero diventata. E un sorriso, un sorriso strano, perverso, mi si disegnò sulle labbra.

Prima di andare avanti…

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Sonia

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