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Erotika
Sonia & Tommaso · Cap. 11
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Capitolo 11 di 78 15 min di lettura

L'Abisso della Cascina Lercia

Eravamo arrivati. Cosa si nascondeva oltre il portone fatiscente? Quale perversa macchinazione avrebbero messo in atto, ora che Tommaso era inerme? Sentivo che il mio segreto più sporco stava per raggiungere un punto di non ritorno.

Sonia
10 mesi fa · 491 letture · 1

Dopo quello che mi aveva inculata con furia giovanile, sentii un altro che si fece avanti. Era più anziano, lo sentivo dal suo respiro pesante, dall'odore di stantio che emanava. Non parlò, si limitò a spingere il suo cazzo dentro la mia fica. Era di dimensioni medie, e mi scopava con una lentezza metodica, quasi annoiata, ma ogni spinta era profonda, come se volesse riempire ogni mio vuoto.

Mentre questo si sfilava, un altro, più magro, prese il suo posto. «Dai, aprì la bocca, troia,» mi ordinò, e sentii la sua mano afferrarmi la mascella, costringendomi ad aprire. Un getto caldo mi riempì la bocca. Non era seme, era saliva, densa e amara. «Pulisci, brava puttana,» mi sibilò. E io, obbediente, la ingoiai, sentendo il sapore disgustoso scivolarmi in gola. Poi, mi penetrò la fica, con una furia nervosa, quasi frettolosa. Era veloce, impaziente. Venne subito, con un gemito di sollievo, e si ritirò.

E poi un altro, con un odore forte di sigaretta. Mi tirò su per i capelli. «Voglio il culo, zoccola. È bello stretto, vero?» Sentii il suo cazzo premere contro il mio ano. Era grosso, e sentii la mia carne urlare mentre mi spingeva dentro. Il dolore fu lancinante, nonostante la cocaina che in parte ne attenuava la sensazione, trasformandola in una fitta pulsante di piacere. Mi inculava con forza, le sue mani che mi schiaffeggiavano le natiche ad ogni spinta. Venne con un ringhio, non aveva il preservativo, e sentii il suo sperma riversarsi copioso nel mio ano.

Ero un oggetto, una bambola di carne che veniva usata e abusata, e ogni violenza, ogni penetrazione, ogni umiliazione mi portava a un orgasmo diverso, più profondo, più liberatorio. Ero la loro troia, la loro cagna, e lo desideravo con ogni fibra del mio essere.

Non vedevo, ma sentivo. Ogni tocco, ogni odore, ogni penetrazione era un'ondata che mi travolgeva. Erano tantissimi, una fila infinita di corpi maschili che si alternavano su di me, la mia carne esposta, un'offerta silenziosa nel buio.

La mia carne abusata da decine di uomini, la mia fica ormai un pozzo senza fondo, il mio ano dilatato e dolente. Ogni poro del mio corpo gridava per altro, per una sborrata in più, per un insulto più crudele. La cocaina mi faceva volare, annullando il dolore, amplificando la perversione.

Altre macchine. Il suono si faceva più insistente, più caotico. Alcune arrivavano, altre se ne andavano, un via vai incessante che scandiva la mia condanna. Persino il rumore inconfondibile dei motorini, striduli e veloci, mi raggiungeva nel buio. Quella camera era diventata una vera e propria sala d'aspetto, e io, la loro puttana, ero l'unica attrazione, inerme, pronta a soddisfare ogni desiderio.

Li sentii arrivare. Erano in tanti, troppo chiassosi, le loro voci molto giovani, quasi imberbi. Ragazzi, sì. Potevo sentirli eccitati, nervosi, spavaldi. Erano lì per me. Per molti di loro, o tutti, rappresentavo forse la loro prima scopata. Il mio cuore, o quel che ne restava, ebbe un sussulto perverso. Essere la loro prima volta, la loro iniziazione, mi eccitava in modo indicibile.

Questi lo fecero tutti senza preservativo. Sentivo i loro cazzi, alcuni piccoli e incerti, altri già promettenti, entrare e uscire dalla mia fica e dal mio culetto. Le loro spinte erano più goffe, meno esperte, ma la loro foga era palpabile, quasi disperata. Incitati dagli uomini presenti, venivano dentro di me, uno dopo l'altro, con un misto di timore e gioia, e ogni getto di sperma mi riempiva, bruciava, macchiava.

Anche alcuni di quelli che li avevano preceduti, i più furbi, avevano fatto a meno del preservativo. Avevo sentito il sapore dei loro cazzi direttamente in bocca, senza la protezione della gomma. Oppure la mia fica, il mio ano, inondarsi di sperma, senza filtri, senza barriere. Sotto il mio sedere, il materasso scricchiolava e si affossava, ormai fradicio, intriso del loro seme e dei miei umori. Sentivo il calore, l'umidità appiccicosa, l'odore acre che si mescolava al mio, alla cocaina, al puzzo della stanza. Ero un ricettacolo, un buco nero che inghiottiva tutto.

Le ore passavano. Non le contavo, ma lo capivo dal diminuire delle voci, dal rumore delle macchine che andavano via, sostituite solo dal silenzio della notte. La camera si stava pian piano svuotando. I ragazzi, lo sentivo dai loro schiamazzi finali, erano al settimo cielo, entusiasti, soddisfatti della loro prima volta, della loro puttana. Vedevo anche il bagliore di alcuni flash, lampi bianchi nel buio. Erano i selfie, certo, i trofei della loro conquista. Mi sentii la loro preda, la loro vittoria.

Quando finalmente mi slegarono, le mie gambe erano intorpidite, doloranti per essere rimaste in quella posizione così a lungo. Mi tolsero la benda, e i miei occhi, abituati al buio denso, faticavano a mettere a fuoco la poca luce che entrava. Rimasi seduta su quel letto, la mia carne scoperta, il sedere e la fica che affondavano in una pozza tiepida e appiccicosa. Sperma. Era il loro sperma, una miscela di fluidi che ora era la mia realtà.

Accanto a me, sul pavimento lurido, c'era un secchio di metallo. Lo guardai, e il mio stomaco si rivoltò: era pieno fino all'orlo di preservativi usati e fazzoletti di carta sporchi, intrisi di sperma e chissà cos'altro. Mario ed Enzo mi guardarono con un sorriso soddisfatto. «Pulisci, troia,» disse Mario, indicando il secchio con un cenno del capo. Non avevano altro. Ero costretta a usare gli scarti per ripulirmi. La vergogna mi bruciava, ma la mia mente, ancora confusa, obbedì.

Con le mani tremanti, afferrai un fazzoletto usato, sentendo la carta umida e il suo odore penetrante. Mi passai tra le gambe, cercando di togliere lo sporco, di raschiare via i fluidi che mi incollavano. Era una pulizia futile, ma era un tentativo di riprendere un briciolo di dignità. Il mio piccolo orologio da polso, un regalo di Tommaso, segnava le 3 e venti. Tante ore erano passate, ore di violenza, di umiliazione, di un piacere che ora mi sembrava lontano.

L'effetto della droga stava svanendo. La confusione mi stava abbandonando, lasciando il posto a una lucidità amara e a una stanchezza profonda che mi pervadeva ogni osso. Mario ed Enzo mi guardavano, i loro sorrisi erano ancora lì, a ricordarmi ciò che ero stata, ciò che ero diventata. E io, seduta in quella pozza di sperma, mi sentivo svuotata, usata, ma allo stesso tempo una parte di me, la più oscura, provava una strana, incomprensibile, soddisfazione.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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