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Erotika
Sonia & Tommaso · Cap. 10
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Capitolo 10 di 78 12 min di lettura

Il Sapore Acre della Menzogna

"Mario ed Enzo: cosa hanno in mente? Quali perversioni hanno in serbo per Sonia? E quali umiliazioni per il suo ingenuo fidanzato?"

Sonia
10 mesi fa · 502 letture · 1

E nella borsetta? Nascosi i soldi spiegazzati tra la biancheria e lasciai i preservativi. Un mio piccolo segreto, una mia piccola arma. Sarei stata la fidanzata perfetta per Tommaso, ma per Mario ed Enzo... oh, per loro sarei stata la donna più desiderosa e sottomessa che potessero immaginare.

Vestita e truccata, con il mio miniabito che mi fasciava le curve e il perizoma invisibile che mi solleticava la pelle, scesi nella hall. Trovai Tommaso, come al solito, intento a chiacchierare, ma questa volta in compagnia di Luca e Marco. I loro sguardi si posarono subito su di me. Tommaso mi fece un complimento entusiasta, Marco sorrise, ma Luca... oh, Luca mi guardò in un modo strano. I suoi occhi bruciavano di una scintilla che era un misto di desiderio, delusione e un non so che di avvertimento. Sentii il suo sguardo penetrarmi, capire il mio segreto anche senza una parola.

Poi, due colpi secchi di clacson risuonarono fuori. Erano loro. Salutammo i ragazzi, con un'ondata di mano e un «divertitevi» da parte di Tommaso che suonò così ironico alle mie orecchie. Mentre uscivo, incrociai di nuovo lo sguardo di Luca. Un'ultima scintilla tra noi, prima che le porte scorrevoli si chiudessero alle mie spalle.

La loro macchina ci aspettava.

Salimmo sul sedile posteriore, e Mario ed Enzo partirono subito, veloci, lasciandosi la confusione di Rimini alle spalle. Prendemmo la litoranea, il vento che entrava dal finestrino scompigliava i miei capelli e mi portava via i pensieri. Il viaggio fu breve, ma ogni metro mi faceva sentire sempre più prigioniera, sempre più eccitata.

Arrivammo a Gabicce. Il primo locale era un disco pub, con musica dal vivo che pompava forte. L'atmosfera era densa di fumo e odore di alcol. Ci sedemmo a un tavolo e Mario ordinò da bere per tutti. Iniziarono subito a far bere Tommaso. Quell'idiota tentennò, «Non voglio esagerare, non voglio rovinarvi la serata,» disse con la sua solita ingenuità. Ma loro insistevano, con sorrisi amichevoli che non mi convincevano affatto. Erano bravi, dovevo ammetterlo, a recitare la parte degli amici generosi.

Mentre Tommaso era voltato, intento a seguire la band sul palco, vidi Mario che, con un movimento fulmineo, versò una polverina bianca nel suo bicchiere. Il mio cuore fece un balzo. Sentii la gola secca, un misto di paura e una perversa anticipazione. Sapevo cosa stava succedendo, e la mia fica si bagnò istantaneamente.

Pochi sorsi, e la polverina fece subito effetto. Tommaso iniziò a sragionare, i suoi occhi vitrei. Poi, Mario ed Enzo si guardarono con un sorriso d'intesa. «Basta con questa lagna,» disse Enzo, alzandosi. Pagate le consumazioni, uscimmo. Tommaso non si reggeva già più in piedi. Barcollava, e Mario ed Enzo lo spinsero senza troppa delicatezza sul sedile anteriore della macchina, quello del passeggero.

Mario, con un sorrisetto che mi gelò il sangue e mi fece fremere allo stesso tempo, salì dietro con me.

Tommaso era fuori combattimento. Completamente andato, la testa ciondolante sul sedile anteriore, un pupazzo inerme. Enzo guidava, i suoi occhi fissi sulla strada buia, ma ero sicura che un sorriso malizioso gli increspasse le labbra. E Mario... Mario non perse un solo istante.

Seduto accanto a me, il suo sguardo era puro veleno, un maligno desiderio che mi penetrava fin dentro l'anima. «Ora, puttana,» mi sibilò, la sua voce un ringhio rauco che mi fece tremare la fica, «voglio un pompino. Subito.» Non era una richiesta, era un ordine, e io sentii la mia bocca aprirsi quasi da sola, obbediente. Afferrai il suo cazzo, la pelle calda e dura sotto le mie dita, e lo presi in bocca, sentendo il sapore acre della sua eccitazione. La mia lingua si mosse, obbedendo, mentre il mio sguardo si posava per un istante su Tommaso, ignaro di tutto, e un brivido di perversione mi percorse. La sua cecità era il mio afrodisiaco più potente.

Poi, senza alcuna delicatezza, Mario mi afferrò e mi fece sdraiare sul sedile posteriore. Sentii il tessuto del mio miniabito tirare, ma non mi importava. Le sue mani furono veloci, sfrontate. Con uno strappo secco, mi lacerò il perizoma di pizzo nero, sentendo il tessuto cedere con un suono che mi fece gemere. Il perizoma strappato rimase appeso a un mio fianco come un trofeo. La mia figa era completamente esposta, bagnata e pulsante, pronta per lui.

E non perse tempo. Senza preamboli, senza un minimo di pietà, mi penetrò. Sentii il suo cazzo grosso e scuro spingere dentro di me, un'invasione dolorosa e al tempo stesso incredibilmente eccitante. La macchina si addentrava per strade sempre più buie, i fari che illuminavano a tratti alberi e campi sconosciuti, mentre Mario mi scopava furiosamente. Ogni spinta era un'onda di piacere che mi travolgeva, facendomi inarcare la schiena, le gambe che si stringevano attorno ai suoi fianchi. Gemevo, sì, gemevo senza vergogna, un suono che si perdeva nel rumore del motore e nella musica bassa che Enzo aveva lasciato accesa.

Mi insultava, mi chiamava «puttana», «cagna», «zoccola», e ogni parola era un colpo di frusta che mi accendeva ancora di più. Sentivo la mia fica contrarsi, stringerlo, implorare di più. E mentre lui mi scopava e mi umiliava, il mio povero fidanzato, Tommaso, dormiva beato sul sedile anteriore, la testa appoggiata al finestrino, ignaro di come la sua ragazza stesse venendo usata e godendo di ogni singolo istante di quella violenza. La sua innocenza rendeva il mio piacere lussurioso e assoluto.

Il suo cazzo continuava a spingere dentro di me, un ritmo folle che mi scuoteva tutta, mentre la macchina sfrecciava nell'oscurità. Mario mi teneva ferma con una mano sulla mia coscia, l'altra afferrata ai miei capelli, tirandomi la testa indietro per esporre il mio collo, per farmi sentire ancora più indifesa. Ogni spinta era accompagnata da un grugnito, da una parola sporca che mi entrava dentro più del suo membro. «Sei una troia in calore, Sonia,» mi sibilava, il suo fiato caldo sul mio orecchio, «una puttana che non aspetta altro che essere scopata.» E io, con la mia fica che si stringeva intorno a lui, sentivo un piacere perverso in quelle parole, una conferma di ciò che ero diventata.

La mia schiena premeva contro il sedile, il tessuto del vestito che si arricciava sotto di me, e sentivo il mio umore mescolarsi al suo sudore, creando un odore acre, di sesso selvaggio e intimo, che mi inebriava. Le mie gambe erano aperte, inermi, mentre lui mi possedeva con una forza brutale, eppure così desiderata. I miei gemiti si facevano più forti, incontrollabili, ma ero sicura che il rumore del motore e la musica soffocassero ogni suono.

Ogni tanto, un lampione illuminava l'interno della macchina, e vedevo la testa di Tommaso ciondolare sul sedile anteriore, il suo respiro regolare. Era lì, il mio fidanzato, a pochi centimetri da me, completamente ignaro, mentre venivo usata, scopata, come una puttanella, e godevo di ogni singolo istante. La sua presenza, la sua innocenza, rendevano tutto ancora più eccitante, più proibito. Era il mio segreto più sporco, la mia perversione più grande, e la stavo vivendo proprio sotto il suo naso.

Sentivo il suo cazzo pulsare dentro di me, gonfio, duro, e sapevo che stava per venire. Le sue spinte si fecero più profonde, più disperate, e un ultimo, potente affondo mi fece inarcare la schiena in un gemito strozzato. Un'ondata calda mi invase, e sentii il suo seme riversarsi dentro di me, caldo, denso, a riempirmi. Era finito.

Mario si tirò su, il suo respiro affannoso. Mi guardò, un sorriso soddisfatto e maligno sulle labbra. Non disse nulla, si limitò a sistemarsi i pantaloni, mentre io giacevo lì, la fica ancora pulsante, le gambe tremanti, il miniabito arricciato e il perizoma strappato che pendeva da una parte. Mi sentivo sporca, usata, e incredibilmente desiderosa di altro.

La macchina si fermò bruscamente, e il silenzio della campagna ci avvolse, rotto solo dal fruscio del vento tra gli alberi. Eravamo arrivati alla cascina.

Prima di andare avanti…

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