Le due dita di Diego all’interno della figa non fecero nulla a parte immobilizzare il bacino della ragazza, tenendo aperto il canale e lasciando maggiore libertà alla sborra di Vittorio di colarne fuori e scivolare sul basso ventre di Flavia, mentre i venti e passa centimetri del cazzo affondavano nel retto, le palle che sbattevano contro i glutei e i peli ricci provocavano un fastidioso, molesto prurito nello spacco. L’uomo era inclinato sopra Flavia, e ogni lungo, doloroso, estenuante affondo spingeva le spalle della ragazza contro il pavimento, i cento e più chili di muscoli e rabbia di Diego che si scaricavano sulla metà di lei, che si dimenava, cercava una posizione meno atroce, stringendo i denti e gli occhi, dimentica di dover respirare.
«Brava, zoccola, fammi divertire,» la sbeffeggiò il bastardo, sogghignando, prendendo più saldamente le gambe che si muovevano come se stessero cercando di bloccare un crampo al suo insorgere. Piegò la testa a destra per non essere colpito sul volto da un piede ancora nella scarpa.
Flavia sentiva la colazione bloccata nello stomaco, pronta a uscire dalla parte sbagliata come se il cazzo che le riempiva l’intestino la stesse pompando fuori, e in quel momento sembrava avere le dimensioni di un braccio. Le sfuggì un gemito che non avrebbe saputo dire lei per prima se di dolore, disgusto o disperazione, incapace di estendere la propria coscienza oltre a ciò che stava succedendo nel suo culo e alle sue spalle. Se fino a quel momento la sensazione di aver lasciato Luca aveva vagato nella sua mente come l’ombra di un rapace in cielo, che volteggiava attorno all’illusione di aver fatto la cosa giusta, come se non ci fosse stato altro da fare per sfuggire all’insoddisfazione e al veleno di quella serpe di Giada, in quel momento la consapevolezza di aver fatto la peggior cazzata della sua vita divenne folgorante quanto il sole, dolorosa come un infarto.
Flavia aprì la bocca per implorare che tutto finisse, che la lasciassero andare via, mezza nuda e sporca di sborra di quattro bastardi, vittima del biasimo di chiunque, per tornare da Luca, per pregarlo di perdonarla… Ma non riusciva a emettere nulla che fosse differente da un gemito modulato sulle spinte di Diego, un suono che alle sue stesse orecchie sembrava quello di una valanga che spazzava via tutto, lasciando solo un deserto di desolazione e afflizione.
Improvvisamente, l’uomo cominciò a gemere a sua volta, i colpi più lenti e profondi, per quanto possibile. Il senso di disgusto che aveva preso alla gola Flavia divenne ancora più pressante, quasi fisico, finché non si accorse che il cazzo si era letteralmente fermato dentro di lei. Il pensiero che si fossero incastrati, che la bestia che la stava scopando restasse dentro di lei la infiammò di puro panico… l’immagine di loro due nudi, ancora in una posizione simile, in un pronto soccorso, sotto lo sguardo di medici, infermiere e sua madre con accanto Luca, fu la cosa peggiore che le fosse mai passata per la mente. Sentì le sue viscere sciogliersi, una mano gelata passarle sulla schiena e stringerle i seni. Poi lui lanciò un grido e lasciò la presa.
Il cazzo che uscì dal suo retto le fece credere di scoprire cosa provasse una bottiglia quando veniva stappata, un corpo estraneo che le veniva strappato dall’intestino. Non piombò a terra solo perché le gambe di Diego le bloccarono la caduta, facendola piuttosto scivolare sulle spalle fino a quando, piena di segni per lo sporco sul telone, non si ritrovò sulla schiena, sconvolta. L’uomo, come a infierire ulteriormente, mise un piede sulla pancia della ragazza, nemmeno fosse un animale abbattuto nelle savane africane, e, afferrato il proprio uccello, lo scosse, lanciando gocce di sborra che finirono ovunque, soprattutto sul corpo di Flavia, che cercò di proteggere il viso ponendogli davanti un braccio, riuscendo solo a strappare una risata allo stronzo.
Flavia lasciò cadere il braccio sopra i propri occhi per nascondere agli altri le lacrime di disperazione che stavano per scorrerle lungo le gote, ingoiando i singulti che cercavano di uscire dalla gola chiusa dolorosamente.
Nessuno attorno a lei sembrò rendersene conto, o per lo meno dimostrò di dare peso a cosa stesse accadendo nell’anima della ragazza: qualcuno sostenne che era felice che fosse tornata, qualcun’altro ribatté che non aveva dubbi che sarebbe successo.
Quando la voce di Vittorio risuonò nel capannone, tutte le altre tacquero. «Bentornata, Flavia,« disse, ma non c’era calore in quelle parole. «La tua figa ci è mancata».
«Anche il buco del tuo culo,» aggiunse Diego, soddisfatto.
Nessuno aggiunse altro. Non uno l’aiutò ad alzarsi, non uno spese una parola gentile per lei. Chiusa nel suo bozzolo di disperazione, Flavia li sentì muoversi, probabilmente vestirsi, poi uscire in pochi attimi, mentre si sentiva morire dentro.
Restò lì, senza muoversi forse per ore, sperando di capire cosa avesse fatto, come avesse potuto buttare via tutto ciò che di bello la vita, sua madre e Luca avevano fatto per lei. Per un lungo momento sperò che un terremoto causasse il crollo del capannone su di lei, facendola sparire dalla faccia della Terra.
Si alzò infreddolita, sporca e disgustata dei quattro stronzi e soprattutto di sé stessa. Il seme dei ragazzi, ormai secco, che si sgretolava in scaglie biancastre quando si muoveva, copriva un po’ ogni parte del suo corpo e disgustose macchie marchiavano i suoi abiti stropicciati e sporchi di polvere. Si strinse le gambe al petto, gli occhi ormai incapaci di riversare nuova disperazione sul suo volto sfatto.
Con uno sforzo più mentale che fisico, si alzò in piedi, raggiunse la colonna e infilò la mano nella tasca della giacchetta, dove le sue dita strinsero il suo Alcatel. La sensazione che le causò il toccare il cellulare fu simile a quella di mettere le dita su una bomba spenta, che sarebbe detonata una volta che avesse acceso l’apparecchio. Il senso di vuoto che le aveva stretto lo stomaco durante quella mostruosa scopata fu nulla rispetto a quello che sorse mentre premeva il tasto di avvio.
Distolse lo sguardo quando la torma di icone sullo schermo fece la sua comparsa, la foto felice di lei e Luca in un selfie scattato qualche settimana prima fu un coltello piantato nel cuore. Avviò WhatsApp, aprì la chat con il ragazzo che aveva appena tradito e abbandonato e, serrando le palpebre per non vedere i messaggi che lui le aveva mandato mentre era via, digitò senza nemmeno guardare la tastiera grazie ad anni di pratica.
Flavia
Non ci possiamo più vedere
Chiuse la chat, bloccò il numero dell’unico ragazzo che l’aveva amata, e poi scoprì che i suoi occhi avevano ancora lacrime, molte lacrime, e le sue grida echeggiarono tra le mura e le colonne di quell’antro di disperazione.
Com'è finora?
Ti è piaciuto?
Un giorno sarò un grande scrittore, ma al momento sono solo un erotomane con una tastiera, molta fantasia, qualche libro di narratologia letto di troppo e un eccesso di autostima. Scene di sesso molto esplicite prossime alla pornografia, politically correct non rilevato.
Altri racconti di William Kasanova
Commenti 0
Accedi per scrivere un commento…Nessun commento ancora. Scrivi il primo.