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Erotika
High Utility · Cap. 60
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Capitolo 60 di 77 11 min di lettura

Episodio 59

"Sofia la fissò per un istante con uno sguardo duro, poi strinse le braccia davanti al piccolo seno. «E adesso? Hai intenzione di denunciarmi ai carabinieri?»"

William Kasanova
1 anno fa · 317 letture · 0

Il sole era ancora alto, ma nemmeno così tanto, quando Flavia decise di tagliare per il Parco degli Olmi, il principale polmone verde della cittadina di Caregan, per tornare a casa. Sapeva, da quanto aveva imparato guardando i programmi di sopravvivenza che certi canali tv si ostinavano a riproporre, nemmeno fossero i piatti di una mensa, che era possibile calcolare il tempo che mancava al tramonto ponendo una mano alla lunghezza massima del braccio davanti a sé e contando quante dita dividevano l’astro del giorno dall’orizzonte, ma si chiedeva se la tecnica funzionasse bene con un indice e un medio più grossi di un soldato americano in mezzo al deserto tanto quanto quelle di una diciottenne che viveva in Nord Italia. In ogni caso, il sole e le cime delle montagne che chiudevano ad occidente la Valbelluna distavano due dita, quindi, calcolò Flavia, aveva mezz’ora di tempo prima che il cerchio luminoso iniziasse a calare dietro le Alpi, e per allora avrebbe fatto bene ad essere a casa se non voleva sentire una ramanzina da Sam, la quale pretendeva che per il tramonto fosse al sicuro tra le mura domestiche, possibilmente davanti ai fornelli.

Flavia aveva, in passato, provato a convincere sua madre che il tramonto avveniva quando il sole era completamente scomparso dal cielo, ma Sam aveva obbiettato tirando fuori termini che la ragazza non avrebbe saputo collocare esattamente nell’arco della giornata. Aveva avuto l’impressione che Sam la volesse ingannare, ma alla fine aveva deciso che, finché fosse stata in casa sua, Flavia avrebbe accettato le disposizioni di sua madre, imbrunire, crepuscolo o sera che fosse.

La fretta di percorrere la strada che la divideva dal suo condominio le aveva impedito anche di fermarsi al bar a prendere qualcosa, e non aveva nemmeno la possibilità di fingere di doversi fermare in quello dove aveva trovato Alessio la settimana precedente, ma, quel giorno, l’orgia si era protratta ben oltre il solito orario. Quel giorno, letteralmente, avevano fatto la festa a Natalia, la quale, sorprendendo tutti, era entrata nel capannone con largo anticipo, aveva recuperato da qualche parte un asse di legno non troppo malconcia, con cui aveva fatto un lungo e stretto tavolo, e vi aveva posato sopra un vassoio di pasticcini e una bottiglia di spumante con dei bicchieri di carta. “È il mio compleanno!” aveva annunciato, nuda ed euforica, quando gli altri erano arrivati.

Flavia aveva scoperto quel giorno che la sua compagna di orge aveva vent’anni, fugando il dubbio riguardo quale fosse la sua età: in realtà, gliene dava almeno un paio in più se doveva considerare il corpo meraviglioso che poteva vantare, quasi la metà se invece prendeva in considerazione l’intelligenza e il comportamento. In ogni caso, dopo un paio di pasticcini e altrettanti bicchieri, Vittorio aveva deciso di insignire Natalia del titolo di regina dell’orgia, e chiunque quel giorno aveva avuto il compito di darle piacere: uno dopo l’altro, prima i ragazzi e poi le due ragazze, aveva ditalinato, leccato, succhiato le tette e via discorrendo alla bionda. Alla fine, sazia di orgasmi o qualcosa che li ricordava vagamente, la stessa Natalia aveva proposto di essere posseduta senza ritegno da tutti. Flavia, da parte, mangiando uno dei pasticcini che era rimasto e bevendo il secondo bicchiere di spumante, più che altro per non avere il dolce bloccato in gola non apprezzando particolarmente quell’alcolico, aveva contemplato la ragazza essere scopata in ogni buco e tra le grosse tette dai quattro uomini, chiedendosi se avrebbe mai trovato piacevole un regalo simile per il proprio compleanno. Sdraiata, a novanta o su un fianco, Natalia era stata riempita di sborra proveniente da quatto paio di testicoli, fino a lasciarla quasi stordita sul telone lercio. No, aveva deciso Flavia: il giorno del suo compleanno avrebbe preferito passarlo diversamente, e non avrebbe voluto vedere in uno stato simile forse manco la sua peggiore nemica. Nemmeno quando era tornata nel gruppo, dopo aver abbandonato Luca, era stata trattata così.

“Per il mio compleanno, piuttosto lavo quello schifo di cellofan”, aveva detto in un orecchio di Alena, accanto a lei.

“Stai scherzando? Per il mio, porto i pasticcini con dentro il viagra”, le aveva risposto l’amica, rapita da quella scena di depravazione, incapace di fermare una mano che, probabilmente inconscia, stava lavorando convulsa di clitoride.

Le cose si erano tirate per le lunghe, e solo dopo le quattro passate Flavia aveva avuto modo di farsi una doccia e uscire dal capannone, dopo che gli uomini se n’erano andati, Vittorio con Natalia sulla moto per continuare la festa in privato. La ragazza con i capelli rossi e l’amica avevano chiuso la porta e, dopo essersi fatte compagnia fino a raggiungere la casa di Alena, lei aveva proseguito da sola, accelerando il passo.

Il Parco degli Olmi, in realtà, non era molto frequentato quel giorno: solo qualche anziano seduto alle panchine, che leggeva il giornale e, di tanto in tanto, scoccava un’occhiata di controllo ai propri nipotini che giocavano o di rimprovero a quelli di qualcun altro che schiamazzavano. A volte, la incrociava un corridore o qualche donna in bicicletta, prima della ressa che si formava dopo l’orario di ufficio, quando i lavoratori che avevano a cuore la propria salute, o per lo meno l’aspetto fisico, si sarebbero riversati nelle stradine e nei sentieri a macinare qualche chilometro.

Flavia passò accanto ai due campi da tennis, di cui uno solo occupato da un doppio misto, e quello da calcio, al lato del quale c’era un giardinetto ben curato e gli spogliatoi, sul retro del quale, nascosto dalla vista di chiunque, aveva dato, anni prima, il suo primo bacio ad un ragazzo che poi non aveva più visto.

Superò con un balzo il torrentello che alimentava il laghetto che avrebbe ospitato un paio di papere durante l’estate e, dopo aver superato la fila di grandi alberi che dava il nome al parco, scorse qualcuno nei raggi del sole che stava per scivolare oltre le cime delle montagne. Impiegò qualche metro di cammino prima di riconoscere quella figura, e a quel punto si fermò a guardare meglio, socchiudendo gli occhi.

Non si era sbagliata: era davvero Sofia, in mezzo ad un prato, che sembrava intenta a scattarsi selfie. Rimase quasi un minuto a osservarla mentre tendeva un braccio alla cui estremità c’era un cellulare, lo teneva in posizione qualche secondo, poi lo avvicinava al volto e controllava la foto. Quindi, dopo uno sbuffo o un’imprecazione, ripeteva l’operazione una volta, poi una seconda, una terza… Flavia pensò che quel telefono dovesse avere una buona batteria per sopportare tutti quegli scatti, considerando che quello di Sofia doveva essere di seconda mano, o più probabilmente anche di terza, da quanto le avevano riferito.

Restò ancora un attimo, guardandola venire sconfitta dalle sue scarse capacità di fotografa e sentendo una stretta al petto al pensiero che Luca avrebbe saputo come impostare quel telefono per uno scatto decente, nonostante la modella che, con un vestito migliore e un po’ di trucco… Già, ma non aveva mai visto Sofia con un filo di trucco, o un abito che non sembrasse preso dagli scatoloni della Caritas… o anche solo che si comportasse così.

Pensandoci, scavando nella sua memoria, Flavia aveva sempre trovato la ragazza molto riservata, schiva per quanto riguardava la propria vita e soprattutto la propria famiglia, che, a quanto sapeva, non se la passava troppo bene per quanto riguardava l’aspetto finanziario e soprattutto umano: il padre era un muratore con problemi di alcolismo, la madre una donna insopportabile che aveva sempre visto con in mano una sigaretta e l’aspetto di una che era appena fuggita da un manicomio. Non era difficile capire perché Sofia avesse un carattere tanto odioso e la tendenza a insultare gli altri per credersi appena un po’ più sollevata dalla pozzanghera in cui i suoi genitori le tenevano la faccia.

Prima di andare avanti…

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