Il foglio virtuale bianco di Word campeggiava sullo schermo del computer portatile di Giada ma, escludendo il titolo “‘Il fu Mattia Pascal’ di Luigi Pirandello” in cima, il resto era intonso, con il selettore che lampeggiava quasi fosse il piede della relazione che, nervosa, batteva sul pavimento in attesa di una reazione da parte della ragazza. Giada stava con il mento posato sulle mani, a loro volta appoggiate sul tavolo, il naso a pochi centimetri dal touchpad; nonostante ciò, i suoi pensieri erano rivolti a ben altro che al compito che avrebbe dovuto portare il giorno dopo per la lezione di italiano.
Ormai doveva accettare il fatto: la storia di amore tra lei e Luca, che aveva sognato a lungo, vissuto nella sua fantasia in ogni possibile sfumatura di rosa, per la quale aveva sofferto quando lui era l’amante di Sam e poi di Flavia, per la quale si era abbassata al livello di una zoccola infoiata durante quella festa, per la quale aveva dato il suo NFT a Sofia, stava fallendo. Non c’era nulla di cui discutere, nessun appiglio: il suo adorato Luca, quel ragazzo bellissimo, dimostrava di non amarla come lei si meritava e, anzi, metteva in discussione ogni sua scelta relativa a lui.
Com’era possibile, si chiedeva Giada. Lei, che aveva un corpo perfetto, per il quale lavorava cinque o sei ore alla settimana in palestra, che seguiva una dieta preparatole da un medico amico di suo padre, che non sgarrava quasi mai, non fosse venerata da Luca? E, peggio ancora, lui aveva dimostrato di avere ben più considerazione per quella vecchia zoccola con le rughe e quella rossa con le tette piatte, priva di qualsiasi bellezza, che nei suoi confronti!
E, in più, non la rispettava a letto, pretendendo di possederla da dietro come faceva con quelle due squallide, che amavano farsi scopare come gli animali, tanto arrapate da abbandonare ogni considerazione dell’amor proprio e accettare posizioni degne dei più luridi postriboli… Giada ebbe un moto di disgusto all’idea di Flavia, nuda, con quel corpo banale, a cui la natura aveva donato ben poco se non i capelli rossi, con il magnifico Luca a cavalcioni, che le spruzzava in faccia la sua bega dopo che lei glielo aveva succhiato con passione… li vedeva ridere, divertirsi, lei sottomettersi alle perversioni di lui pur di averlo con sé…
«Figa, che schifo…» mormorò, la voce appena udibile e il fiato che annebbiava un istante il piano lucido del tavolo che usava per i compiti. «Non gli permetterei mai una cosa simile, anche se è un gran pezzo di manzo…» Poi, nella sua mente, apparve il ricordo del loro primo rapporto sessuale, nella stanza da letto di qualcuno a casa Favaro, e subito, come se fosse stato il trailer di un film al cinema, vide scorrere il momento in cui lui le possedeva l’ano, con una mano la ditalinava e con l’altra la stringeva al collo, dandole piacere e, al contempo, soggiogandola.
Volle scacciare quel pensiero, la memoria di aver goduto mentre lui la trattava come la sua sgualdrina, le faceva capire che era sua e che non avrebbe avuto mai più la possibilità di fare nulla che lui non volesse… ma al contempo stava godendo, quelle due dita che le possedevano la passerina erano qualcosa di fantastico, meraviglioso… Giada deglutì, la sua mente che le diceva che quanto era successo era sbagliato, che lui l’aveva trattata incredibilmente male, e il suo bocciolo di rosa aveva iniziato a prudere e a bagnarsi, un senso di malessere sollevarsi come una colonna di aria calda verso il suo cervello e riempirlo di desiderio.
«Dannazione…» imprecò, stringendo i denti e le cosce, imbarazzata con sé stessa di essersi eccitata. Il pensiero di quel ditalino, di quel momento in cui lui smetteva di fotterle il culo per assicurarsi che lei godesse, che potesse vivere un momento di puro piacere… e poi sentì di nuovo le dita di Luca stringerle, stringere delicatamente, la sua gola, quel senso di paura, quell’attimo in cui la sicurezza che potesse fidarsi completamente di lui per quanto riguardava la sua incolumità vacillava, il terrore appena accennato che potesse rivelarsi un mostro, l’istinto di sopravvivenza che cercava di sopprimere il desiderio di godere e che sembrava invece aumentarlo ulteriormente… E poi si era ritrovata a godere come mai prima di allora, come nemmeno aveva immaginato si potesse davvero godere. Lei stordita, il cuore che le batteva nelle orecchie più di una grancassa, lui che si concedeva a sua volta un orgasmo nel suo retto, scoprendo com’è godere con una ragazza bellissima.
Giada sentì la testa girarle leggermente, un’ombra del disagio che nasceva in lei quando non poteva ancora essere l’amante di Luca. Si alzò dal tavolo, ignorando lo schermo del computer che, in quel momento, decise di spegnersi, e si trascinò in bagno. Si sentiva come se fosse stata un passo fuori dalla realtà, come se si fosse trovata in un videogioco dopo anni che non ne usava uno, la sua mente che sembrava incapace di connettersi perfettamente con il mondo esterno e, soprattutto, incapace di comprendere davvero quello dentro di sé.
Chiuse la porta del bagno, si appoggiò al lavandino con una mano, temendo per un attimo di crollare a terra. Fu tentata di sedersi sulla tazza, ma abbandonò quell’idea: per qualche motivo che ignorava, doveva stare in piedi. Anzi, sentiva il bisogno di stare inclinata in avanti.
Fece un paio di passi indietro sul tappeto bianco dal pelo lungo, si slacciò i jeans, sentendoli scivolare lungo le gambe e afflosciarsi sulle sue scarpe, poi infilò una mano nelle mutandine, che scoprì intrise di desiderio.
Si sentì come quando aveva la febbre alta, un calore sembrava emanarsi dalla sua pelle con una tale intensità che, se avesse guardato il suo riflesso nello specchio, avrebbe certamente visto il muro attorno a lei distorcersi convulsamente come l’orizzonte sopra l’asfalto nei giorni di canicola, e la sensazione che la sua mente fosse stata chiusa in un sacco e gettata via. Percepì due polpastrelli scivolare sulla commensura e poi fendere le sue grandi labbra, quindi sprofondare fino ad accarezzare la seta che celavano quelle piccole, sensibilissime.
Chiuse gli occhi, inalando il profumo del proprio sesso bagnato, ardente, desideroso, che sembrava ritrarsi dal suo tocco e intanto invocarlo. L’immagine di Luca dietro di lei, pronto a possederle il culo, ma ancora intento a preoccuparsi del piacere della sua donna fece fremere il suo corpo e la sua anima, la sensazione del suo braccio libero che cingeva il seno prosperoso parve più reale del freddo della ceramica tra le dita.
“Sei la mia piccola gioia”, le sussurrò in un orecchio, mentre la mano, poco avvezza in quel compito, scivolava dentro di lei, la punta di due dita che cercavano di ricordare come faceva lui in quel momento. Un po’ più dentro… un po’ di più… no, più vicino all’ingresso! Lì… quasi… ecco, sì!
«Fammi godere, Luca…» sussurrò, mentre le dita premevano un po’, poi aumentavano la pressione.
“Sì, mia dolce dea!” rispose lui, baciandole il collo. “Voglio farti felice.”
Il miele aveva cominciato a colare lungo le dita, scivolare fino alle nocche e formare gocce, pronte a piovere sul pavimento. “Dopo mi succhio le tue dita, bambina mia”, le sussurrò, mettendo una mano su un suo gluteo. “Poi, se fai la brava, ti lecco il fiore qui dietro.”
«Sì, Luca…» ansimò Giada, la mente ottusa dal desiderio che la stava colmando. Quant’era bello ditalinarsi pensando al suo amore… perché non lo faceva mai? Immaginare lui intento a muoverle due dita nella sua passerina, che faceva come voleva lei, che la trattava come meritava…
Ma più andava avanti, più esplorava il suo sesso, più si impegnava, e meno sembrava giungere a qualcosa; era lì, ad un passo dall’orgasmo, dall’esplodere in un godimento che solo il vero Luca le poteva donare, ma non riusciva a colmare quel piccolo tratto che mancava per accedere al paradiso. Chiuse gli occhi, aumentò la forza, la velocità delle dita, si sforzò ad immaginare Luca baciarla, dirle che era meravigliosa, perfetta, fantastica… il rumore viscido, ormai disgustoso, le dita che iniziavano a farle male, un senso di amarezza e delusione cominciava a prendere il posto dell’eccitazione quando, sconfitta, prossima ad abbandonarsi alle ombre del rammarico, quasi che la mano fosse improvvisamente dotata di volontà propria, si staccò dal bordo del lavandino.
Si mosse lentamente, quasi a strappi, la volontà di Giada di non essere come le altre due zoccole che lottava con il suo desiderio più primitivo di godere. Pareva dovesse percorrere chilometri invece di mezzo metro, ma quando giunse a destinazione, le dita si serrarono sulla gola della ragazza. “Finalmente, puttanella,” le sussurrò Luca, “hai intenzione di farti fottere quella figa…”. Le parve di sentirlo appoggiare il cazzo nello spacco tra le chiappe. “Poi ti sfondo il culo, troietta, ma prima…”
Giada si scoprì, con il poco di coscienza ancora rimasta a contatto con la realtà, ad ansimare, gocce di sudore avevano cominciato a sgorgare dai pori della pelle e le sue dita impazzire dentro la sua fregna, dolorose, animalesche. Il freddo della ceramica apparve per un istante contro la pelle del suo costato, ma subito svanì nella nebbia di tutto ciò che non concerneva con la scopata che stava subendo.
«Luca, sbattimi!» urlò in un ansito, tra un gemito e l’altro, «Sono la tua troia!»
“Puoi scommetterci che ti sbatto, troia”, rispose lui, la voce distorta dal ghigno sul suo viso. “Voglio sbattere ogni tuo buco, fottermi le tue bocce e poi venirti in faccia e renderti mia proprietà per sempre”.
«Sì, ti prego!» lo implorò lei, mentre le sue dita smettevano di avere la minima parvenza di rispetto verso il proprio corpo, gettando gocce di ambrosia come la sua bocca gettava gemiti strozzati.
