Lo strepitio stridulo dei sassolini sotto le suole delle scarpe colpiva l’udito di Flavia come se fossero unghie su una lavagna, ogni scricchiolio che si ribaltava nel suo stomaco che sembrava pieno di magma intento a rimestarsi, mentre nella sua testa la mente sembrava essere stata messa nel cotone. Sentiva la rabbia, la frustrazione e la depressione prossima ad uscire dal suo corpo, e non avrebbe saputo dire se solo dagli occhi o anche dalla bocca.
Ignorava dove stesse andando, ma l’importante era che si allontanasse il più possibile da Giada, da Alessio e soprattutto da Luca, e non avrebbe saputo dire se per il bene suo o loro; seguì per un tratto la stradina davanti al bar, poi decise, più o meno volontariamente, per nascondersi nel caso Luca avesse deciso di venire a cercarla, di entrare nel boschetto accanto. Lei pregò che non lo facesse. Avrebbe voluto che lui la raggiungesse, le chiedesse cosa stesse accadendo, che gli raccontasse cosa provava, e allora Flavia avrebbe spurgato la sua anima da ogni sensazione velenosa che la intossicava, si sarebbe liberata dalle ombre che gravavano sulla sua felicità. Lui avrebbe dimostrato che la amava, che aveva a cuore i suoi sentimenti, che non era solo un corpo da fottere ma una persona con delle emozioni, sogni e timori… ma sarebbe stato meglio se lui non si fosse presentato affatto, se l’avesse lasciata andare: le avrebbe permesso di riacquistare la sua libertà, di autocommiserarsi senza doverlo nascondere ad un ragazzo che l’amava ma non sapeva amarla davvero, che desiderava farla felice ma non era in grado di comportarsi correttamente.
Si sedette su un sasso in mezzo a degli alberi, all’ombra delle foglie che la celavano agli altri e alla sua coscienza. Mai come in quel momento si pentì di non aver mai preso il vizio del fumo, perché fu certa che, in quel momento, una disgustosa sigaretta sarebbe stata un toccasana, o anche tutto un pacchetto.
Il telefono era ancora nella sua mano. Lo fissò, aspettandosi che Luca la chiamasse, che le domandasse dove fosse e cosa potesse fare per lei. Lo sbloccò con un movimento delle dita ormai entrato a far parte della sua persona, e allo stesso modo accedette alla rubrica. Nella sezione dei numeri preferiti, il polpastrello del suo pollice rimase qualche istante a un centimetro dal minuscolo schermo, nascondendo alcune lettere del nome.
Nella mente arrotolata e pesante di Flavia si fecero strada un paio di pensieri riguardo a quanto aveva detto quella stronza di Giada e su quanto tenesse alla propria dignità. Ponderò diversi secondi, mentre la gola iniziava a dolere e a chiudersi, domandandosi cosa fare, quali sarebbero state le conseguenze…
Il desiderio di una fottuta, puzzolente, vomitevole sigaretta cominciò a diventare un malessere fisico, come la necessità dell’aria o dell’acqua.
Lo schermo cambiò al movimento del dito, poi venne accostato all’orecchio destro della ragazza. Il suono dello squillo echeggiò un paio di volte, e il terzo venne tagliato a metà da una voce maschile.
«Flavia?»
«Sì, vieni a prendermi,» rispose, «e chiama gli altri. Ti mando la mia posizione».
«D’accordo,» rispose Vittorio, «sarò lì tra dieci minuti».
La ragazza non aggiunse nulla, chiudendo la chiamata. Passò otto dei dieci minuti di attesa lasciando uscire parte della rabbia, della frustrazione e della depressione dal suo corpo. Per sua fortuna, solo dagli occhi.
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«Non risponde?» domandò Alessio, che a stento nascondeva l’apprensione.
Luca premette nuovamente il nome di Flavia nella lista delle chiamate sullo schermo del cellulare. Di nuovo, dopo pochi secondi, dagli speaker uscì la voce registrata informandolo che l’utente selezionato non era raggiungibile o il telefono era spento.
«No…» rispose, e a differenza dell’amico non provava nemmeno a dissimulare la preoccupazione che stava vivendo.
Alessio si voltò verso Giada, la quale stava seduta ad una panchina, scrivendo qualcosa allo smartphone come se nulla fosse successo. Luca lo vide stringere le labbra e le mani, pronto a biasimare la ragazza per quanto era appena accaduto, ma lui era certo che la colpa fosse solo sua. Non aveva dato abbastanza importanza a Flavia, ai suoi bisogni, a ciò che succedeva fuori dal letto. Quant’era stato coglione a pensare che sarebbe bastato farla godere per tenerla con sé, e poi lasciarla annoiarsi per tutto il tempo che passava con lui vestita.
«Ma sì,» disse la ragazza, senza nemmeno sollevare lo sguardo dal monitor, «che volete che sia? Sarà andata a farsi una camminata per schiarirsi le idee, per capire cosa fare».
Questa volta Alessio non riuscì a trattenersi. «Parli tu che l’hai fatta incazzare!»
«Voi uomini non capite nulla di donne: stava tenendo dentro di sé delle emozioni che doveva lasciar uscire,» ribatté la bionda, questa volta concedendo loro la propria attenzione invece che allo schermo, «io l’ho solo aiutata a fare quel passo che le serviva per riuscirci. Nonostante tutto quello che ha fatto finora,» aggiunse, lasciando facilmente comprendere che alludeva alla sua vita sessuale molto discussa prima di fidanzarsi con Luca, «è timida e non vuole sembrare debole davanti al suo fidanzato».
«E ha tirato su e se n’è andata?» domandò poco convinto Alessio.
«Io vado a cercarla,» disse Luca, mettendosi in tasca il telefonino e iniziando a togliere la fotocamera dal treppiede, ma dopo un istante cambiò idea. «Alessio, me la tieni d’occhio tu mentre…»
Giada fece uno sbuffo. «Dai, Luca, non preoccuparti,» disse, cambiando il tono di voce in uno più dolce e allegro, «non è mica andata a buttarsi sotto una macchina. Sarà a qualche centinaio di metri da qui, nascosta, a piangere. Deve solo capire com’è cambiata la sua vita e quanto è fortunata a stare con te».
Luca non ebbe il coraggio di rispondere, e anche Alessio si limitò a scagliare un’occhiata di fuoco alla sua fidanzata.
«Adesso, mentre l’aspettiamo, perché non viene a sederti qui, all’ombra?» aggiunse sorridendo la ragazza, appoggiando una mano sul tratto di panchina accanto a sé. «Potremmo parlare un po’».
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Mentre stringeva il busto di Vittorio, Flavia era certa di trovarsi in un sogno, sebbene il termine “sogno” avesse, per la ragazza, un significato troppo gradevole per come si sentiva in quel momento. Forse, sarebbe stato più corretto paragonare quanto provava a quelle esperienze oniriche causate dalla febbre, o da un avvelenamento, se doveva considerare anche le sensazioni a livello di stomaco e visceri. Era come se la sua coscienza fosse scivolata all’interno di un corpo altrui, controllato da un raziocinio che non comprendeva e di cui, ad essere onesta, non apprezzava quanto stava facendo, e ne fosse solo una spettatrice impotente. Come la cutscene di un videogioco in cui ci si è impegnati per portare a termine l’impresa nel modo migliore possibile, e nella scena finale, attraverso gli occhi del personaggio, lo si vede fare qualcosa di incredibilmente stupido, che manda allo sfacelo tutto l’impegno profuso per raggiungere il risultato tanto agognato, e tornare nel capannone, Flavia lo sapeva benissimo, era la definizione di “incredibilmente stupido”.
