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Erotika
High Utility · Cap. 44
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Capitolo 44 di 77 10 min di lettura

Episodio 43

"«Bentornata, troietta,» le sibilò in un orecchio Vittorio, un attimo prima di strapparle di dosso le mutandine, e con esse ciò che restava della sua dignità e l’amor proprio."

William Kasanova
1 anno fa · 341 letture · 0

Ma, al pari di una che cercasse di abbandonare una pessima, insana abitudine, tutto il suo impegno, tutta la sua forza di volontà avevano finito con il consumarsi, i suoi sogni di rendersi migliore si erano asciugati sotto i raggi sempre più caldi e abbaglianti della realtà, e alla fine il lercio fondo di delusione che aveva cercato di nascondere era emerso in tutta la sua deprimente verità. Arenata in un afoso mare asciutto, l’unica salvezza che aveva trovato era stata ricadere nel lurido, squallido vizio che l’aveva resa una paria.

Non ebbe nemmeno bisogno di muovere le gambe molli quando la moto si fermò nel piazzale spaccato invaso dalle erbacce, con gli altri tre mezzi tra cumuli di macerie polverose che sembravano aspettarla. In quella manciata di settimane, il capannone non era potuto cambiare molto, ma all’improvviso le sembrò avere ombre ancora più scure, le edere che si erano avventate sul muro dispiegare foglie secche e nerastre, piene di ragnatele colme di insetti mummificati penzolanti alla brezza del mattino.

L’odore di polvere sembrò scuoterla quando fece l’ingresso nell’edificio, lame di luce che fendevano l’ombra che cercava di nascondere i rottami abbandonati in attesa che qualcuno li portasse via in occasione di una ristrutturazione che era stata iniziata e abbandonata ancora allo stato embrionale. Gli altri tre ragazzi la aspettavano appena oltre il telone cellophanato, tutti e tre nudi: Jago, con il suo corpo dall’aspetto delicato, era seduto su una sedia da ufficio recuperata da qualche parte mesi prima, il cazzo in tiro e la punta dell’indice destro che passava delicatamente sul prepuzio, una sua abitudine strana, che la ragazza aveva sempre trovato raccapricciante, soprattutto per l’espressione ebete e di piacere che compariva sul volto del ragazzo ogni volta che lo faceva; Yuri era a sua volta seduto su una colonna crollata, segandosi lentamente mentre fissava lo schermo dell’IPhone, e Flavia non avrebbe saputo dire se ad eccitarlo era qualche foto della sua presunta fidanzata fotomodella o l’andamento di qualche azione o criptomoneta; infine, Diego era l’unico in piedi, con il suo strumento floscio ma che, alla vista della rossa, cosa che, nel suo caso, non la faceva inorgoglire come succedeva con altri, si stava gonfiando, la fissava con un misto di rabbia e… beh, Flavia lesse solo rabbia sul volto del bastardo.

Vittorio si pose davanti a loro, voltandosi verso la rossa, il suo sguardo impassibile. «Flavia,» iniziò, e alla ragazza, da come pronunciò il suo nome, parve di essere in un tribunale di quelli fatti in fretta e furia al termine delle guerre, per un processo farsa ai danni dello sconfitto, «ti avevo detto, quando avevi deciso che non avresti più preso parte ai nostri incontri, che ti avremmo ripresa con noi quando avessi cambiato idea».

Mentre appendeva la giacchetta al solito chiodo alla colonna, solo una parte della coscienza di Flavia di rese conto che il ragazzo non aveva detto “qualora” o “se”, ma sembrava piuttosto che sapesse già che lei avrebbe fatto ritorno, con la coda tra le gambe. Tra le loro, di gambe.

«Ma avevo anche aggiunto…» continuava, intanto, Vittorio, autoritario, come se avere il comando fosse per lui un’attitudine naturale oscura, qualcosa che solleticava il suo ego in un modo sottilmente perverso «…che per rientrare nelle nostre grazie avresti dovuto pagare lo scotto. Ricordi, vero?»

Flavia annuì, lentamente. Ricordava, e ricordava benissimo: il senso di vertigine che l’aveva colta allo stomaco, come se stesse camminando sul bordo di un fosso pieno di mostri, la paura che stava vivendo per la reazione di Vittorio all’annuncio del suo ritiro, la sorpresa che l’avesse presa così bene, le parole che aveva aggiunto e che adesso stava ripetendo. Era come le scene dei film di Harry Potter, che aveva visto tante di quelle volte che avrebbe saputo ripetere ogni singola battuta, riconosciuto se avessero spostato qualcosa nella scenografia.

«Quindi, sei disposta a sottometterti a noi quattro per essere riammessa?» domandò, di nuovo, ma questa volta dalla sua voce e dal gonfiarsi dei muscoli delle braccia la ragazza intuì che stava parlando di qualcosa poco piacevole e ancora meno dignitoso. Malgrado ciò, nonostante una parte della sua mente, quella che non era stata corrotta dal senso di depressione che aveva preso possesso della sua anima negli ultimi giorni, il suo cuore che continuava a sussurrargli il nome del ragazzo che amava e non si meritava tutto questo, della coscienza che le ricordava che avrebbe deluso sua madre, non poté comportarsi diversamente.

«Sì…» disse, abbassando la sua testa contro il petto, con un volume tanto basso che a stento riuscì a sentire lei stessa.

Scorse Vittorio coprire a lunghi passi la distanza che li separava: Flavia capì che aveva parlato troppo sottovoce e lui non aveva capito. Aprì la bocca per ripetere, ma l’unico suono che ne uscì fu un grido strozzato mentre il ragazzo la afferrava per i capelli rossi con una mano e, con l’altra, la spingeva contro la colonna alla quale appendevano le giacche. Flavia sentì il cemento fermare dolorosamente il suo movimento abbattendosi contro il suo seno e la guancia sinistra, poi Vittorio usare un piede per divaricarle le gambe. Trattenne il fiato quando la mano che non le stringeva le ciocche scese davanti al suo inguine e muoversi alla cieca per sbottonarle i jeans e abbassarle la cerniera zip, ma alla fine i suoi pantaloni calarono lungo le gambe, lasciandola in mutande.

«Bentornata, troietta,» le sibilò in un orecchio Vittorio, un attimo prima di strapparle di dosso le mutandine, e con esse ciò che restava della sua dignità e l’amor proprio.

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Un giorno sarò un grande scrittore, ma al momento sono solo un erotomane con una tastiera, molta fantasia, qualche libro di narratologia letto di troppo e un eccesso di autostima. Scene di sesso molto esplicite prossime alla pornografia, politically correct non rilevato.

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