Le lingue di Luca e Olivia scivolavano una contro l’altra nella bocca della ragazza, che appariva vorace di quel bacio che ormai si stava protraendo da un tempo infinito che nessuno dei due avrebbe saputo quantificare. Comunque, troppo breve, avrebbe asserito Luca se qualcuno glielo avesse chiesto.
Nascosti alla vista dall’edificio dello spogliatoio, sembrava ormai stentassero a contenere il desiderio che, sopito da tempo, soprattutto da parte di Olivia, stava crescendo come un incendio alimentato dal profumo della loro pelle e di quello dei loro sessi che avevano cominciato a reclamare attenzioni. La ragazza, più morigerata, si era limitata a porre una mano all’altezza dei lombari di lui, ma Luca non aveva avuto più la forza di resistere e aveva cominciato a massaggiare la ragazza tra le cosce attraverso la lunga gonna e le mutandine. Non le chiese il permesso, se lo prese da solo, e, dopo aver estratto la lingua dalla bocca della ragazza e iniziato a baciarle il collo, scivolò con le dita oltre la sottana e l’elastico delle mutandine. Trovò la pelle bagnata, calda.
Nonostante ciò, anche sentendo il respiro della ragazza rompersi a quel gesto, le sussurrò in un orecchio: «Voglio farti godere, bimba».
La voce di lei fu come quella delle ninfe portata dalla brezza della primavera che accarezza i capolini dei fiori nei campi. «Ti voglio dentro di me, Luca… non sai da quanto tempo ti voglio…»
Il ragazzo cercò di non perdersi nella dolorosa erezione che si stava svolgendo nei suoi pantaloni, il capogiro che quelle parole avevano causato. Accarezzò con dolcezza le grandi labbra bagnate, assaporando il sospiro di soddisfazione e attesa di Olivia, poi le discostò lentamente con indice e mignolo, mentre il medio e l’anulare prima solleticarono l’apertura dell’utero orbitandoci attorno, poi vi fecero ingresso lentamente, quasi con rispetto, ma senza fermarsi. Il calore e l’umido dell’eccitazione, che cominciò a colare fuori dal sesso della ragazza, riempiendo con maggiore intensità l’aria del suo profumo ancora più delicato di quello di fiori attorno a loro, accolsero le dita.
Luca abbracciò il capo dai capelli castani e lo strinse a sé, inframmezzando i baci con sussurri nell’orecchio sinistro di Olivia, mentre coccolava il calice del suo bocciolo di rosa, ricompensato da gemiti e sospiri di piacere.
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Tutti e quattro parlavano attorno a Giada, ma lei sembrava fosse sorda o non comprendesse più l’italiano. L’unica cosa che riusciva a capire, che la sua mente registrava e a cui cercava di non dare comunque una risposta, era il senso di profondo disagio che stava provando, doloroso quanto avrebbe potuto essere un chiodo da carpentiere conficcato nel suo petto, diritto nel cuore.
Quei quattro ragazzi nudi, i loro cazzi in erezione puntati contro di lei, che sembravano lance che la tenessero sotto tiro, le loro mani che non si capiva se stessero cercando di toglierle i vestiti o frugarci sotto con una voracità che sembrava completamente impossibile per qualcuno che partecipava più volte alla settimana a delle sessioni di sesso di gruppo, la terrorizzavano. Due erano massicci, uno dall’aspetto cattivo e l’altro ancora peggio, gli altri due più gracili, per quanto non fossero esattamente dei fuscelli; tutti avevano sul volto uno sguardo di puro, malsano, disgustoso desiderio… no, non desiderio… nemmeno il termine “libidine” sembrava potesse descrivere quanto pareva covare nelle loro anime, o in mezzo alle loro gambe… Si muovevano attorno a lei, e lei alzava le braccia cercando di non toccare i loro cazzi, come si fa con i cani che vengono ad annusarti e tu provi a non toccargli quel naso bagnato, sporco, ripugnante, per paura che poi ti morda e ti stacchi le dita. Quelle mani fredde che le palpavano le carni calde, quel senso di perdere la proprietà del corpo dove indugiavano, la coscienza di una nausea imminente che le stava stringendo tutto dentro di sé, cuore, polmoni, stomaco, intestino, il sussulto che provava a farla muovere quando una di quelle cappelle umide si avvicinava troppo alla sua giacchetta di pelle, come a sfregiarla e a corrompere la sua grazia.
Quei pezzi di merda volevano fotterla. E lei era lì, proprio per quello, per imparare ad accettare il sesso violento e squallido che il suo amato Luca voleva con lei.
La voce che aveva sempre odiato di Flavia parve quella di una fata giunta in suo soccorso, interrompendo quella sorta di sabba blasfemo anche per il demonio. La rossa era a un paio di metri da loro, in piedi, che li guardava con un sorriso soddisfatto sul viso. Non aveva nemmeno slacciato le scarpe, nonostante i suoi quattro amanti fossero prossimi a possedere la sua amica. «Dai, almeno spogliatela. Non vorrete scoparvela vestita?»
I quattro dissero qualcosa, ma a Giada parvero solo grugniti preistorici privi di significato. Lei avrebbe voluto esternare i suoi dubbi, sentiva il bisogno di ricevere qualche ulteriore informazione su quanto stavano per farle ma, come se avessero fatto una cosa simile in passato, più e più volte, i quattro cominciarono a spogliarla: uno afferrò il fondo delle maniche della giacchetta e gliela sfilò, un altro prese il collo della maglia e gliela tirò su, facendole sentire i capelli che si alzavano e crepitavano mentre il tessuto vi scorreva contro. La maglietta, grazie ad un terzo, quello che l’aveva salvata dalla caduta, seguì la maglia. La ragazza lanciò un’occhiata verso i suoi vestiti che venivano gettati sul pavimento e invece li scorse adagiarsi in una bacinella pulita, poco distante.
Flavia sogghignò, probabilmente alla sorpresa di Giada. «Non preoccuparti, i tuoi abiti usciranno da qui meglio di te,» promise. O, sebbene il tono di voce divertito, minacciò velatamente.
Ma Giada non ebbe il tempo di prestare attenzione ad una tale sottigliezza: come il suo grosso seno era apparso, liberato da dita fin troppo esperte, subito tre mani vi si erano avventate, stringendo, strizzando, possedendo le poppe con fare che non aveva nulla di gentile. Il gelido calore che l’avvolse, stringendole il buco del culo e facendole percepire un senso di acido nella fica, le impedì di notare i pantaloni che venivano lasciati abbassare fino alle scarpe. Si riebbe quando le mutande tirarono su un fianco e poi si strapparono.
Giada sussultò, i polmoni che si riempivano di polvere e l’olfatto aggredito dall’odore liquido di maschi arrapati. Si irrigidì più dei cazzi che la puntavano, sconvolta, come se solo in quel momento una cortina di nebbia si fosse dissolta e avesse davvero compreso cosa aveva deciso di fare.
Una mano le afferrò la gola, spingendola indietro, contro un corpo caldo, un fiato che le scivolava contro l’orecchio sinistro, il bulbo bollente e umido di una nerchia che le puntava contro una chiappa. «Adesso ti scopiamo, zoccoletta».
Quello alla sua destra, che sembrava il più giovane, le strinse un seno come se stesse controllando il livello di maturazione di un melone. «Sei nostra, bella figa. Vedrai quanto ti divertirai».
Gli occhi neri di Giada saettavano da una parte all’altra mentre la sua testa rimaneva immobile, quasi fosse circondata da predatori e solo il restare ferma, senza muovere un muscolo, apparisse come l’unica possibilità di non essere vista e dilaniata dalle loro fauci.
Ma la cosa non funzionò, e tutto divenne reale quando quello davanti, uno che in un altro momento, in un'altra occasione, l’avrebbe attratta tanto era muscoloso e dallo sguardo deciso, mise una mano sul suo inguine e due dita sprofondarono nella sua fica. Le sentì invaderla, scivolarle dentro quasi con fatica, come se un serpente avesse deciso di fare il nido nel suo sesso. Cominciò a muoversi dentro di lei con fare inconsulto, come se quelle due dita fossero impazzite. «Finalmente carne fresca,» commentò senza nascondere una certa soddisfazione.
«Io voglio la sua bocca,» disse quello con una strana “B” maiuscola che aveva già visto in passato tatuata sul petto, con una tracotanza tale che sembrava stesse ordinando una pietanza al ristorante che gli altri commensali non sapevano apprezzare, o scegliendo una vacca al mercato del bestiame.
La ragazza deglutì, ma si accorse che ancora più liquido stava colando tra le sue cosce, quasi che le dita dello stronzo le avessero rotto un tubo. Solo in quel momento si rese conto che il senso di terrore e vergogna che stava vivendo erano una specie di tappo sul desiderio di essere scopata, sbattuta, posseduta come una puttana che quella situazione le stava provocando.
“No… non devo essere eccitata… no!” si ordinò, ma quella volontà sembrava incapace anche solo di intaccare quel bisogno di avere quei quattro dentro di sé, in ogni buco. Si trattenne appena di implorarli di gettarla a terra e prenderla uno dopo l’altro, quale loro troia che era.
Non ce ne fu comunque bisogno. Quello davanti a lei, quello grosso e dallo sguardo duro quanto il suo cazzo, disse, come un capo di fronte alla sua banda: «La fotto io per primo!» Gli altri attorno parvero lupi affamati a cui avessero strappato la carne dalle fauci, mostrarono i denti, strinsero le mani a pugno, ma dopo un attimo di rabbia fecero un mezzo passo indietro. Senza aggiungere altro, dopo che la mano che le stringeva la gola perse la sua morsa, lui la prese e la strinse a sé, le dita che sembravano sprofondare in un gluteo e l’altro braccio che la cingeva sotto le ascelle.
