Il silenzio che imperava nella biblioteca di Caregan, in cui ogni suono era attenuato come durante una nevicata, in cui solo il fruscio dei fogli di carta, i passi e, di tanto in tanto, come per ricordare che non si era diventati sordi, lo stridio di una sedia sul pavimento di orribili piastrelle rosse a insozzare il bianco sonoro, aveva sempre affascinato Flavia. Adorava andare in discoteca, la musica a tutto volume, le grida eccitate delle persone mentre il vagoncino delle montagne russe, raggiunta la cima, precipitava verso la paura più primitiva, ma, tra le mura che ospitavano la conoscenza, la ragazza si sentiva ugualmente a proprio agio. In effetti, spesso, vi si recava per studiare e fare i compiti mentre Sam era intenta a trasmettere e lei aveva bisogno di tranquillità.
Quel giorno, però, nonostante il portatile acceso e il libro di italiano aperto accanto davanti a lei, un paio delle sue penne preferite in posizione e il cellulare spento in un angolo, sembrava che un pensiero avesse preso la magia di quel luogo, l’avesse chiusa in una cassa e l’avesse nascosta da qualche parte lontano da lei. Flavia tornò a guardare lo schermo del computer, che aveva studiato fino ad un momento prima, ma non era certa di ricordare cosa avesse letto. No, davvero: quel pomeriggio non riusciva proprio a concentrarsi sullo studio, non era in grado nemmeno di riuscire a restare concentrata per la durata di un’intera frase della novella di Pirandello che aveva davanti a sé; scriverne un riassunto sarebbe stato impossibile…
La ragazza scosse la testa, delusa e preda di una insoddisfazione che non riusciva a togliersi di dosso in nessun modo e che, inutile negarlo, sotto sotto la preoccupava. Non ne aveva parlato con nessuno, ma con chi avrebbe potuto? Luca? Alessio? No, erano maschi, non si poteva discutere di cose da donne con loro, sembrava si offendessero se una femmina aveva dei problemi, come se credessero che fossero loro la causa o si sentissero degli incapaci perché non riuscivano a risolverlo, o, peggio ancora, la minimizzavano… come se una ragazza non potesse avere dei veri problemi.
Chi le restava? Giada? Nemmeno per sogno, con quella figa di legno non aveva nulla a che spartire, non avrebbe parlato con lei nemmeno del tempo, e poi, dopo lo scherzo mentre scendevano dalla montagna, tre giorni prima, facendola imbarazzare, quella stronza troppo gnocca non la guardava più nemmeno in faccia.
“Che se ne vada a fare in culo…”, sussurrò Flavia, mentre chiudeva la novella e spegneva il computer.
Osservando lo schermo diventare nero, la ragazza provò a capire quale fosse la causa della malinconia che stava vivendo. Non che fosse mai stata davvero soddisfatta della sua vita, doveva ammetterlo: un senso di delusione aveva sempre covato dentro di lei, l’impressione che non vivesse davvero a fondo, che qualcosa le mancasse. Nulla di materiale, in realtà: grazie al lavoro particolare di sua madre, nonostante suo padre avesse perso la vita anni prima mentre svolgeva il suo lavoro di vigile del fuoco, potevano considerarsi benestanti, e spesso avrebbero potuto togliersi ben più di uno sfizio ma, già qualche anno prima, Flavia aveva compreso che non era l’ultimo cellulare costoso o abiti con marchi grandi quanto tutto il vestito a renderla soddisfatta. Il sesso, l’orgasmo, la sensazione primitiva e animale di essere posseduta, poteva distoglierla per un momento dal suo stato sempre insoddisfatto, e per quello, quando le si era presentata la possibilità, aveva accettato, quasi senza pensarci, di entrare nel gruppo delle orge che si svolgevano nel vecchio capannone, anche se tornava a esperire un senso di vuoto e disgusto quando smetteva di essere scopata in mezzo ai calcinacci da quattro ragazzi. Luca non aveva lo stesso… beh, un conto era essere la fidanzata di un ottimo amante, ma doveva riconoscere che essere la troia di quattro tipi che la sbattevano a turno era ben altra cosa; non che ce l’avesse con Luca, si metteva d’impegno ed era comunque l’unico che si preoccupasse che lei avesse degli orgasmi.
Il problema era fuori dal letto, comprese. La sua vita era vuota, era quella di una studentessa che, a parte il sesso, per il resto, una volta finite le lezioni, faceva un po’ di sport, studiava, ma poi? Niente. Nulla che valesse la pena raccontare. E raccontare a chi, tra l’altro, visto che non aveva amici, escludendo il suo ragazzo e l’amico del suo ragazzo? Nessuno la voleva conoscere, tutti la trattavano al pari di un’appestata a causa della sua vita sessuale smodata…
“Come dire che quelle stronze non desiderino segretamente anche loro essere sbattute da tre o quattro dei ragazzi di cui sono innamorate contemporaneamente, o quei segaioli non sognino di mettermi a novanta e fottermi fino allo sfinimento, ma non vogliono ammetterlo con nessuno…”, pensò, soffiando con il naso.
Tutto questo, comunque, era quanto aveva compreso, o per lo meno sospettato, fino a pochi giorni prima. Certo, chiedeva spesso a Sam se potessero andare la domenica in qualche parco giochi dove, sotto lo sguardo inorridito e spaventato della madre, faceva la coda per salire sulle montagne russe, o qualcuna di quelle giostre o attrazioni che una persona normale non avrebbe nemmeno fatto finta di considerare, quelle in cui la gente scendeva senza voce e le gambe che tremavano perché cercava emozioni forti. Il problema, in realtà, era che lei non si era resa conto di quanto le volesse, le bramasse, le agognasse fino alla domenica precedente, quando il suo cuore si era aperto al pari della vela del parapendio che Alessio aveva usato per lanciarsi dalla Malga Ermete nel cielo sopra Caregan. Innegabilmente, quello era stato lo spettacolo più bello a cui Flavia avesse mai assistito: lo schiocco della tela che si stirava al massimo della sua estensione, le grida di eccitazione del ragazzo quando la corrente ascensionale l’aveva catturato e portato in alto tra le nuvole, quel senso di terrore che aveva provato quando era arrivato in fondo alla radura e il terreno era terminato sotto i piedi di Alessio… La ragazza aveva provato qualcosa di simile quando Luca le infilava dentro due dita e si dava da fare, accompagnandola ad un orgasmo esplosivo, ma un orgasmo durava una manciata di secondi, un giro sulla giostra o le montagne russe un paio di minuti, ma volare, per ore, sospesa nell’aria, il vento che le frustava gli abiti come se cercasse di farla cadere, il mondo sotto di lei, a migliaia di metri di morte da lei, il dubbio che qualcosa potesse andare storto, che l’attrezzatura non fosse in perfetto stato… Flavia si trovò a mordersi il labbro inferiore e stringere le gambe, assaporando quel moto di eccitazione che le si era accesa nel basso ventre.
Si sbrigò a mettere tutto nello zaino, coccolando per un istante l’idea di nascondersi nel bagno della biblioteca e accarezzarsi fino a far sbocciare quella sensazione e dischiuderla in un orgasmo, ma preferì non farlo: era lì che andava quando non era alle orge, e riteneva sbagliato mischiare il sesso con quel luogo.
