Flavia chiuse il libro di matematica e spense il tablet, ormai troppo stanca per continuare a studiare: le nozioni si accavallavano una addosso all’altra, e aveva bisogno di mangiare qualcosa di dolce, come sempre faceva quando i pensieri tristi iniziavano a prendere possesso della sua attenzione. E poi, a quell’ora, Sam doveva aver finito lo streaming sul sito erotico per il suo pubblico di segaioli, e lei poteva tornare a casa ad aiutarla a preparare la cena.
Uscì dalla biblioteca pubblica di Caregan con il sole che scaldava piacevolmente il tardo pomeriggio, qualche pollice sopra le cime delle montagne ad ovest. Gli alberi avevano ormai le prime foglie sui rami ed entro breve avrebbero fatto la loro comparsa anche i boccioli: la ragazza adorava quel periodo dell’anno, ma non poteva negare di sentirsi ugualmente… forse non a terra, ma ben lontana dal settimo cielo, come poteva esserlo stata qualche settimana prima.
Le sue labbra si corrucciarono in un’espressione di malinconia, mentre il suo sguardo si abbassava sul selciato della strada. Non voleva pensarci, ma lasciare Luca era stata una cosa davvero stupida. Beh, peggio che stupida, un’azione spinta da un senso di vuoto che non aveva compreso e che, adesso, riempiva con qualcosa che riusciva solo a distrarla per qualche momento e basta, ma non risolveva comunque la situazione in cui si era infilata di sua stessa volontà.
Quando, i suoi piedi guidati dall’abitudine, ritrovandosi davanti al bar in cui si fermava spesso a comprare qualche porcheria come premio per un pomeriggio da studentessa produttiva, scoprì che era chiuso, come annunciava il cartello scritto a mano con un pennarello in cui comparivano due date e quello che doveva essere, nell’intenzione del pittore in erba, un’isoletta con una palma incurvata, sulla falsariga di quelle dove finivano i naufraghi nelle vignette della “Settimana enigmistica”.
«Ah, buone ferie!» esclamò, leggendo che per le successive due settimane la saracinesca sarebbe rimasta abbassata. «E adesso come metto a repentaglio la mia figurina da modella dei poveri con cioccolato che sa di plastica e bibite che vanno bene per sturare i lavandini?»
Sbuffò, più per il fatto di dover fare qualcosa che non era nelle sue abitudini che per una reale difficoltà. Non aveva idea di quanti bar fossero presenti nel paese di Caregan, ma era certa che non fosse difficile incappare in uno facendo più di duecento metri in qualsiasi direzione. Nella via accanto, ad esempio, doveva essercene uno, ne era certa.
Per quanto sapesse che non avrebbe potuto lavorare in passato come esploratrice per la sua scarsa capacità di orientamento, e anche con Google Maps non era certa di arrivare a destinazione, trovò comunque il bar senza troppi problemi in meno di dieci minuti. Per quanto le desse fastidio l’idea di non trovare i cioccolatini che amava e probabilmente non avevano la Monster, infilò ugualmente la mano destra nella tasca per prendere la badilata di monete che aveva abitualmente con sé.
Le rughe fecero la loro comparsa sulla sua fronte quando le dita non trovarono nulla di metallico nella tasca destra; un’imprecazione sfuggì dalle sue labbra quando anche quella sinistra si dimostrò vuota, a parte il telefonino e le chiavi di casa. Solo in quel momento si ricordò che, quella mattina, prima di andare a scuola, su pressione di Sam, che a suo dire la figlia usciva di casa con abiti lerci che non avrebbero fatto bella figura (e, dopo un paio di giri nel capannone, polveroso e pieno di ragnatele, davano solo ragione alla donna), aveva preso la giacchetta nell’armadio e, nella fretta di travasare il contenuto dalle tasche di una in quelle dell’altra, le quattro monete che componevano il suo solito capitale con cui si assicurava la sopravvivenza nel mondo selvaggio di Caregan dovevano essere rimaste sul fondo di quelle della giacca sporca
«Porca troia…» sussurrò, irata con sé stessa e sua madre. Soprattutto con sé stessa, visto che non era la prima volta che le capitava. Doveva proprio controllare se il suo Alcatel avesse quel chip per poter pagare come i bancomat e installare una app apposita.
«Ehi, Flavia…» la chiamò una voce maschile, «hai perso qualcosa?»
Sorpresa e appena un po’ imbarazzata, diresse lo sguardo verso la fonte di quelle parole, tra i tavolini davanti al bar.
«Alessio?» esclamò, e improvvisamente sentì un sorriso comparirle sulle labbra e il problema delle monete dissolversi alla vista del ragazzo. «Cosa ci fai qui?» Si fermò in tempo, appena prima di aggiungere “da solo” alla domanda. Sapeva perché era lì senza nessuno a fargli compagnia, e un dolore al petto le ricordò che la serie di eventi che avevano portato alla rottura dell’amicizia tra lui e Luca era stata causata da lei.
Lui sembrò rispondere con un’alzata di spalle. Non era qualcosa di cui aveva voglia di discutere, sembrava dire. La ragazza accettò la sua tacita richiesta. «Non avevo nulla da fare,» sostenne, poi indicò con un movimento del capo una sedia del tavolino a cui era sistemato, con una bibita gialla che sembrava cedrata. «Posso offrirti qualcosa, così mi fai un attimo compagnia?»
In realtà, Flavia scoprì che gli avrebbe fatto volentieri compagnia anche se non le avesse offerto nulla, o fosse stata lei a pagare. «Volentieri, ma solo un attimo,» concesse, mentendo ad entrambi. Spostò la sedia di fronte al ragazzo e si sedette. Non era una di quelle più comode, ma probabilmente su una strada non lasciavano le più costose, e il tavolino era qualcosa di indecente, un coso di ferro pitturato di bianco che avrebbe fatto una brutta figura anche in un giardino trasandato con l’erba alta.
Un cameriere arrivò, chiedendo se lei volesse ordinare qualcosa. Flavia, a differenza di tante sue amiche, Alena per prima, si sarebbe sentita in imbarazzo ad approfittare di un ragazzo che le offriva qualcosa, quindi si limitò ad un bicchiere di acqua.
«Ah, ma per favore!» esclamò Alessio, quasi prossimo a ridere, poi si rivolse al cameriere: «portale una cioccolata bianca bella densa, come piace a lei, e…» mosse lo sguardo verso la ragazza di fronte a lui, cercando di ricordare, «una brioche al… al pistacchio, giusto?»
Flavia si sentì colmare di gioia nello scoprire che Alessio aveva tutta questa memoria riguardo alle sue preferenze. L’aveva vista forse due volte prendere qualcosa al bar quando uscivano tutti e quattro, lei, Luca, Alessio e Giada, ma sembrava avesse prestato molta attenzione. In realtà, ben più di quanto sembrava fare con la sua ragazza di allora. «No, solo la cioccolata, grazie,» rispose, incapace di trattenere un sorriso radioso.
Quando il cameriere se ne andò, lei chiese ad Alessio come stava.
Lui sollevò di nuovo le spalle, ma era palese che non provava affatto quell’indifferenza che voleva dimostrare.
Il senso di colpa si fece di nuovo strada nell’anima della ragazza. «Mi spiace che la vostra amicizia sia finita,» ammise.
Lui sospirò, e in quel gesto lei poté leggere tutto il dolore che Alessio stava provando. Ma, a differenza di quanto lei si sarebbe aspettata, lui si aprì e iniziò a parlare. «Ho fatto una cazzata, Flavia. Una vera cazzata. Io… io non avrei dovuto cedere alle tentazioni di Sofia e… merda, sono stato una testa di cazzo».
Flavia si trattenne appena dal chiedergli come avesse potuto tradire la sua fidanzata con quell’altra. Per quanto detestasse Giada, non poteva evitare di riconoscere che era una ragazza bellissima, con una figura da sogno: corpo tonico, seno grosso, sedere muscoloso, capelli biondi. Il sogno erotico maschile fattosi petulante. Ecco, forse di viso non era il massimo, e gli occhi non erano azzurri, come voleva il modello di donna dalla chioma bionda, ma probabilmente lo stesso Alessio non aveva mai alzato lo sguardo dalle tette della ragazza. Il carattere di Giada era qualcosa di detestabile, ma una volta che se la ritrovava nuda, che la cavalcava, il cazzo in un suo buco bagnato e caldo, un uomo ci avrebbe probabilmente sorvolato senza troppi sforzi. Sofia, invece… beh, Sofia probabilmente non era nemmeno della stessa specie di Giada, qualcosa che derivava da un ramo dell’evoluzione che si era staccato milioni di anni fa e che, per qualche motivo, aveva assunto una forma simile ma non troppo a quella che poteva vantare la bionda. E, incredibilmente, con il suo carattere, Sofia riusciva a stare sui coglioni a Flavia ancora più di Giada.
