Ogni respiro riempiva i polmoni e gli occhi di Flavia della polvere che copriva la colonna sporca e sbreccata, la superficie ruvida e fredda che sembrava volersi imprimere come uno stampo sul lato sinistro del viso della ragazza ogni volta che Vittorio, che le teneva ancora la testa bloccata contro il pilastro, le assestava un violento colpo di inguine, penetrando la sua figa non sufficientemente bagnata con il suo grosso cazzo. Un odore di sesso, tanto forte da sovrastare quello di putredine che imperava nel capannone, si sollevava dagli inguini dei quattro ragazzi presenti, tre in attesa del proprio turno per poter dare il bentornato alla puttanella che aveva creduto di poter fare a meno di loro, ma che a Flavia, nonostante avesse vissuto con loro per dei mesi, stava provocando un principio di voltastomaco.
Vittorio ringhiava nell’orecchio destro della ragazza epiteti e insulti, inframmezzati da pesanti complimenti sul suo corpo giovane ma modesto, sul sottofondo le incitazioni degli altri ragazzi a sfondare quella zoccoletta e le ironiche richieste di lasciarne un po’ anche per loro, oltre al suono di cazzi in tiro che venivano masturbati per non perdere l’erezione. Flavia si scoprì a chiedersi se, anche un mese prima, i quattro si comportavano così e la cosa le desse tutto quel disgusto… Ebbe un brivido nel pensare che Luca faceva la stessa cosa, bloccandole la testa nel cuscino e scopandola da dietro, appellandola con termini che non avrebbe ripetuto di fronte alla propria madre; ma questo succedeva dopo che lui le aveva dato un paio di orgasmi, e seguito da coccole e baci… Il brivido divenne lacrime che riuscì a stento a trattenere, sebbene il ritmo del suo fiato passò da quello della scopata di Vittorio a quello del dolore che le stringeva il petto.
La mano libera dell’uomo scivolò sotto la maglietta della ragazza, sollevandola un po’ e prendendo con forza un seno, palpandolo, stringendolo tanto che avrebbe lasciato il segno sulla pelle, come un marchio di infamia. Non era mai stato un grande amante, la ragazza dovette ammetterlo, nonostante l’avesse sempre attratta fisicamente, e anche quella volta si dimostrò quale era: i colpi di inguine divennero più lenti e profondi, dolorosi per Flavia che non riuscì a trattenere dei gemiti penosi, stringendo i denti.
«Fammi godere, troia!» le ordinò Vittorio, sebbene stesse facendo tutto lui, le parole smantellate in sillabe dall’orgasmo imminente.
La mano che la teneva contro la colonna abbandonò la pressione per stringere convulsamente la gola di Flavia e trattenerla contro il corpo del suo amante mentre un paio di schizzi di liquido si riversavano nel sesso della ragazza; lei trattenne appena un conato di vomito quando un odore acre si sollevò dal suo inguine, che le sembrò quello di calzini indossati durante una giornata afosa passata a camminare per delle ore. Chiuse gli occhi, cercando di non pensare a quante volte quel liquido biancastro e colloso era finito in qualche orifizio del suo corpo.
La prima scopata di quella festa di bentornata ebbe termine con la stessa solennità con cui era cominciata: Vittorio uscì da lei, incurante delle gocce di seme che schizzarono da qualsiasi parte e colarono sulle mutandine e pantaloni scesi all’altezza delle caviglie della ragazza, quindi le diede una spinta sulla schiena. Flavia si ritrovò a barcollare come un pinguino, o uno di quei carcerati dei vecchi film americani con i ceppi alle gambe, per non cadere a terra, ma lo fece comunque tra le braccia di Jago.
«Adesso fottiti anche loro,» le impose Vittorio, come se la ragazza si fosse aspettata altro, strappando una risatina a Yuri.
Jago le mise una mano sulla testa, imponendole di inginocchiarsi, e subito lei si trovò i cazzi in tiro di lui e dell’amico davanti al viso; nessuno dei due dei mostri di lunghezza ma, in quel momento, con le cappelle gonfie e libere dalla pelle, che sembravano ondeggiare di fronte a lei come per distrarla e attaccarla, le parvero più letali di altrettanti cobra.
La mano che Jago aveva posto sulla sua nuca girò, imprimendole un movimento, ma per suo stupore non fu verso il suo cazzo che si trovò indirizzata, ma verso quello di Yuri. «Apri la bocca, puttanella,» le impose.
Flavia, più che aprire, lasciò che la mascella calasse per effetto della gravità, poi sentì le dita delle mani del figlio del proprietario del capannone prenderle la testa e spingerla verso l’inguine di Yuri, il quale teneva ben puntato il suo uccello perché lei non avesse problemi a farselo finire in bocca.
Nemmeno Jago chiuse la bocca. Era incredibilmente logorroico, perfino Flavia lo riteneva uno che parlava troppo, e non perdeva l’occasione di far sentire la sua voce. E aveva una sorta di ammirazione verso Jago, verso la sua capacità di fare soldi partendo da zero mentre lui era il figlio di uno degli imprenditori più ricchi della zona ma, non fosse stato per i soldi del padre, lui sarebbe stato in mezzo alla strada già da tempo.
«Ti piace il cazzo, vero, puttanella?» domandò il ragazzo, ironico. «Guarda come ce l’ha grosso il nostro Yuri… E gli piaci, lo sai? Oh, è fortunato a farselo succhiare da te: sono certo che se non stesse con quel pezzo di figa di Antonella, si metterebbe con te. Non saresti contenta, puttanella?»
Nonostante avesse fatto sesso con tutti loro diverse volte, non si era mai sentita tanto in imbarazzo come in quel momento, nemmeno quando era stata lì la prima volta, scopata a turno sotto lo sguardo di tutti, anche di Natalia e di Alena. Mentre sentiva il cazzo di Jago scivolarle in bocca, la grossa cappella che premeva contro la lingua e il palato, l’accenno di profumo che si metteva sull’inguine che contrastava con l’afrore pesante di sesso che gravava su di loro, sollevò curiosa e confusa lo sguardo verso il volto allungato del giovane investitore di criptomonete. Le piaceva, non poteva negarlo, ma era troppo… affettava troppo una parvenza di raffinatezza che era distante anni luce dalla semplicità che apprezzava lei.
La cappella di Jago le arrivò in gola, insinuandosi tra le tonsille, restandovi per diversi secondi, poi le mani di Yuri le spinsero indietro la testa e percorse quasi completamente la lunghezza dell’asta al contrario. Di nuovo, Flavia si trovò calcata in avanti e, di nuovo, il cazzo le sprofondò in bocca. Era una delle cose più strane e, allo stesso tempo, costretta com’era a fare un pompino a qualcuno controllata da un altro uomo, eccitanti che la ragazza avesse mai fatto. La pelle dell’uccello di Yuri che si strofinava contro la lingua, il glande che le riempiva la bocca di quel sapore di eccitazione prossima a esplodere in un orgasmo, le mani di Jago che la bloccavano in quell’atto iniziarono a fare effetto su di lei sotto forma di un leggero capogiro e stordimento. Chiuse gli occhi e, quasi cullata dal movimento della propria testa, lasciò che una mano raggiungesse la propria figa bagnata dall’orgasmo di Vittorio e cominciò a massaggiarsela, le dita che scostavano le grandi e piccole labbra, i polpastrelli che premevano sull’imbocco dell’utero che spurgava sperma. La ragazza iniziò a fare respiri profondi e lunghi, l’afrore pesante di eccitazione maschile e sua che riempiva le sue narici e la sua mente.
