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Erotika
High Utility · Cap. 5
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Capitolo 5 di 77 15 min di lettura

Episodio 4 - Troietta, lascia un po' di quella nerchia anche a noi.

"La ragazza non si rese conto che stava iniziando a bagnare le proprie calze quando aprì la bocca e vi fece scorrere all’interno il cazzo del ragazzo di cui provava una cotta."

William Kasanova
1 anno fa · 471 letture · 1

Il motore della moto emise un rabbioso miagolio quando abbandonò la Statale 50, infilandosi tra un camion ed un furgone che provenivano dalla direzione opposta, e imboccando una stretta strada dall’asfalto crepato e invaso dalle erbacce. Il cambio di strada fece sobbalzare Flavia, che si strinse più forte a Vittorio, inspirando profondamente mentre si godeva il contatto dei muscoli dell’addome attraverso la tuta da motociclista.

Quattro grossi capannoni grigi, monoliti di un tempo che sembrava quello in cui gli uomini indossavano ancora pellicce di animali dai canini lunghi spanne, abbandonati in un deserto in cui crescevano alberi asfittici e scheletrici, resi meno spettrali, o forse ancora più, da rachitici arbusti cresciuti all’interno dei cancelli arrugginiti, circondarono i due, celandoli dalla vista della Statale. Erano stati abbandonati ormai da anni, chiudendo dopo l’ennesima, ciclica crisi economica, e lasciati lì come ruderi a segnalare ai camionisti in transito la presenza di un bar, che un tempo rifocillava gli operai durante la pausa pranzo e che ora resisteva con le unghie e con i denti alla chiusura in quel luogo abbandonato.

La moto raggiunse il fondo della strada, svoltando a destra dietro l’ultimo capannone, quello che si dimostrava, almeno esteriormente, l’edificio che aveva subito meno la devastazione perpetrata del tempo. Era stato acquistato un paio di anni prima da un imprenditore locale, Luigi Bruni, con l’intenzione di ristrutturarlo e riportarlo in attività: la rete elettrica e quella idrica erano state riallacciate, come poteva testimoniare un solco a metà del parcheggio segnato da una linea di asfalto in uno stato migliore rispetto al resto del piazzale, in quel momento occupato da foglie secche, rami, una SsangYong enorme, di un rosso vistoso, una Tesla tirata a lucido e una Suzuki Katana, oltre alla Yamaha da cui stava scendendo Flavia.

La ragazza scosse la testa per smuovere un po’ i capelli schiacciati dal casco quando se lo sfilò, agganciando poi questo all’impugnatura destra del manubrio della moto, un’abitudine ormai consolidata da mesi di ripetizioni dello stesso gesto. L’altro lato venne occupato dal casco di Vittorio, che indossava anche una tuta da motociclista nera e bianca che ne celava completamente il corpo alto e muscoloso. Si avviarono silenziosamente lungo il piazzale, i sassolini che scricchiolavano sotto le suole delle loro scarpe, unico rumore a parte quello smorzato di qualche camion in movimento lungo la Statale. La porta che fungeva da uscita di sicurezza, apribile anche dall’esterno ormai da tempo, dopo che uno dei ragazzi vi aveva apportato un paio di modifiche ben poco professionali con un pezzo di calcinaccio raccolto tra i tanti mucchi sul pavimento in calcestruzzo, venne spalancata senza problemi da Vittorio, seguito da Flavia all’interno; la ragazza si fermò, chiuse la porta e la bloccò con il manico contorto e spelato di una scopa legato alla maniglia antipanico con un pezzo di spago: solo loro sette avevano il permesso di entrare, e una volta riuniti volevano godere di un po’ di privacy. In realtà, Flavia sapeva che, tecnicamente, non erano degli abusivi, visto che uno dei ragazzi era il figlio dello stesso Bruni che aveva acquistato l’edificio, il quale aveva momentaneamente sospeso i lavori di ristrutturazione già dopo poche settimane a causa di una qualche grana, la ragazza non aveva mai capito se di natura economica o legale, e, sebbene il problema fosse stato risolto, i lavori non erano ripresi perché il proprietario aveva deciso di attendere un periodo economico migliore per continuare.

«Finalmente siete arrivati,» li salutò una voce maschile, che Flavia non ebbe difficoltà ad associare a Jago, uno dei ragazzi con cui condivideva i pomeriggi. O, più correttamente, come si era detta una volta, uno dei ragazzi che condivideva il suo corpo. Soprattutto i suoi buchi.

Quando si tolse lo zaino e lo appoggiò nel rettangolo di non-proprio-sporchissimo che si era formata a furia di porlo sempre nello stesso punto, Flavia si voltò. Nei fasci di luce che solcavano la semioscurità polverosa del capannone, nell’area meno disastrata a poca distanza da lei, vide gli altri partecipanti della loro festa sessuale. Mentre Vittorio cominciava a togliersi la tuta da motociclista, tre ragazzi nudi stavano possedendo due ragazze a loro volta prive di abiti. Su un pezzo di cerata sporca color cachi, Yuri era intento a scopare Natalia, sdraiata di schiena e i grossi seni stretti nelle mani del suo amante, che lavorava di lombi con una veemenza sua tipica; poco più in là, la bionda Alena era seminascosta da Jago, inginocchiato accanto a lei, la testa della ragazza all’altezza del suo inguine, e le sue gambe aperte, una appoggiata a terra e l’altra sollevata tra le braccia di Diego, il cui grosso cazzo scompariva tra le chiappe di lei.

Flavia non si fece attendere e nemmeno chiese il permesso: si tolse la giacca, appendendola ad un chiodo infisso appositamente in una colonna, e iniziò a togliersi rapida i vestiti che aveva indossato a scuola. In effetti, si vestiva pesante soprattutto per non prendere troppo freddo quando raggiungeva in moto il capannone, o avrebbe indossato molti meno abiti per potersi denudare più velocemente. Questo, soprattutto, per poter intercettare Vittorio prima che raggiungesse le altre due troie: la eccitava molto, sia fisicamente che caratterialmente, e riuscire ad essere la prima ad accoglierlo dentro di sé lo riteneva una piccola soddisfazione, sebbene poi si sarebbe passato senza nemmeno pensarci anche le altre due.

Con indosso ancora solo le scarpe e le calze (non le andava di camminare a piedi nudi su quel pavimento lercio e disseminato di frammenti di qualsiasi cosa potesse ferirla), Flavia si avvicinò al ragazzo. Era alta poco meno di un metro e settanta, magra, sia per costituzione che per il moto che faceva molti pomeriggi alla settimana, al punto tale che quasi le si potevano vedere le costole. Aveva il viso leggermente allungato, con gli occhi verdi e i capelli rossi chiaro; il naso, stretto e lungo, accompagnava lo sguardo verso le labbra, per quanto sapessero attrarre da sole l’attenzione, sensuali e sempre pittate di rosso, così come erano spesso rossi anche gli zigomi grazie al trucco che la ragazza si curava di fare ogni mattina. Il seno era una seconda più che dignitosa, sebbene la ragazza invidiasse quello molto più grosso della sua stessa madre, e un ciuffo di pelo sembrava fare la guardia alla fica. Forse, la cosa che più l’aveva messa in imbarazzo durante l’adolescenza erano le sue spalle larghe, prese da sua madre e, da quanto vedeva sulle foto, anche dal padre caduto anni prima durante il servizio di vigile del fuoco, ma lo scoprire che i quattro la possedevano senza preoccuparsene gliele aveva fatte accettare al punto da non pensarci più.

Prima di andare avanti…

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