Camminando lungo le vie centrali di Caregan, lo zaino pesante su una spalla, vizio che voleva togliersi ma che la ragazza non ci era mai riuscita, Flavia provava un senso di colpa per il fatto che, nonostante l’impegno di Luca per renderla felice, lei non lo era. Sì, ammise con sé stessa: non era davvero felice.
Povero Luca, a letto ce la metteva tutta, ed era fantastico (come poteva non esserlo, dopo che era stato istruito da Sam?), e anche fuori aveva sempre un pensiero per lei… ma era troppo tranquillo quando indossava i vestiti. Adorava come la sottometteva mentre facevano sesso, come si preoccupasse prima di farla godere, di soddisfare ogni suo bisogno, e poi possedesse il suo corpo con forza e rudezza, scopandola proprio come amava lei, ma quando erano fuori sembrava tramutarsi nella calma fatta ragazzo, con la sua fotografia che sembrava richiedesse ore per preparare uno scatto, la sua passione per quel dannato lago con le onde monotone che si infrangevano su una sponda piatta, priva di imperfezioni e scogli, nemmeno fosse una piscina di dimensioni ciclopiche, e altre attività che l’avrebbero fatta impazzire tanto erano rilassate.
Decise di fermarsi al bar nei pressi della biblioteca, diventato meta dove godersi una bibita come premio quando terminava la sessione di studi. Il campanello sopra la porta suonò annunciando il suo ingresso: all’interno i soliti quattro o cinque irriducibili che, a differenza sua, la verità la cercavano nella feccia sul fondo del bicchiere di rosso invece che in un libro, o, alla presenza delle quattro famiglie reali, tumulavano il loro pomeriggio sotto assi, carichi e fiori; la barista, una donna di una certa età che sembrava fosse stata messa lì controvoglia, la fissò prima di riconoscerla e concederle un sorriso che ben pochi, lì dentro, avevano avuto il piacere di ricevere. Flavia rispose a sua volta con un altro, poi si diresse verso il frigorifero, dove aveva già adocchiato cosa voleva bere: in un bar le bevande costano di più, ma solo lì trovava la sua preferita, tra l’altro anche ghiacciata. Aprì lo sportello, afferrò una Monster Rehab alla pesca, apprezzando il contatto con il metallo freddo della lattina e quando fece per estrarla, sentì una voce femminile alle sue spalle esclamare: «Ah, guarda chi c’è: la traditrice che pensa che avere un ragazzo sia meglio di averne quattro!»
Flavia fu sorpresa quando riconobbe quella voce. Si girò e vide, un paio di tavolini più in là, con la lattina di una birra davanti a sé, quella che fino a pochi giorni prima, considerava la sua unica amica.
Nonostante avesse cercato di mettere un tono di astio nelle parole, Alena le sorrise, poi la sedia dall’altra parte del tavolino si mosse all’indietro, spinta dal piede della ragazza. Flavia non ebbe bisogno di un altro messaggio per andare da lei e sedersi.
«Quant’è piccolo il mondo, Flavia. Non mi aspettavo più di incontrarti di nuovo».
La rossa appoggiò l’energy drink sul tavolino. «Non mi sono mica trasferita in un altro Paese,» spiegò con un’aria di innocenza.
«Già, ma non ti presenti più alle…» la rimproverò bonariamente l’altra, senza aggiungere la parola “orge”.
«Ehm… sì. Come vanno?»
«Adesso a me e Natalia tocca sobbarcarci due maschi arrapati come dei mandrilli invece di uno e un terzo come quando c’eri anche tu,» spiegò. Flavia credette di riconoscere una punta di astio nella voce dell’amica.
«Credevo aveste scelto una nuova… ehm…» disse lei.
«Certo, potrei proporre una specie di “X factor” porno con una decina di ragazze che fanno…» Alena si fermò, pensando un attimo, poi aggiunse, massaggiandosi il lato destro del collo: «Mi sa che qui a Caregan hanno già fatto qualcosa del genere, qualche anno fa, se ricordo bene».
L’attenzione di Flavia fu attratta dal movimento della mano, e solo in quel momento si rese conto che sul collo della ragazza erano presenti dei lividi. Alla rossa non fu necessario un grande sforzo per comprendere che erano i segni che lasciava quello stronzo di Diego quando le possedeva con la sua tipica violenza. Il ricordo le provocò una smorfia che trattenne a stento.
«Però, certo, che se tornassi tu…» continuava, intanto, la bionda, ignara dei pensieri dell’altra.
«Sono fidanzata, adesso, Alena,» rispose Flavia, ma scoprì lei stessa una punta di malinconia che contaminò le sue parole. «Non voglio tradire Luca con i quattro… sarebbe mancargli di rispetto,» spiegò, cercando una scusa per tagliare sul nascere un discorso che l’avrebbe fatta soffrire più di quanto volesse ammettere.
Alena bevve un sorso di birra dalla lattina, la scosse per controllare se vi fosse rimasta qualche goccia, poi, delusa che non emettesse nessun suono, l’appoggiò sulla tovaglia a quadretti bianchi e rossi. «E come va con questo… Luca? Sa…» la ragazza mosse la mano destra appena ma Flavia riconobbe il gesto come la parodia di una penetrazione, «…bene?»
Per qualche motivo che lei stessa non capiva, la ragazza si sentì sotto accusa quando Alena le pose quella domanda. Un po’ come se l’amica stesse incolpando il suo fidanzato di averla portata via da loro, e lei avesse accettato più per fare una ripicca nei loro confronti, quasi che le avessero dato la felicità ma lei non avesse voluto ricambiare in nessun modo scappando quando sarebbe toccato a lei restituire il favore. «Sì, a letto è bravissimo,» rispose, quasi piccata.
L’amica sembrò studiarla per qualche secondo, come se la discrepanza del tono di voce rispetto alle parole che aveva pronunciato fosse la chiave per accedere ai pensieri che Flavia celava nei recessi più profondi del suo cuore. «Ma fuori?» domandò infine.
Quelle due parole ebbero l’effetto di un incantesimo, di un comando come quelli che gli ipnotizzatori usavano sulle loro vittime. La maschera sul volto della rossa si incrinò, poi cadde a terra, mostrando tutta la delusione della ragazza: bastò questo per far comprendere tutto ad Alena.
«Capisco. È successo anche a me, e lui non era nulla di che a letto,» confessò. «È per questo che ho deciso di accettare l’invito di Vittorio, mesi fa, e di diventare una delle loro troie». Fissò Flavia con intensità, come se questo bastasse a farla tornare con loro al capannone.
La cosa non bastò di certo, ma fece vacillare molto la volontà della ragazza, che, per non mettersi a piangere, dovette afferrare il suo Monster, salutare Alena con una voce rotta, lasciare una moneta da due euro sul bancone senza attendere il resto e lo scontrino e uscire. Qui permise alle lacrime di sgorgare mentre correva a casa.
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Un giorno sarò un grande scrittore, ma al momento sono solo un erotomane con una tastiera, molta fantasia, qualche libro di narratologia letto di troppo e un eccesso di autostima. Scene di sesso molto esplicite prossime alla pornografia, politically correct non rilevato.
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