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Erotika
Alabarda degli Astri · Cap. 22
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Capitolo 22 di 29 13 min di lettura

«Vuole mettersi il tuo cazzo tra le sue tette giganti e menartelo fino a quando le spruzzi in faccia?»

L'intesa sessuale tra Carlo e Monica viene intaccata dall'intenzione del ragazzo di portare a termine al meglio il compito che gli è stato affidato dal Capitano Farah. Il litigio potrebbe avere conseguenze tra loro due, e tornare ad odiarsi?

William Kasanova
2 mesi fa · 1.1k letture · 0

Lei è a bocca aperta, i suoi occhi brillano come quando mi insultava prima che diventasse la mia amante. Sospira e solleva le mani. «Carlo, stammi a sentire: quello che stiamo facendo, come ha detto, giustamente, Terrence, è un cazzo di prototipo. Ogni volta che aggiungiamo qualcosa alla rete, qualcos’altro smette di funzionare, o comincia a comportarsi in modo strano.» Si interrompe e mi fissa. «Siamo tutti tecnici delle reti neurali, ma abbiamo sempre lavorato o nei cantieri o, tipo Sasha, in una centrale sperimentale per l’intelligenza artificiale basata sulle reti neurali. C’è un attimo di differenza tra il cablare un grattacielo e cablare un’astronave da guerra.»

Metto le mani ai fianchi. «Cosa? Pensi che non si siano organizzati per una sperimentazione nello spazio?»

Monica allarga le braccia. «Cazzo, no! Siamo su una nave che ha quarant’anni, che non ha nemmeno le ultime tecnologie informatiche presenti sulle classi di vascelli più moderni. Gomez voleva passare per quello che ha sperimentato le reti neurali nello spazio e fatto il bene dell’umanità, ma serve una nave apposta per questo!»

La gola è secca e lo stomaco mi ribolle. Stringo una mano. «Monica… questa può passare per insubordinazione!»

Lei emette un gemito. «Carlo, apri gli occhi! Stiamo cablando un computer quantico basato sulla sintovita in un angolo del ponte motori di una nave più vecchia di metà dell’equipaggio! Cazzo, i gabinetti chimici che usavo nei cantieri sono più puliti di certe paratie di questo ponte!»

«Monica… dobbiamo essere pronti ad un altro attacco dei thalassiani. Le reti neurali ci permetterebbero di—»

La ragazza apre le braccia e alza gli occhi verso il soffitto. «Carlo… Sono quarant’anni che non sappiamo più nulla dei thalassiani. Prima della guerra lampo nemmeno era provata la loro esistenza, o non avrebbero mandato una flotta nel sistema in cui c’è una loro colonia. Praticamente, il novantanove per cento di quello che conosciamo di loro lo abbiamo appreso nei due anni passati a convincerli che non avevamo intenzione di muovere guerra contro di loro. Da allora non sappiamo più niente di loro: possono essere trascesi a un livello esistenziale superiore. O la loro società è collassata e adesso si tirano addosso sassi per accaparrarsi il cadavere di una pantegana a sei zampe morta di peste.»

Come fa a non capire? «E se, invece, avessero passato il tempo a prepararsi ad attaccarci? Cosa faremmo?»

«Un cazzo! Hanno spazzato via una flotta di venti navi in dieci minuti e messo sotto assedio la colonia di Borg su Wolf 359 due ore dopo! Noi abbiamo impiegato tre settimane solo per andare dall’orbita terrestre a quella di Nettuno per poter effettuare il salto iperspaziale, e vuoi fare qualcosa a gente che nello stesso tempo arriva dall’altra parte della galassia?»

Il fiato mi passa tra i denti scoperti dalle labbra. «Monica, non permetterti di—»

La porta chiusa sbatte. Voltiamo la testa entrambi nella sua direzione.

«Ehi, vi siete chiusi dentro?» La voce è quella del Capo Scott.

Il cuore mi balza in gola. «Merda…» Mi abbasso, afferro i pantaloni e li allaccio.

Faccio un cenno a Monica. «Vai ad aprire!»

Lei gira attorno al tavolo e io mi tolgo la maglia da sotto le braghe e la liscio.

La ragazza apre la porta. «Buongiorno, Capo.»

Lo sguardo dell’uomo si sposta dalla mia assistente a me. I suoi occhi mi scrutano da sotto i cespugli rossi che ha al posto delle sopracciglia. Starà sospettando cosa eravamo intenti a fare – sesso, non tanto litigare -?

«Signore.» Mi manca il fiato. Lui forse può dire qualcosa a Monica, convincerla a smetterla di dire cazzate e mettersi a lavorare per il bene dell’umanità e, anche, del resto della squadra.

«Spero di non aver interrotto nulla.» Gli occhi di Capo Scott si socchiudono.

«No… nulla di importante.» Stringo una mano. «Stavamo… discutendo.»

Qualcosa che assomiglia a un sorriso inarca le labbra dell’uomo. Non è qualcosa che ricordi di avergli mai visto in faccia. «Discutete con la porta chiusa.»

Monica mi lancia un’occhiata che sembra una scudisciata. «Sì. In certi casi, sì.»

Annuisco all’uomo. «Certe… disparità di opinione è meglio se restano tra me e Hayden e non intacchino il resto del gruppo.»

Capo Scott si appoggia con le mani sul tavolo. Ha le dimensioni di un orso, e anche le mani sembrano più adatte a spazzare via nemici che a tenere in mano cacciaviti. «Un’ottima idea non discutere davanti agli altri. Anche perché ero passato a farvi i complimenti per come la vostra squadra sta operando nell’ultimo periodo. Mi fa piacere che siano così uniti nel raggiungere il funzionamento delle armi prima del test di martedì.»

Il complimento mi stringe il petto. «Grazie.» Se solo sapesse del motivo del litigio…

Monica abbassa lo sguardo. «Grazie, Capo.»

Le braccia di Capo Scott sono più grosse delle mie cosce. Saprebbe sradicare il tavolo dal pavimento con uno sforzo minimo. «Confido che i problemi sulla rete siano già stati risolti.» L’uomo guarda Monica.

La testa della ragazza si ritrae di qualche centimetro tra le spalle. «Qua… quasi.» Il seno smette si muoversi per qualche istante, poi Monica riprende a respirare. Sembra sul punto di farsela addosso. «C’è un problema al nodo 52…»

Capo Scott non stacca lo sguardo da Monica e non dice una parola. Il silenzio è tale che il mio respiro rimbomba nella mia testa.

«…e il nodo 37.» La voce di Monica è appena un sussurro. Sembra stia confessando un crimine da ergastolo.

Mi sto sentendo male per lei. Ci siamo appena urlati addosso ma voglio stringerla e prometterle che non succederà mai più nulla di simile.

Capo Scott annuisce. La cicatrice luccica tra le rughe del volto. «Sono certo che i problemi verranno risolti il prima possibile.»

La ragazza si stringe tra le spalle. Mi meraviglio di non vedere un alone scuro allungarsi sulle gambe dei suoi pantaloni: la mia vescica si sta per liberare, e non sono nemmeno quello sotto lo sguardo del responsabile del ponte motori. Monica muove appena la testa avanti e indietro. «Sì…»

Capo Scott si solleva dalla sua posizione protesa avanti. «Molto bene.» Si volta e si avvicina alla porta. La sua mano si appoggia sulla maniglia, la stringe facendola scomparire nella morsa delle sue dita, ma si volta verso di me. «Carlo, continua a far lavorare la tua squadra così, e martedì avremo fatto un passo avanti nella storia dell’umanità.»

Lo sguardo bonario dell’uomo mi inchioda più di quello assassino del Voraxii un attimo prima che cercasse di uccidermi.  Mi sto pisciando addosso? Non oso distrarmi.

«Sì,» dico. O forse non esce nessuna parola dalle mie labbra che si muovono.

«Ottimo.» Capo Scott apre porta. «Vi lascio tornare alla vostra… discussione.» Supera l’uscio e se lo chiude alle spalle, il suono della serratura che scatta sembra cancellare ogni altro suono nella stanza.

Mi sento peggio pure di quella volta che il Capo ha minacciato di rispedirci sulla Terra se non avessimo rispettato le scadenze, una vita fa. Monica mi guarda, la sua espressione da zoccola che vuole approfittare del fatto di avere una figa in mezzo alle gambe è scomparsa, così come quella polemica sull’inutilità del collaudo delle reti neurali. La sua pelle sembra pallida, quasi verde.

Ha le braccia incrociate sul petto, quasi si vergogni dei grossi seni che riempiono l’uniforme. O voglia abbracciarsi da sola per rassicurarsi. La sua voce è appena udibile. «Vado a vedere come procede la squadra.»

Annuisco. «E vedi di far funzionare i nodi… Quali hai detto che sono?»

Lei abbassa gli occhi. Si stringe un braccio con una mano. «Trentasette e cinquantadue.»

«Mh…» Sarà meglio controllarli di persona… Le faccio un cenno con la testa.

Monica non pronuncia una parola ed esce.

Inspiro a fondo e fisso il tavolo olografico. Se mi immergo nel lavoro, magari mi passa questo bisogno di vomitare…


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Un giorno sarò un grande scrittore, ma al momento sono solo un erotomane con una tastiera, molta fantasia, qualche libro di narratologia letto di troppo e un eccesso di autostima. Scene di sesso molto esplicite prossime alla pornografia, politically correct non rilevato.

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