Capitolo 23 - "Scopami fino a sfondarmi, Carlo! Sono la tua troia!"
L'eccitazione di Carlo di stare accanto al Capitano Farah, la sua amante quasi segreta, si fonde nella tensione del test delle armi, con il rischio che un errore possa fargli perdere la possibilità di avere nuovi rapporti sessuali con la donna.
1 ora fa
La mia fantasia che la plancia di un’astronave sia rumorosa, con gente che urla e corre da una parte all’altra in preda al panico, si sta rivelando quello che è: una fantasia. Nella mezz’ora che sono qui, quello che si è mosso di più di tutti sulle sue gambe sono io, oltre ad Amir— al Capitano.
In mezzo agli altri devo chiamarla Capitano Farah!
Il ponte di comando della Alabarda degli Astri non è più grande del mio alloggio, con una dozzina di persone sedute davanti a console divise in due file. La sedia del capitano e del suo secondo sono subito dietro, e alle loro spalle ci sono la postazione tattica di tiro e quella delle difese. Diversi schermi olografici compaiono davanti alle poltroncine dei due superiori, illuminando la zona di un lucore azzurrognolo.
Mi passo una mano sudata sul lato di un pantalone. Ormai dev’esserci una macchia a furia di asciugarmela. Il problema sono le gocce che mi scivolano lungo la colonna vertebrale, che sembrano passare per ogni punto sensibile della mia schiena, soprattutto quelli che non raggiungo con la mano o che è meglio non farlo di fronte ad un pubblico.
«Ingegnere Cadetto Clerici…»
Sussulto alla voce di Am… del Capitano Farah. Riprendo al volo il tablet che mi stava sfuggendo da una mano. «Sì, Capitano?»
Lo sguardo della donna non lascia passare la minima emozione mentre mi guarda. Fatico a credere sia la stessa a cui, un paio di settimane fa, tenevo la testa contro il cuscino, il cazzo nella sua figa, la sua voce che urlava: "Scopami fino a sfondarmi, Carlo! Sono la tua troia!". O che una manciata di giorni fa mi stava per fare una sega...
L’odore acido della mia cappella in erezione che sale dai miei pantaloni mi blocca il fiato.
Lei non sembra farci caso. Non escludo che chiunque, qui dentro, sia eccitato quanto me nel vederla.
«Clerici, tra pochi attimi saremo pronti a lanciare i droni bersaglio.» Incredibile come la sua voce sia totalmente differente rispetto a quando lei è a contatto con i miei genitali. «La prego di contattare la sua squadra e chiedere loro di effettuare gli ultimi, eventuali controlli.»
Una nuova goccia di sudore scivola lungo la schiena e si fa una sosta sul mio coccige. «Certo.» Sollevo il tablet e chiamo Monica. Lei compare sullo schermo. Una striscia scura, forse liquido ad alta densità di lipidi o olio motore, le macchia una tempia. Da quando il Capo Scott ha fatto la sua entrata, l’altro giorno, ha lavorato senza fiatare. «Siete a posto? Stiamo per iniziare il test.»
La mia seconda annuisce e si passa una mano sopra un occhio: la macchia si allunga. «Tutto nei range operativi programmati.»
La richiesta di sapere se anche il nodo 37 è “nel range operativo programmato” mi si blocca in gola. Non voglio che in plancia si sappia che abbiamo avuto problemi con il progetto per il quale siamo stati assunti. Il nodo 37 e il 52 li ho controllati personalmente, e ogni led diagnostico era sul verde. «Va bene.» Lascio uscire il fiato con l’apprensione che mi stringe il petto. «Preparatevi.»
Monica solleva una mano al suo fianco: indice e medio sono incrociati. Non è meno agitata di me, e, nonostante la sua idea idiota che tutto questo sia una perdita di tempo e risorse, anche a lei piacerebbe avere un alloggio più grande e cibo migliore, come promesso da Farah.
Oltre a continuare ad essere la mia amante, se tutto andrà bene.
E tutto andrà bene!
Appoggio il tablet in un angolo della larga console di tiro, dove non dovrebbe dare fastidio all’operatore e dove non ci sono luci che lampeggiano o schermi con grafici o sfilze di numeri, così da tenere sott’occhio le attività nel ponte motori.
Faccio un cenno di assenso a Farah. Un angolo delle sue labbra si solleva di un mezzo millimetro?
«Molto bene.» La donna si rivolge all’uomo biondo che siede accanto a noi, con gli occhi più chiari che abbia mai visto. Mostra trent’anni e ha una collezione di tatuaggi che mi fanno venire in mente i Vichinghi sul dorso della mano destra. «Signor Bielke, possiamo procedere.»
«Sì, Capitano.» L’uomo si allunga sulla console e preme un paio di icone dalla forma strana, forse create lui per avviare un programma che ha scritto di persona. «Test iniziato.»
Uno schermo olografico compare davanti a noi, mostrando lo spazio con una stella più grande nelle vicinanze e la striscia luminosa della Via Lattea in un lato. Una decina di cubi lampeggianti sfrecciano dalla parte inferiore dell’immagine verso il centro, rimpicciolendosi per la distanza che stanno coprendo.
Bielke tocca un segnale olografico che si scompone in una serie di altre icone. Diventano verdi una dopo l’altra. «Droni bersaglio in posizione.»
«Molto bene.» Il Capitano annuisce e si appoggia con una mano alla console e con l’altra allo schienale di Bielke. Quasi gli sbatte in faccia le tette: gli occhi dell’uomo si sgranano un po’, è evidente lo sforzo di non distogliere lo sguardo dalle informazioni che scorrono sugli schermi. «Prepari le armi.»
I disegni stilizzati delle armi fisiche dell’Alabarda degli Astri compaiono in una striscia olografica laterale: le quattro micro-railgun di precisione, le due railgun medie e la Lancia Relativistica, un cannone magnetico lungo quasi quanto l’intera nave e che spara ad un ventesimo della velocità della luce sfere di metallo. Una bestia di arma letale ma praticamente inutilizzabile contro qualsiasi cosa sia più piccola e veloce di una stazione orbitale in posizione geosincrona.
L’uso delle reti neurali, non lo dice nessuno ad alta voce ma lo pensa chiunque, potrebbe rendere la Lancia Relativistica l’arma di attacco più potente nell’intero arsenale umano, utile anche durante battaglie campali e non solo cento metri di tubo da lucidare una volta alla settimana come punizione per chi ha lavorato troppo poco secondo i criteri del Capo Scott.
I disegni dei cannoni diventano verdi, tranne la Lancia Relativistica che è ancora al 32%.
Bielke solleva gli occhi dalla console e li punta sul volto di Amira senza soffermarsi troppo sulle due grosse bocce. Come diamine ci riesce? «Armi cariche.»
Mi asciugo di nuovo la mano sui pantaloni e lancio un’occhiata al tablet. Monica appare più tranquilla di me. Abbiamo fatto un buon lavoro, non ho nulla di cui preoccuparmi.
Il cuore continua a battermi nelle orecchie.
Amira annuisce alle parole dell’addetto alle armi. «Faccia fuoco.»
L’uomo preme il primo disegno delle armi, una mini-railgun. «Bersaglio fisso a 3.000 metri, stazionario. Fuoco.» Lo schermo che mostra lo spazio cambia inquadratura e diventa bianco per un istante, poi torna a mostrare le stelle. Per un istante ne compare una nuova che si affievolisce nel giro di qualche istante.
«Drone colpito al quarto colpo.»
Mi si mozza il fiato. Quarto colpo? Sono… sono tanti?
Deglutisco. «È… è andato bene?»
«Ottimo.» Amira non si muove di un millimetro dalla sua posizione a tette penzolanti.
Bielke scuote la testa. «Mai visto nulla di simile. A quella distanza, il computer di tiro precedente starebbe ancora cercando di colpire il drone.»
Mi mordo le labbra per non mettermi ad urlare. Stringo i pugni, incapace di trattenere la gioia: le reti neurali stanno funzionando davvero!
La voce di Amira è come una secchiata d’acqua gelida. «Secondo tentativo.»
La voglia di saltare per la plancia mi passa. Siamo solo ad un settimo delle armi da testare. Il petto si svuota e le spalle si abbassano.
«Bersaglio a 3.000 metri, in movimento. Fuoco.»
La successione di lampi nella nuova inquadratura dura almeno il doppio della precedente. Troppo per il mio cuore che resta fermo per tutto il tempo.
«Drone colpito al settimo colpo.» La voce soddisfatta dell’addetto alle armi mi permette di non chiedere com’è andata.
Amira scosta appena la testa dagli schermi olografici e mi rivolge un sorriso con lo sguardo. È soddisfatta di come sta procedendo il test! I miei ingegneri accederanno alla mensa degli ufficiali, dormiranno in alloggi migliori, godranno di una paga che non hanno mai nemmeno immaginato prima.
Passo gli occhi sul corpo perfetto di Amira, appoggiata alla console, con le tette che pendono e il culo fuori. Il cazzo mi si irrigidisce: sarà mia ogni volta che ne avrò voglia… e la prima volta la voglio scopare proprio in questa posizione, le mani a stringerle le tette e la cappella che scivola nella sua figa bagnata e calda.
Ancora cinque colpi di cannone che vanno a segno, e poi sarò ad usare il mio missile di carne dentro ogni buco della troia…
⁂
«Colpito. Al primo colpo.»
La voce dell’addetto alle armi mi distrae dal contemplare il culo di Amira. La donna si è alzata dalla sua posizione piegata e ne ha assunta una eretta, sempre alle spalle dell’uomo, come un’insegnante che controlla se stai svolgendo correttamente il compito in classe.
Il resto degli ufficiali non si sono mossi dalle loro postazioni, non hanno bisbigliato una sola volta, fissando i loro schermi se non per lanciare veloci occhiate verso di noi, di tanto in tanto. Mi chiedo se guardano il capo degli ingegneri che stanno provando a fare il balzo in avanti nella tecnologia umana, o le tette del Capitano.
I due seni di Amira distorcono la parte superiore dell’uniforme, non escluderei modificata per contenere quel ben di dio. Il cazzo prude al ricordo di quando li avevo tra le mie mani, li schiacciavo, li palpavo… espiro con il naso e chiudo gli occhi.
La voce della donna è ben più tesa di quando ci rotolavamo nelle lenzuola del suo letto. «Passiamo alla Lancia Relativistica.»
Apro gli occhi. Dai, facciamo anche l’ultimo e leviamoci il pensiero. Finora il test è andato bene, non come l’avevo immaginato, ma il sistema di armi della Alabarda degli Astri ha avuto un upgrade notevole.
Amira mi guarda e annuisce. Gli occhi sono socchiusi come quando mi ha proposto la prima volta di fare sesso, e la settimana scorsa quando la sua mano si muoveva lungo l’asta rigida del mio cazzo.
Chiudo i muscoli alla base del cazzo per fermare l’inondazione di precoito che sto per sborrare nelle mutande. Una sensazione di piacere scivola fuori lo stesso.
Le gambe sono stanche come dopo ore di sport, le spalle mi dolgono per la pressione del test, ma la giornata sta procedendo sempre meglio. E, questa sera, Amira sarà mia, la possederò ancora nel suo letto.
«Drone bersaglio a ventimila metri.» Bielke legge i dati sulla console. «Movimento rettilineo a cinquanta metri al secondo.»
«Per questo primo esperimento, direi che possiamo anche usare il drone stazionario.» Amira mi lancia un’occhiata e sorride. Mi sta aiutando?
Lo sta facendo perché mi vuole nel suo letto?
Rispondo con un sorriso a mia volta. Lascio andare i muscoli dell’inguine e la tensione sembra spazzata via dal precoito che es—
«L’arma non risponde al comando.»
Il cuore mi si blocca, un brivido gelido quanto il refrigerante dei magneti della Lancia Relativistica mi sconquassa la schiena e le viscere. Ora è l’ano che devo tenere serrato. Parlo ma non escono parole dalla bocca. Mi schiarisco la gola. «Cosa sta succedendo?»
Lo sguardo di Amira, fisso sulla console, è diventato duro, l’addetto alle armi fa muovere le sue mani tatuate sui tasti. «Sembra che non ci sia un collegamento con la Lancia, come se fosse offline rispetto al computer.»
Un brusio appena udibile si solleva dal resto della plancia: quei bastardi aspettavano solo che sbagliassi. Che non debba scoparmi Amira di nuovo.
I nodi 37 e 52 erano guasti! Li abbiamo riparati? Sì, ho controllato io stesso!
Monica, sullo schermo del tablet, si guarda attorno e parla con qualcuno. Lo sfondo è cambiato, si muove per il ponte a controllare portandosi dietro la telecamera.
È stata lei! È colpa sua! Mi ha nascosto qualcosa per farmi fallire il test! Diceva che non aveva senso, e l’ha fatto fall— Non vuole che io scopi Amira, e ci ha fatto rimettere tutti!
Bielke traffica come una scimmia sulla console, come se potesse risolvere un problema hardware premendo tasti a caso. Amira lo guarda con un’annoiata curiosità, volta lo sguardo verso di me.
Sa che solo io posso risolvere la questione.
Mi spingo lontano dalla console con una mano. «Vado a vedere!»
Corro fuori dalla plancia e mi lancio lungo il corridoio verso l’ascensore schivando un ufficiale che si sta dirigendo nella direzione opposta. Premo il pulsante del ponte motori.
«Ehi, aspetta!» Una donna con l’uniforme bianca da medico mi fa segno con la mano. «Aspetta, scendo anch’io in inferm—»
La sua figura scompare tra le porte scorrevoli che si chiudono. «Non c’è tempo!»
L’apertura è appena sufficiente a farmi passare di lato che mi lancio fuori dall’ascensore. L’odore di olio motore e di metallo sotto sforzo mi schiaffeggia le narici. Un paio di ingegneri alzano la testa dai tablet che stanno controllando e si fanno da parte per farmi passare.
Il Capo Scott mi segue con lo sguardo ma non mi fermo a salutare. Imbocco il corridoio che porta alla sezione a noi adibita.
Quasi abbatto con il mio peso la porta della stanza dove sono assiepati tutti i miei collaboratori. Con la mano ancora sulla maniglia, solo il fiato corto mi impedisce di mettermi ad urlare.
Monica è in piedi accanto a Terrence, in ginocchio davanti al nodo 49, aperto, tre led su quattro sono rossi. La mia seconda e il ragazzo voltano la testa verso di me, gli occhi spalancati per il colpo della porta che si spalanca. Un altro paio di persone sono nelle vicinanze, tutti hanno interrotto il loro lavoro e mi fissano.
«Cosa… sta suc… succedendo?» Ho la bocca riarsa dalla corsa. Mi tolgo una goccia di sudore sulla punta del naso con il retro di una mano. Avanzo verso i due.
Monica è tranquilla come se non stesse accadendo un disastro. «Le sinapsi del ramo 49D si sono depolarizzate e lo scarico dei neurotrasmettitori si è interrotta.» Indica con la mano in cui impugna un pennino un tratto di paratie tra il nodo dove siamo noi e quello che sta controllando Sasha, un paio di metri più a destra. «Stiamo misurando la permeabilità osmotica delle membrane cellulari dei…»
Depolarizzazione? Sta scherzando? Non è mai successo nulla di simile quando lavoravo nei cantieri, e la goffaggine di Michele me ne ha fatti risolvere di casini assurdi. Com’è possibile che ci siano dei problemi simili in un ambiente protetto e sicuro come un’astronave?
Terrence si schiarisce la gola per richiamare Monica e indicarle qualcosa sul display dell’analizzatore che ha in mano… Certo, Monica e Terrence, i due che meno credono all’esperimento: a lui non importa minimamente dei vantaggi promessi da Amira per i mie collaboratori in caso di successo, lei denigra i nostri sforzi perché ritiene che sperimentare sulla Alabarda degli Astri sia inutile perché non è l’astronave più adatta… i due maledetti si sono messi d’accordo per mandare all’aria tutto il nostro lavoro.
Stringo i pugni fino a sentire male alle dita. Bastardi. Hanno sabotato il nodo!
Metto una mano sulla spalla di Monica e la sposto. Lei fa qualche passo di lato per mantenere l’equilibrio e mi fissa con rabbia. «Ehi!»
Mi inginocchio accanto a Terrence. «Levati dai coglioni!»
Il ragazzo si alza e si allontana di qualche metro. «Ma che modi…»
Vattene a cagare.
Afferro l’analizzatore: la lista di ormoni e neurotrasmettitori è completamente fuori scala. Hanno fatto un bel casino. Proprio un bel casino.
Mi volto verso Sasha, l’unica di cui mi possa fidare. «Sasha, portami 50 cc di Nuroxin e…» La mente sembra coperta da una foschia che nasconde ogni mio ricordo e i pensieri sono rallentati. «…e 10 cc… no, 15 cc di Borrogon rosso.»
Lei mi guarda a occhi granati.
La fulmino con lo sguardo. «Muoviti!»
Sasha scatta verso la cassetta con le soluzioni e inizia a cercare i prodotti che ho chiesto.
«Carlo,» la voce di Monica è un sussurro per non farsi sentire dagli altri, per quanto una nota di allarme sia ben presente, «15 cc di Borrogon rischiano di causare uno shock al ramo…»
Mi volto verso di lei, che stringe il tablet con entrambe le mani. Simula bene la preoccupazione. La ignoro e prendo la siringa che Sasha mi porge. La sua espressione non è diversa da quella della mia vice.
Infilo il beccuccio nell’incavo del nodo tra i led e premo lo stantuffo pneumatico. Le sfere blu che circondano il fascio di nervi si arrossano appena prima di tornare al colore originale. I led diventano tutti verdi.
Premo il tasto del comunicatore sulla spalla e contatto il ponte di comando. «La Lancia è pronta.»
Il minuscolo altoparlante non riesce a tradurre in suono tutta la delusione che Amira mette nella sua voce. «Ben fatto.»
Le forze mi mancano, il cuore mi batte nelle tempie e il calore sotto l’uniforme esce dallo scollo come una ventata acre. Mi lascio cadere seduto a terra.
L’astronave è scossa da un tremito. Sasha si appoggia con una mano alla paratia accanto a sé e solleva lo sguardo verso il soffitto. «Ha sparato?»
Terrence, anche lui con il naso alzato, annuisce. «Sì.» Monica è subito dietro.
Stringo tra le dita la siringa. Non è certo grazie a voi due se il cannone ha sparato.
Un led del nodo diventa rosso, un altro segue lo stesso destino.
Sasha si inginocchia accanto a me. Sta per dire qualcosa, mi lancia un’occhiata ma tace. Si solleva in piedi e non dice nulla.
Monica emette un gemito, ha il tablet sollevato all’altezza dei seni come a proteggersi.
Terrence mi fissa con rabbia. Si alza in piedi e si allontana di qualche metro. Raggiunge il nodo accanto e lo controlla. «Un paio di led stanno diventando rossi anche qui.»
La mia seconda sospira con il naso, le labbra le si stringono in un’espressione di disappunto. Ha capito che il mio intervento sta distruggendo il ramo di nervi tra i due nodi. «Dovremo sostituirlo.»
Cos’altro potevo fare? Avete fatto, nella migliore delle ipotesi, un lavoro da schifo. Nella migliore delle ipotesi… Il test doveva concludersi con tutti i cannoni che sparavano, e ho fatto il possibile perché accadesse.
Mi appoggio ad una mano e mi sollevo in piedi. Le gambe sembrano incapaci di sostenermi.
L’espressione di Monica è la stessa di Terrence, con due o tre rughe tra le sopracciglia e lo sguardo che passa da me ai led dei nodi che stanno diventando tutti rossi
Li fisso a mia volta, prima uno e poi l’altra. «Il ramo deve essere sostituito.»
Monica abbassa il tablet e apre le labbra per parlare. Per polemizzare. La precedo. «Lo farò io. Io e Sasha.»
La mia seconda scocca uno sguardo di fuoco alla ragazza, poi torna a me. La rabbia le brucia negli occhi. Sì, stronza, stai per essere destituita dalla tua posizione di comando. E se scopro che hai deliberatamente sabotato il test ti faccio rispedire sulla Terra a lavorare nei cantieri. Tu e il tuo amico Terrence.
Sempre ammesso che Amira voglia ancora parlarmi…
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