Capitolo 22 - «Vuole mettersi il tuo cazzo tra le sue tette giganti e menartelo fino a quando le spruzzi in faccia?»
L'intesa sessuale tra Carlo e Monica viene intaccata dall'intenzione del ragazzo di portare a termine al meglio il compito che gli è stato affidato dal Capitano Farah. Il litigio potrebbe avere conseguenze tra loro due, e tornare ad odiarsi?
7 ore fa
«…e per questo motivo, la rete neurale che controllerà le armi della Alabarda degli Astri dovrà essere perfetta.»
Passo a rassegna i volti dei giovani ingegneri dall’altra parte del tavolo olografico. Sasha ha la schiena dritta e annuisce appena, pronta a rimettersi al lavoro; le spalle di Gabriel e Terrence, invece, sono abbassate e i loro sguardi vagano per il laboratorio.
Monica non ascolta nemmeno. È appoggiata con il sedere alla scrivania alle spalle del resto della squadra e si fissa le unghie. Gira la mano e sembra appassionarsi al cambio all’iridescenza dello smalto a seconda di come la luce lo colpisce.
Mi trattengo dallo scuotere la testa. Avrei dovuto chiedere Sasha come seconda, non Monica.
Ma Sasha si inginocchierebbe come Monica, si prenderebbe in bocca il mio cazzo e lo… Sbatto gli occhi e scuoto davvero la testa, questa volta. Che razza di pensiero sto avendo?
Torrance sospira e sembra afflosciarsi. La spinta a lavorare data dal mio nuovo status di cacciatore di alieni sembra aver già terminato l’effetto su di lui. «Abbiamo capito che siamo qui a fare questo, ma è un prototipo quello che stiamo costruendo, quindi ci saranno dei difetti che…»
La manata sul tavolo è così violenta che tutti sobbalzano. Monica mi fissa a occhi sgranati senza aver sciolto le braccia strette sotto il seno. «No, cazzo!» Mando giù un bicchiere di saliva che stava per uscirmi dalle labbra con l’imprecazione. «No, la rete deve funzionare al primo tentativo!»
Terrence guarda la mia mano dolorante come se sul tavolo avessi gettato una bomba e non fosse sicuro sia innescata o meno. Apre la bocca ma è come se avesse paura che il suono della sua voce possa farla deflagrare.
Stringo la mano, il palmo mi va a fuoco. Il cuore mi batte nelle orecchie, la rabbia ribolle nelle mie vene. Espiro una molecola di aria alla volta, riempio i polmoni con la stessa velocità. «Ripeto: il Capitano Amira ha promesso ad ognuno di voi una paga migliore, una cifra che nessuno di voi ha mai visto quando era sulla Terra, la possibilità di accedere alla mensa degli ufficiali…»
Gabriel si lecca i baffetti. «Cibo vero invece di roba liofilizzata?»
«…e alloggi privati.» Sposto lo sguardo su Sasha, che sorride a quella idea. Qualche settimana fa, mentre stavamo facendo una pausa caffè e io provavo a conoscere meglio i componenti del mio gruppo, lei si era lasciata scappare che la sua coinquilina, una bisessuale con le mani troppo lunghe, le stava troppo vicino e cercava spesso il contatto fisico. Sasha è una ragazza silenziosa che ama la tranquillità e pensare: starsene da sola, quand’è fuori dal lavoro, andrebbe solo a suo vantaggio. E del progetto.
Torrence, invece, non sembra affatto interessato a cose simili. Lui, a quanto pare, sognava di essere un astronauta ed eccolo qui, sulla Alabarda degli Astri, a fare il minimo indispensabile per non essere rispedito sulla Terra a pedate nel culo.
Potrei usare – aizzare - il resto della squadra per spingerlo a fare di meglio? Non è da escludere che saranno loro stessi a parlargli anche senza che io li spinga a farlo.
Monica mi rivolge un mezzo sorriso. Lo aveva sempre quando mi prendeva in giro, prima che diventasse la mia amante. Cosa vuole? Devo convincere anche lei a mettere più impegno nel lavoro?
Faccio un cenno ai miei ingegneri. «Tornate al lavoro e comunicare ad Hayden ogni problema appena si presenta.»
Una serie di consensi si sollevano dal gruppo che inizia a uscire dallo stanzone diretti alle loro posizioni. Mi auguro che ognuno di loro dia il meglio di sé per il funzionamento della rete.
Monica si stacca con il culo dal tavolo con una spinta e scioglie le braccia. Raggiunge la porta ma, invece di seguire gli altri, la chiude a chiave e si volta verso di me.
Il sorriso di prima ricompare sulle sue labbra. «Dimmi, Carlo…» Si avvicina e si pone tra me e il tavolo olografico. «Il Capitano Farah ha promesso ai tuoi sottoposti cibo, alloggi e paga migliori…» Allunga una mano e mi afferra il pacco con delicatezza. Le dita si muovono per accarezzare attraverso il tessuto dei pantaloni l’erezione che si sta gonfiando. «Ma a te cos’ha promesso se tutto funziona al primo colpo?» Con l’altra mano si gratta il mento. «Mhm… cosa mai potrebbe prometterti una zoccola come quella?» La mano della ragazza si ferma e stringe il mio cazzo.
Un prurito si irradia lungo l’asta in erezione, e non so se è per la mano di Monica o il ricordo di ieri sera, nell’alloggio di Amira, quando l’arrivo di Nao ha interrotto sul più bello la sega che il Capitano mi stava praticando. «Nulla… cioè, Am… il Capitano Farah non mi ha promesso nulla di differente da quello che otterreste voi.»
Monica socchiude gli occhi: sembra leggermi nella mente o nell’anima. O, più semplicemente, non è stupida. È pigra, svogliata, approfittatrice, infame, una troia fatta e finita… ma non è stupida. «Curioso come chiunque altro sulla nave chiami quella tettona Farah, mentre tu sei solito usare il suo nome.» La mano scivola dal mio pacco al bottone dei pantaloni. Me li ha slacciati tante di quelle volte che riesce a farlo con una mano sola: il bottone esce dall’asola con l’uso di sole due dita. «Mi chiedo se usavi il suo nome anche quando la stavi scopando dopo che ti ha invitato a cena…»
Sempre con una mano sola, Monica abbassa la cerniera e fa scendere i pantaloni sulle mie scarpe.
Il cazzo è prossimo alla sua massima estensione, riempie le mutande fino quasi a uscire con la punta dall’elastico superiore. L’erezione ha lo stesso effetto sul mio morale che ha stirarsi i muscoli.
Apro la bocca e respiro a fondo, la nebbia che sta calando nella mia mente si dirada un po’. Non è questo il momento di perdersi in una scopata con – una che ha la metà delle tette di Amira – Monica.
La ragazza si accoscia e avvicina il viso al mio inguine. Allunga una mano verso la mia erezione che tira il tessuto delle mutande.
Afferro il suo polso. Il cuore batte nelle mie orecchie. Sto per dirlo davvero? «Non… non è il momento per questo, Monica.»
I suoi occhi passano dalla mano che la ferma alla mia faccia. Mi fissa come se avessi parlato in qualche lingua aliena. Come se l’avessi insultata in lingua aliena. «Cosa?»
«Sì, Monica…» La voce mi esce da qualche cavità del busto che non dev’essere sotto il mio controllo razionale. «Non abbiamo il tempo per scopare.» Non stacco lo sguardo da quello sbigottito della ragazza. «Dobbiamo lavorare.»
La sua espressione confusa si scioglie in un sorriso. «Stai scherzando.»
«No.»
Il sorriso di indurisce, le labbra si chiudono e un paio di rughe compaiono tra le sopracciglia abbassate. «Quella bagascia tettona che cosa ti ha promesso?» Si alza di scatto, senza il movimento lento e sensuale che usa dopo i pompini che mi fa qui dentro. Si stringe le braccia sotto il seno. «Di nuovo sesso?» Fa una smorfia, come se quella parola, riferita ad un’altra donna, potesse avere un pessimo sapore. «Magari… oh! Ha promesso di mettersi il tuo cazzo tra le sue tette giganti e menartelo fino a quando le spruzzi in faccia.»
Il ricordo di quando Amira lo aveva fatto davvero durante la nostra notte di fuoco prova a scalfire l’espressione impassibile che mi sono messo in faccia. Non posso impedire al cazzo di prudere. «Non fare la bambina, Monica. Siamo qui per lavorare.»
«Certo, “lavorare”.» Il suo labbro superiore si solleva come se annusasse un odore pestilenziale. «Di solito ti lavori il mio culo, prima di “lavorare”, ma oggi hai voglia di fare il rompicoglioni.»
Espiro con il naso la rabbia che mi sta crescendo dentro. La ragazza basa la sua carriera nella squadra usando il sesso per manipolarmi e fare il meno possibile, ma oggi la cosa non sta funzionando. Già si sente in competizione diretta con Ekaterina, che mi permetterà di raggiungere il livello massimo della società, se poi deve trovarsi contro anche Amira, che è letteralmente il vertice della scala gerarchica della Alabarda degli Astri. Aprire le gambe le servirà un po’ poco, se altre due lo fanno già e sono molto sopra di lei nella scala gerarchica.
«Senti, Monica, oggi e nei prossimi giorni andrà così: dovremo tutti quanti metterci d’impegno perché la rete neurale sia perfettamente funzionante per il test.»
Lei è a bocca aperta, i suoi occhi brillano come quando mi insultava prima che diventasse la mia amante. Sospira e solleva le mani. «Carlo, stammi a sentire: quello che stiamo facendo, come ha detto, giustamente, Terrence, è un cazzo di prototipo. Ogni volta che aggiungiamo qualcosa alla rete, qualcos’altro smette di funzionare, o comincia a comportarsi in modo strano.» Si interrompe e mi fissa. «Siamo tutti tecnici delle reti neurali, ma abbiamo sempre lavorato o nei cantieri o, tipo Sasha, in una centrale sperimentale per l’intelligenza artificiale basata sulle reti neurali. C’è un attimo di differenza tra il cablare un grattacielo e cablare un’astronave da guerra.»
Metto le mani ai fianchi. «Cosa? Pensi che non si siano organizzati per una sperimentazione nello spazio?»
Monica allarga le braccia. «Cazzo, no! Siamo su una nave che ha quarant’anni, che non ha nemmeno le ultime tecnologie informatiche presenti sulle classi di vascelli più moderni. Gomez voleva passare per quello che ha sperimentato le reti neurali nello spazio e fatto il bene dell’umanità, ma serve una nave apposta per questo!»
La gola è secca e lo stomaco mi ribolle. Stringo una mano. «Monica… questa può passare per insubordinazione!»
Lei emette un gemito. «Carlo, apri gli occhi! Stiamo cablando un computer quantico basato sulla sintovita in un angolo del ponte motori di una nave più vecchia di metà dell’equipaggio! Cazzo, i gabinetti chimici che usavo nei cantieri sono più puliti di certe paratie di questo ponte!»
«Monica… dobbiamo essere pronti ad un altro attacco dei thalassiani. Le reti neurali ci permetterebbero di—»
La ragazza apre le braccia e alza gli occhi verso il soffitto. «Carlo… Sono quarant’anni che non sappiamo più nulla dei thalassiani. Prima della guerra lampo nemmeno era provata la loro esistenza, o non avrebbero mandato una flotta nel sistema in cui c’è una loro colonia. Praticamente, il novantanove per cento di quello che conosciamo di loro lo abbiamo appreso nei due anni passati a convincerli che non avevamo intenzione di muovere guerra contro di loro. Da allora non sappiamo più niente di loro: possono essere trascesi a un livello esistenziale superiore. O la loro società è collassata e adesso si tirano addosso sassi per accaparrarsi il cadavere di una pantegana a sei zampe morta di peste.»
Come fa a non capire? «E se, invece, avessero passato il tempo a prepararsi ad attaccarci? Cosa faremmo?»
«Un cazzo! Hanno spazzato via una flotta di venti navi in dieci minuti e messo sotto assedio la colonia di Borg su Wolf 359 due ore dopo! Noi abbiamo impiegato tre settimane solo per andare dall’orbita terrestre a quella di Nettuno per poter effettuare il salto iperspaziale, e vuoi fare qualcosa a gente che nello stesso tempo arriva dall’altra parte della galassia?»
Il fiato mi passa tra i denti scoperti dalle labbra. «Monica, non permetterti di—»
La porta chiusa sbatte. Voltiamo la testa entrambi nella sua direzione.
«Ehi, vi siete chiusi dentro?» La voce è quella del Capo Scott.
Il cuore mi balza in gola. «Merda…» Mi abbasso, afferro i pantaloni e li allaccio.
Faccio un cenno a Monica. «Vai ad aprire!»
Lei gira attorno al tavolo e io mi tolgo la maglia da sotto le braghe e la liscio.
La ragazza apre la porta. «Buongiorno, Capo.»
Lo sguardo dell’uomo si sposta dalla mia assistente a me. I suoi occhi mi scrutano da sotto i cespugli rossi che ha al posto delle sopracciglia. Starà sospettando cosa eravamo intenti a fare – sesso, non tanto litigare -?
«Signore.» Mi manca il fiato. Lui forse può dire qualcosa a Monica, convincerla a smetterla di dire cazzate e mettersi a lavorare per il bene dell’umanità e, anche, del resto della squadra.
«Spero di non aver interrotto nulla.» Gli occhi di Capo Scott si socchiudono.
«No… nulla di importante.» Stringo una mano. «Stavamo… discutendo.»
Qualcosa che assomiglia a un sorriso inarca le labbra dell’uomo. Non è qualcosa che ricordi di avergli mai visto in faccia. «Discutete con la porta chiusa.»
Monica mi lancia un’occhiata che sembra una scudisciata. «Sì. In certi casi, sì.»
Annuisco all’uomo. «Certe… disparità di opinione è meglio se restano tra me e Hayden e non intacchino il resto del gruppo.»
Capo Scott si appoggia con le mani sul tavolo. Ha le dimensioni di un orso, e anche le mani sembrano più adatte a spazzare via nemici che a tenere in mano cacciaviti. «Un’ottima idea non discutere davanti agli altri. Anche perché ero passato a farvi i complimenti per come la vostra squadra sta operando nell’ultimo periodo. Mi fa piacere che siano così uniti nel raggiungere il funzionamento delle armi prima del test di martedì.»
Il complimento mi stringe il petto. «Grazie.» Se solo sapesse del motivo del litigio…
Monica abbassa lo sguardo. «Grazie, Capo.»
Le braccia di Capo Scott sono più grosse delle mie cosce. Saprebbe sradicare il tavolo dal pavimento con uno sforzo minimo. «Confido che i problemi sulla rete siano già stati risolti.» L’uomo guarda Monica.
La testa della ragazza si ritrae di qualche centimetro tra le spalle. «Qua… quasi.» Il seno smette si muoversi per qualche istante, poi Monica riprende a respirare. Sembra sul punto di farsela addosso. «C’è un problema al nodo 52…»
Capo Scott non stacca lo sguardo da Monica e non dice una parola. Il silenzio è tale che il mio respiro rimbomba nella mia testa.
«…e il nodo 37.» La voce di Monica è appena un sussurro. Sembra stia confessando un crimine da ergastolo.
Mi sto sentendo male per lei. Ci siamo appena urlati addosso ma voglio stringerla e prometterle che non succederà mai più nulla di simile.
Capo Scott annuisce. La cicatrice luccica tra le rughe del volto. «Sono certo che i problemi verranno risolti il prima possibile.»
La ragazza si stringe tra le spalle. Mi meraviglio di non vedere un alone scuro allungarsi sulle gambe dei suoi pantaloni: la mia vescica si sta per liberare, e non sono nemmeno quello sotto lo sguardo del responsabile del ponte motori. Monica muove appena la testa avanti e indietro. «Sì…»
Capo Scott si solleva dalla sua posizione protesa avanti. «Molto bene.» Si volta e si avvicina alla porta. La sua mano si appoggia sulla maniglia, la stringe facendola scomparire nella morsa delle sue dita, ma si volta verso di me. «Carlo, continua a far lavorare la tua squadra così, e martedì avremo fatto un passo avanti nella storia dell’umanità.»
Lo sguardo bonario dell’uomo mi inchioda più di quello assassino del Voraxii un attimo prima che cercasse di uccidermi. Mi sto pisciando addosso? Non oso distrarmi.
«Sì,» dico. O forse non esce nessuna parola dalle mie labbra che si muovono.
«Ottimo.» Capo Scott apre porta. «Vi lascio tornare alla vostra… discussione.» Supera l’uscio e se lo chiude alle spalle, il suono della serratura che scatta sembra cancellare ogni altro suono nella stanza.
Mi sento peggio pure di quella volta che il Capo ha minacciato di rispedirci sulla Terra se non avessimo rispettato le scadenze, una vita fa. Monica mi guarda, la sua espressione da zoccola che vuole approfittare del fatto di avere una figa in mezzo alle gambe è scomparsa, così come quella polemica sull’inutilità del collaudo delle reti neurali. La sua pelle sembra pallida, quasi verde.
Ha le braccia incrociate sul petto, quasi si vergogni dei grossi seni che riempiono l’uniforme. O voglia abbracciarsi da sola per rassicurarsi. La sua voce è appena udibile. «Vado a vedere come procede la squadra.»
Annuisco. «E vedi di far funzionare i nodi… Quali hai detto che sono?»
Lei abbassa gli occhi. Si stringe un braccio con una mano. «Trentasette e cinquantadue.»
«Mh…» Sarà meglio controllarli di persona… Le faccio un cenno con la testa.
Monica non pronuncia una parola ed esce.
Inspiro a fondo e fisso il tavolo olografico. Se mi immergo nel lavoro, magari mi passa questo bisogno di vomitare…
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💖 Ti è piaciuto? Se Carlo, le sue astronaute e i suoi casini ti hanno fatto eccitare o incuriosire, lascia un cuore.
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