«…e per questo motivo, la rete neurale che controllerà le armi della Alabarda degli Astri dovrà essere perfetta.»
Passo a rassegna i volti dei giovani ingegneri dall’altra parte del tavolo olografico. Sasha ha la schiena dritta e annuisce appena, pronta a rimettersi al lavoro; le spalle di Gabriel e Terrence, invece, sono abbassate e i loro sguardi vagano per il laboratorio.
Monica non ascolta nemmeno. È appoggiata con il sedere alla scrivania alle spalle del resto della squadra e si fissa le unghie. Gira la mano e sembra appassionarsi al cambio all’iridescenza dello smalto a seconda di come la luce lo colpisce.
Mi trattengo dallo scuotere la testa. Avrei dovuto chiedere Sasha come seconda, non Monica.
Ma Sasha si inginocchierebbe come Monica, si prenderebbe in bocca il mio cazzo e lo… Sbatto gli occhi e scuoto davvero la testa, questa volta. Che razza di pensiero sto avendo?
Torrance sospira e sembra afflosciarsi. La spinta a lavorare data dal mio nuovo status di cacciatore di alieni sembra aver già terminato l’effetto su di lui. «Abbiamo capito che siamo qui a fare questo, ma è un prototipo quello che stiamo costruendo, quindi ci saranno dei difetti che…»
La manata sul tavolo è così violenta che tutti sobbalzano. Monica mi fissa a occhi sgranati senza aver sciolto le braccia strette sotto il seno. «No, cazzo!» Mando giù un bicchiere di saliva che stava per uscirmi dalle labbra con l’imprecazione. «No, la rete deve funzionare al primo tentativo!»
Terrence guarda la mia mano dolorante come se sul tavolo avessi gettato una bomba e non fosse sicuro sia innescata o meno. Apre la bocca ma è come se avesse paura che il suono della sua voce possa farla deflagrare.
Stringo la mano, il palmo mi va a fuoco. Il cuore mi batte nelle orecchie, la rabbia ribolle nelle mie vene. Espiro una molecola di aria alla volta, riempio i polmoni con la stessa velocità. «Ripeto: il Capitano Amira ha promesso ad ognuno di voi una paga migliore, una cifra che nessuno di voi ha mai visto quando era sulla Terra, la possibilità di accedere alla mensa degli ufficiali…»
Gabriel si lecca i baffetti. «Cibo vero invece di roba liofilizzata?»
«…e alloggi privati.» Sposto lo sguardo su Sasha, che sorride a quella idea. Qualche settimana fa, mentre stavamo facendo una pausa caffè e io provavo a conoscere meglio i componenti del mio gruppo, lei si era lasciata scappare che la sua coinquilina, una bisessuale con le mani troppo lunghe, le stava troppo vicino e cercava spesso il contatto fisico. Sasha è una ragazza silenziosa che ama la tranquillità e pensare: starsene da sola, quand’è fuori dal lavoro, andrebbe solo a suo vantaggio. E del progetto.
Torrence, invece, non sembra affatto interessato a cose simili. Lui, a quanto pare, sognava di essere un astronauta ed eccolo qui, sulla Alabarda degli Astri, a fare il minimo indispensabile per non essere rispedito sulla Terra a pedate nel culo.
Potrei usare – aizzare - il resto della squadra per spingerlo a fare di meglio? Non è da escludere che saranno loro stessi a parlargli anche senza che io li spinga a farlo.
Monica mi rivolge un mezzo sorriso. Lo aveva sempre quando mi prendeva in giro, prima che diventasse la mia amante. Cosa vuole? Devo convincere anche lei a mettere più impegno nel lavoro?
Faccio un cenno ai miei ingegneri. «Tornate al lavoro e comunicare ad Hayden ogni problema appena si presenta.»
Una serie di consensi si sollevano dal gruppo che inizia a uscire dallo stanzone diretti alle loro posizioni. Mi auguro che ognuno di loro dia il meglio di sé per il funzionamento della rete.
Monica si stacca con il culo dal tavolo con una spinta e scioglie le braccia. Raggiunge la porta ma, invece di seguire gli altri, la chiude a chiave e si volta verso di me.
Il sorriso di prima ricompare sulle sue labbra. «Dimmi, Carlo…» Si avvicina e si pone tra me e il tavolo olografico. «Il Capitano Farah ha promesso ai tuoi sottoposti cibo, alloggi e paga migliori…» Allunga una mano e mi afferra il pacco con delicatezza. Le dita si muovono per accarezzare attraverso il tessuto dei pantaloni l’erezione che si sta gonfiando. «Ma a te cos’ha promesso se tutto funziona al primo colpo?» Con l’altra mano si gratta il mento. «Mhm… cosa mai potrebbe prometterti una zoccola come quella?» La mano della ragazza si ferma e stringe il mio cazzo.
Un prurito si irradia lungo l’asta in erezione, e non so se è per la mano di Monica o il ricordo di ieri sera, nell’alloggio di Amira, quando l’arrivo di Nao ha interrotto sul più bello la sega che il Capitano mi stava praticando. «Nulla… cioè, Am… il Capitano Farah non mi ha promesso nulla di differente da quello che otterreste voi.»
Monica socchiude gli occhi: sembra leggermi nella mente o nell’anima. O, più semplicemente, non è stupida. È pigra, svogliata, approfittatrice, infame, una troia fatta e finita… ma non è stupida. «Curioso come chiunque altro sulla nave chiami quella tettona Farah, mentre tu sei solito usare il suo nome.» La mano scivola dal mio pacco al bottone dei pantaloni. Me li ha slacciati tante di quelle volte che riesce a farlo con una mano sola: il bottone esce dall’asola con l’uso di sole due dita. «Mi chiedo se usavi il suo nome anche quando la stavi scopando dopo che ti ha invitato a cena…»
Sempre con una mano sola, Monica abbassa la cerniera e fa scendere i pantaloni sulle mie scarpe.
Il cazzo è prossimo alla sua massima estensione, riempie le mutande fino quasi a uscire con la punta dall’elastico superiore. L’erezione ha lo stesso effetto sul mio morale che ha stirarsi i muscoli.
Apro la bocca e respiro a fondo, la nebbia che sta calando nella mia mente si dirada un po’. Non è questo il momento di perdersi in una scopata con – una che ha la metà delle tette di Amira – Monica.
La ragazza si accoscia e avvicina il viso al mio inguine. Allunga una mano verso la mia erezione che tira il tessuto delle mutande.
Afferro il suo polso. Il cuore batte nelle mie orecchie. Sto per dirlo davvero? «Non… non è il momento per questo, Monica.»
I suoi occhi passano dalla mano che la ferma alla mia faccia. Mi fissa come se avessi parlato in qualche lingua aliena. Come se l’avessi insultata in lingua aliena. «Cosa?»
«Sì, Monica…» La voce mi esce da qualche cavità del busto che non dev’essere sotto il mio controllo razionale. «Non abbiamo il tempo per scopare.» Non stacco lo sguardo da quello sbigottito della ragazza. «Dobbiamo lavorare.»
La sua espressione confusa si scioglie in un sorriso. «Stai scherzando.»
«No.»
Il sorriso di indurisce, le labbra si chiudono e un paio di rughe compaiono tra le sopracciglia abbassate. «Quella bagascia tettona che cosa ti ha promesso?» Si alza di scatto, senza il movimento lento e sensuale che usa dopo i pompini che mi fa qui dentro. Si stringe le braccia sotto il seno. «Di nuovo sesso?» Fa una smorfia, come se quella parola, riferita ad un’altra donna, potesse avere un pessimo sapore. «Magari… oh! Ha promesso di mettersi il tuo cazzo tra le sue tette giganti e menartelo fino a quando le spruzzi in faccia.»
Il ricordo di quando Amira lo aveva fatto davvero durante la nostra notte di fuoco prova a scalfire l’espressione impassibile che mi sono messo in faccia. Non posso impedire al cazzo di prudere. «Non fare la bambina, Monica. Siamo qui per lavorare.»
«Certo, “lavorare”.» Il suo labbro superiore si solleva come se annusasse un odore pestilenziale. «Di solito ti lavori il mio culo, prima di “lavorare”, ma oggi hai voglia di fare il rompicoglioni.»
Espiro con il naso la rabbia che mi sta crescendo dentro. La ragazza basa la sua carriera nella squadra usando il sesso per manipolarmi e fare il meno possibile, ma oggi la cosa non sta funzionando. Già si sente in competizione diretta con Ekaterina, che mi permetterà di raggiungere il livello massimo della società, se poi deve trovarsi contro anche Amira, che è letteralmente il vertice della scala gerarchica della Alabarda degli Astri. Aprire le gambe le servirà un po’ poco, se altre due lo fanno già e sono molto sopra di lei nella scala gerarchica.
«Senti, Monica, oggi e nei prossimi giorni andrà così: dovremo tutti quanti metterci d’impegno perché la rete neurale sia perfettamente funzionante per il test.»
