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Erotika
Alabarda degli Astri · Cap. 21
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Capitolo 21 di 29 11 min di lettura

«Ti ricordi quella notte, Carlo? Ti ricordi come mi hai fatta godere?»

Il nuovo capitano Amira Farah contatta Carlo perchè si presenti al suo alloggio una sera. Si prepara un'altra notte di sesso infuocato per il ragazzo?

William Kasanova
2 mesi fa · 1.6k letture · 0

Mi tampono le labbra con il tovagliolo e inghiotto l’ultimo pezzo di raviolo russo.

Appoggio il tovagliolo sul tavolo, accanto al piatto su cui rimane solo qualche rimasuglio di burro. «Davvero ottimi. Come hai detto che si chiamano?»

Ekaterina è seduta dall’altra parte del tavolo del nostro alloggio. Indossa solo il grembiule da cucina bianco ed è troppo grande per il suo corpo minuto, lasciando comparire buona parte del suo grosso seno nello scollo. «Pel’meni.» Sorride soddisfatta. «Sono felice che ti piacciano.»

Mando giù un sorso di acqua, l’unto del burro fuso scompare quasi del tutto nella mia bocca. Mi alzo in piedi. «Devo sdebitarmi: uno di questi giorni provo a fare qualche piatto tipico italiano. Che ne dici?»

La ragazza si guarda prima un seno e poi l’altro, come se volesse controllare che siano ben visibili. Lo sono. Solleva lo sguardo verso di me. «Penso che potresti sdebitarti anche subito.» Mi fa l’occhiolino. «La tua lingua unta scivolerebbe bene in certe parti del mio corpo…»

I gemiti di piacere di Ekaterina che mi tiene la testa contro il suo inguine mentre la mia lingua coccola la punta del suo clitoride riempiono il cazzo nelle mutande. Stringo le labbra e deglutisco. «Mi… mi spiace, amore, ma mi aspettano sul Ponte Macchine per un problema con il… il nodo 31.»

Lei abbassa lo sguardo e sospira. «Peccato.»

Il petto si stringe all’idea che si sia messa ai fornelli mezza nuda per cucinare per me e aspettarsi un paio di orgasmi. E per il fatto che le sto mentendo.

Raggiungo la porta del bagno. «Mi spiace, gioia…»

⁂

Per un istante mi sono aspettato che Ekaterina commentasse il fatto che mi stavo presentando al Ponte Macchine con indosso del profumo, ma non ha detto nulla. Si è limitata a salutarmi con poco entusiasmo e si è messa a guardare qualche pellicola sullo schermo olografico.

Percorro il corridoio, le luci si sono abbassate e arrossate, a simulare il tramonto. Raggiungo l’ascensore ed entro. Avvicino il dito alla pulsantiera olografica, ma invece di scendere verso il mio luogo di lavoro ordino di salire di un piano. Al piano dove ci sono gli alloggi degli ufficiali.

Accendo lo schermo dell’orologio e richiamo il messaggio che mi è arrivato questa mattina.

“Carlo, ti prego di raggiungermi nel mio alloggio, questa sera, alle ore 20:00, ora di bordo.
Non è nulla di ufficiale, non serve un uniforme.
Amira Farah
”

Sono dodici ore che il messaggio occupa la mia mente, mi impedisce di concentrarmi su qualsiasi cosa che non sia la preghiera del Capita— di Amira di andare a trovarla nel suo alloggio. Sono dodici ore che una mezza erezione occupa le mie mutande e un senso di euforia scorre nelle mie vene.

Passo la mano sull’orologio e la comunicazione scompare. Non trattengo un sorriso: Amira mi sta chiamando per fare ancora sesso con lei? L’ultima volta ne è stata soddisfatta, al punto tale da cavalcarmi prima di prepararsi per andare in Plancia a occupare la sua nuova posizione di Capitano.

L’ascensore si ferma con un trillo e la porta si apre. Come sotto, anche qui il corridoio è vuoto, illuminato da una luce rossastra. Gli ufficiali fuori servizio devono essere a cena nei rispettivi alloggi o da qualche altra parte a fare sport o socializzare in giro per l’Alabarda degli Astri.

Amira non ha cambiato il proprio alloggio, lasciando vuoto quello del Capitano Gomez. Mi avvicino alla sua porta e sollevo il pugno per bussare. Mi fermo a mezz’aria: avrei dovuto portare dei fiori? Non essere idiota, Carlo: sei su un’astronave, dove li trovi dei fiori? E poi, lei è il capitano, e tu non sei un leccaculo.

E ad Amira piace di più farsi leccare in altri posti…

Busso un paio di volte.

Non risponde nessuno.

Riprov—

La porta scorre. Dall’altra parte non c’è Antonio, o come diavolo si chiama, ma Amira in persona. La donna mi gratifica di un sorriso che le illumina gli occhi. Indossa una maglia a strisce di diversi colori, con uno scollo tanto aperto per i grossi seni che i bottoni non riusciranno mai nemmeno a sfiorare le rispettive asole. La massa dei due seni è grande al punto tale da sembrare dei pianeti, tanto strette nella maglia che il solco tra i due è una fessura in cui non passerebbe una man—

«Grazie per essere venuto, Carlo.»

Il mio sguardo scatta verso il viso della donna. Il cuore martella nelle orecchie. «Eh? Sì, gra… Non potevo mancare, Amira.»

Lei si sposta dalla luce della porta e mi fa segno di entrare. Dietro di lei non c’è nessuno, né il suo assistente dal nome che non ricordo mai, né Nao o qualcun altro. La cosa si preannuncia intima…

Varco la porta ed entro nell’alloggio del nuovo capitano. L’aria ha un leggero profumo floreale, e non c’è cibo sul tavolo. Meno male, dopo la scorpacciata di pel… di ravioli russi di Ekaterina, non riuscirei a mandare giù nemmeno uno spillo.

Spero che la cena sullo stomaco non rovini la mia prestazione, stanotte.

Amira si siede sul divanetto color lavanda accanto al tavolino in legno. Un paio di pantaloncini corti azzurri coprono per metà le cosce lunghe e sinuose della donna, la pelle olivastra fa contrasto con il tessuto. Una scossa elettrica si scarica all’interno del mio cazzo in erezione nelle mutande.

Perché questa donna è così bella?

Amira sorride con gli occhi. «Siediti accanto a me, Carlo…»

«Certo.» Piego le ginocchia, i pantaloni mi strizzano l’uccello. Mi lascio cadere sul cuscino negli ultimi centimetri perché non ce la faccio più.

La donna allunga un braccio sopra la testiera del divano e si volta con il busto verso di me. Il petto gonfio di perfezione è un ostacolo meraviglioso tra le mie labbra e le sue. «Temevo non potessi venire da me, Carlo.»

Da qualche parte del corpo della donna si sprigiona un profumo delicato di fiori e agrumi. Mi avvolge come un abbraccio. Inspiro a fondo ma senza farmi notare. Gli angoli della bocca mi si tendono appena: l’effluvio proviene dal suo inguine, ne sono certo. Si è passata un dito bagnato di profumo sulle piccole labbra, discostandole appena, sfiorandole, giocandoci. Il suo sorriso era scosso da brividi di piacere mentre si stuzzicava la figa pensando a me che la scop—

La mano di Amira è appoggiata sul mio braccio, la sua pelle morbida scalda il muscolo. La delicatezza con cui quella stessa mano stringeva il mio cazzo e muoveva avanti e indietro la pelle fino a farmi veni–-

«Per prima cosa, Carlo,» la voce della donna è calda e bassa, «ti voglio ringraziare per quanto stai facendo per la nave e il suo equipaggio.»

Sbatto gli occhi e mando giù una boccata d’aria. Come si faceva a parlare? «Io… Amira, faccio solo il mio dovere.»

Lei scuote appena la testa. «Non essere modesto, Carlo. La tua presenza, la tua forza di spirito dopo quanto successo sulla Jacob Fugger sono d’esempio per l’equipaggio. Senza di te, molti si lascerebbero andare alla disperazione.»

Davvero? A… a parte qualche ragazza che ci prova con me per portarmi a letto per il nuovo status sociale, non mi sembra che…

Il sorriso bianchissimo di Amira illumina la stanza e gonfia il mio cuore. Forse solo una madre orgogliosa del proprio figlio può avere un sorriso simile…

Lei deve saperne più di me, su queste cose, senz’altro.

La mano della donna rimane a scaldare la mia anima. «E non possiamo che dirci fortunati ad avere te come caposquadra nel progetto delle reti neurali. La tua squadra, mi ha riferito il Capo Scott, sta lavorando al massimo delle sue capacità.»

Prima di andare avanti…

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