Alabarda degli Astri

Capitolo 20 - «Adoro quando mi scopi come una troia.»

La nuova condizione di eroe di Carlo lo porta ad essere l'uomo più desiderato della nave, e anche la fidanzata del suo migliore amico è pronta a strappargli di dosso i vestiti per essere la sua troia.

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Mi lascio cadere sulla sedia al tavolo del bar e mi appoggio al tavolo con i gomiti. Chiudo gli occhi e sospiro. Dopo otto ore nel ponte macchine a cercare il problema nel ramo F11 dei circuiti neurali che devono collegare i sensori esterni dell’Alabarda all’elaboratore di mira, mi fanno male pure le braccia.

L’ologramma con le bevande in mezzo al tavolo compare con le mie solite ordinazioni in cima alla lista, ma questa volta tocco per un bicchiere d’acqua. Da qualche tempo ormai, ogni volta che mi fermo al bar mi viene il mal di testa, e non so se è per quello che bevo qui o è la tensione del lavoro che si sfoga in un’emicrania.

Quand’ero nei cantieri non ne soffrivo mai… Lavoravamo io e Michele, stavo sotto il sole tutto il giorno, respiravo polvere, sentivo fracasso, era pieno di operai che distraevano e disturbavano, la metà delle volte il materiale o i componenti erano sbagliati o di bassa qualità, ma tornavo a casa da Chiara felice e soddisfatto.

Ora è mal di testa e rabbia.

Monica è d’aiuto, ma appena quanto basta per non sfigurare ai miei occhi. Tiene il resto del gruppo sotto pressione, e tutto questo per non dover lavorare lei. Lascio che mi scopi quasi ogni giorno per farle credere che ha qualche controllo su di me, ma l’unica cosa che ha guadagnato è che litiga meno con il sottoscritto e fatica di più rispetto a prima.

Il robottino cameriere arriva con il mio bicchiere sul vassoio sulla testa. Lo prendo e bevo un sorso.

Il fresco si sprigiona nel mio petto.

In ogni caso, scoparmi il culo di Monica mentre le stringo le grosse tette non è affatto spiacevole. Il cazzo si stira nelle mutande. Sì, tieniti pronto che tra un momento torniamo da Ekaterina e…

«Oh, guarda chi c’è!» Una voce maschile proviene dalle mie spalle. La riconosco all’istante.

Gianni si avvicina al tavolo e sposta la sedia. «Posso farti compagnia un momento?»

«Non devi nemmeno domandare.» Appoggio il bicchiere sul tavolo. «Non ti chiedo cosa posso offrirti perché tanto è tutto pagato dalla flotta.»

Lui accende la lista olografica passando la mano sopra il proiettore. Lancia un’occhiata al mio bicchiere. «Suppongo tu non stia bevendo tequila o vodka.»

«No. E adesso che mi viene in mente…» Dalla tasca dei pantaloni prendo il tubetto e ne estraggo un’aspirina. La metto in bocca e inghiotto con un sorso d’acqua.

Gianni seleziona una bevanda e segue con la coda dell’occhio la mia assunzione. «Mal di testa?»

Annuisco. «Da qualche settimana continua a venirmi.» Un’ondata di dolore mi strazia la mente, cala di qualche punto e si acquieta.

«Ne soffrivo anch’io. Era le grida del capitano in plancia che…» Gianni solleva le spalle. «Ma da quando comanda la Farah…» Sogghigna e si appoggia allo schienale della sedia. «Adesso fa male qualcos’altro.» Mi fa l’occhiolino. «Ma tu ne sai qualcosa, eh?»

Il ricordo della notte passata a fare sesso con il comandante allenta un po’ la morsa che preme il mio cervello. Un angolo della mia bocca si solleva.

Il robot cameriere fa il suo ritorno con un bicchiere squadrato al cui interno sciaborda del liquido ambrato. Un altro alcoolico sintetico. Acqua con aggiunto del sapore che ricorda alla lontana quello della bevanda di cui porta il nome.

Gianni lo prende e lo appoggia sul tavolo. «Sono passato per prendere Agata, così ci fermiamo insieme nella palestra.»

Mando giù un altro sorso di acqua. «Come va con lei?»

Lui muove la testa soddisfatto. «Mi piace, è una…»

La porta d’ingresso del bar davanti al ponte scientifico si apre ed entrano tre ragazze, due more e una bionda. Quest’ultima ci scorge, saluta le altre due e si avvia verso di noi.

La ragazza indossa l’uniforme grigia e blu di chi lavora nel ponte scientifico, ha lunghi capelli biondi e le lenti degli occhiali luccicano sotto le luci del bar. Attraversa il corridoio tra i tavolini vuoti e si avvicina a noi. Si porta le mani dietro la schiena, si inchina su Gianni e si baciano sulla bocca – un bacio veloce, ma pieno di significato.

«Mi sei mancato, cucciolo.»

«Anche tu mi sei mancata, bambina.» Gianni spinge la sedia indietro e lei si siede sulle sue gambe e lo abbraccia al collo.

La ragazza mi sorride. L’uniforme nasconde il suo corpo, ma dà l’impressione che sia una che fa molto sport – e non solo di quello che si fa a letto – per mantenersi in forma, e dall’espressione serena e tranquilla del viso deve farlo anche per scaricare lo stress del lavoro.

Gianni mi indica con una mano. «Lui è il mio amico Carlo.» Da un bacio sul collo della ragazza. «E Carlo, lei è Agata.»

La ragazza allunga la destra sopra il tavolo con un sorriso che le socchiude gli occhi. Le pupille azzurre luccicano sotto le lenti degli occhiali. La voce diventa appena più grave. «Piacere.» Sul petto della ragazza è affissa la mostrina con il nome e una striscia verde sul lato inferiore: il simbolo di identificazione del settore xenobiologia.

Stringo la mano che mi tende. Le dita sono lunghe, delicate. «Piacere mio.»

Lei prende il bicchiere di Gianni e lo annusa. Il naso si arriccia di un millimetro. «Cos’è?»

Lui l’abbraccia alla vita. «Scotch, provalo.»

Agata appoggia il bicchiere sul tavolo. «Lo lascio ad un uomo come te.» Attiva la lista olografica e preme un’immagine. «Prendo un tè. Dopo una giornata in laboratorio mi voglio concedere qualcosa di caldo.» Le dita lunghe con unghie pitturate di un rosa scuro scorrono una serie di miscele, ne selezionano una e spostano una barra per indicare l’intensità.

La ragazza solleva lo sguardo verso di me. «Carlo, sei la persona più famosa della nave, in questi giorni.» I suoi occhi scorrono il mio busto come scanner. «Non oso immaginare come possa essere incontrare un alieno vivo.» Un angolo del suo sorriso cala di un pollice. «Un Voraxii vivo, tra l’altro.»

Ho perso il conto delle volte che ho raccontato questa storia, ma non sono ancora riuscito ad esorcizzare il terrore che ho vissuto. «È stata un’esperienza… molto intensa. È un mostro orribile.» L’immagine del mio riflesso negli occhi neri dell’alieno sul ponte distrutto, i suoi tentacoli sollevati, pronti a trafiggermi… Le viscere mi si sciolgono, un crampo mi stringe la pancia. Scuoto appena la testa, la gola mi si stringe. «Sei una xenobiologa, ma spero tu non debba mai vederne uno da vicino.»

Le guance di Agata diventano appena più rosse, la punta dei denti bianchissimi appare oltre il labbro superiore e si immergono in quello inferiore. La tensione dei miei muscoli si scioglie in noia: anche questa si sta eccitando all’idea del mio scontro con l’alieno? Sta diventando una cosa insopportabile.

Il robot si avvicina al tavolo portando una tazza di metallo da cui si solleva una colonna di fumo. Spero per lui che a nessuno sia venuto in mente di programmarlo con qualche algoritmo che simula l’impressione di essere preso in giro, o ci odierà a furia di presentarsi al nostro tavolo una bevanda alla volta.

La ragazza prende la tazza, la porta alle labbra e soffia per raffreddarla. Il vapore smette di essere una colonna verticale ma si disperde tra noi due. Non smette di togliermi gli occhi di dosso.

Beve un sorso e si volta verso Gianni. «Cucciolo… pensavo. Se invitassimo il tuo amico e…»

«Ekaterina.» Gianni non ha la minima esitazione e nemmeno ha la sua solita espressione che aveva quando parlava di donne nel pronunciare il nome di una delle ragazze più belle a bordo dell’Alabarda degli Astri.

Agata annuisce. «Se invitassimo Carlo ed Ekaterina a cena, una sera?»

«Mi sembra un’ottima idea.» Gianni mi guarda oltre la spalla della ragazza, che inizia a suggere il tè. «Che ne dici?»

Lei continua a fissarmi con un sorriso appena accennato, come se fosse impaziente di confidarmi il suo amore nei miei confronti. Gianni, la tua ragazza è una bella figa, ma temo che ti sia ben poco fedele…

Lo sguardo di Agata mi fa sentire sporco. Deglutisco a stento nonostante abbia appena bevuto un bicchiere d’acqua e sposto la mia attenzione sul mio amico. «Ne parlerò con Ekaterina, ma per me va bene. Ma solo dopo che avremo fatto il test delle armi.»

Gianni sospira. «Quella roba è diventata la nuova ossessione di Am…» I suoi occhi saettano verso la sua fidanzata, ancora intenta a bere il tè senza la minima reazione al nome della donna. «…del Capitano Farah. Non fa che parlarne con il Capo Scott e gli ufficiali di tiro.»

Grandioso. Pensavo che l’urgenza fosse finita con Gomez…

Agata allontana di qualche centimetro la tazza di metallo dalle labbra. Mi guarda con un sorriso. «Spero verrete. Posso preparare il köttbullar come mi ha insegnato mia nonna, e un ottimo kanelbullar, il dolce tipico della fika.» Si passa la lingua tra le labbra.

Gianni scuote la testa. «Non è quella fica…»

Agata è un’aquila, e io sono un coniglio che fugge nei prati, lanciando sguardi alle mie spalle per controllare che una ragazza arrapata non mi piombi addosso e non mi scopi tradendo il mio migliore amico. Mi alzo in piedi, la sedia striscia sul pavimento e traballa prima di assestarsi con un colpo contro i miei polpacci. «Vi… vi ringrazio. Chiederò a Eka, ma sono certo che sarà felice anche lei di accettare il vostro invito.»

O forse no.

Forse è meglio se si mette in testa che non ci andiamo.

Il mal di testa è solo un fastidio appena percettibile, nulla a che vedere con i dolori lancinanti di prima. L’aspirina ha fatto un miracolo. O forse è qualcosa nel bar: mi viene sempre quando passo di lì e mi cala quando mi allontano.

Muovo la mano sul sensore e la porta del nostro alloggio si apre.

Ekaterina è sdraiata sul letto. Indossa il suo vestito sexy rosso di raso, simile ad una mantellina, che copre a stento i capezzoli e si apre sotto, mostrando la pancia piatta ed un paio di mutandine dello stesso colore.

La ragazza si gira su un fianco e mi sorride. «Carlo, finalmente sei arrivato!» Si alza, mi raggiunge e mi abbraccia. «Com’è andata al lavoro?» Passa la testa accanto alla mia: sta annusando se ho addosso l’odore di un’altra donna?

Un crampo stritola il mio scroto. Percepirà il profumo di Monica? Inalo a fondo, non c’è nessun odore strano, nulla che possa… oppure lei può…

«Eka…» La parola mi esce di bocca con un tono che suona strano anche alle mie orecchie.

La ragazza solleva la testa e mi guarda con le sopracciglia sollevate.

Rimesto la saliva in bocca e inghiotto. «Ho… ho visto il mio amico Gianni.»

Lei sorride appena.

«Lui e la sua ragazza… beh, non so se sono fidanzati… comunque la sua coinquilina Agata e lui ci hanno invitati a cena.»

Ekaterina fa un passo indietro e un paio di rughe si formano tra le sue sopracciglia. «Agata, chi? La Koskinen?»

Scuoto la testa. «Non… non ho idea di come faccia di cognome.» È già tanto che mi sia venuto in mente il nome.

La punta del naso di Ekaterina si arriccia e il labbro superiore si alza appena. «Quella che lavora nel ponte xenobiologia?»

Annuisco. «Sì. Coschi… come hai detto che si chiama?»

Ekaterina si allontana verso il tavolo, dove è appoggiato il suo oloproiettore. «Sono molto occupata, in questo giorni, non ho tempo.» Si volta verso di me. «E sarebbe maleducato da parte tua presentarti da loro, ad una cena, non accompagnato dalla tua ragazza.»

Mi gratto una tempia. Quindi, per le persone del rango di Ekaterina non è bene partecipare ad un pranzo senza essere accompagnati dal partner? Ecco perché mi ritrovo a frequentare tutta quella gente noiosa che solo Ekaterina sopporta. «Sì, ma comunque… ho detto loro che non avrei avuto tempo nemmeno io prima del test delle armi.»

Lei si ferma e si gira. Mi fissa. «Poi vuoi andarci?»

Sollevo le spalle. «Gianni è mio amico. Avevamo in programma di condividere lo stesso alloggio, quando siamo arrivati sulla Alabarda degli Astri, e invece…» Chissà cosa sarebbe successo se fosse andata secondo i nostri piani e non mi fossi trovato con Ekaterina? «In fondo, siamo andati a cene con i tuoi amici.» E di sicuro con Gianni mi divertirò di più che a sentirti chiacchierare con gente che ha interessi diametralmente opposti ai miei.

La bocca della ragazza si stringe e sospira con il naso. Le sue spalle si rilassano. «D’accordo…»

«Cos’hai contro loro due? Gianni è simpatico e… cosa… Agata sembra una a posto.»

Ekaterina apre la bocca per parlare ma si blocca prima che esca anche solo una sillaba dalle sue labbra. Solleva una mano, stringe tra le dita una delle cordicelle attorno al collo che bloccano la mantellina e la tira: il nodo si scioglie e la parte sopra dell’abito si affloscia dietro i piedi della ragazza.

Il mio sorriso e il mio cazzo si sollevano all’unisono. Ho visto, stretto e succhiato le sue tette un numero indicibile di volte nelle ultime settimane, ma ogni volta è come la prima. Anche meglio della prima.

Lei si avvicina a me, le mie mani scivolano sulla sua pancia piatta fino al seno, le dita accerchiano le tette e le stringono. L’erezione diventa di ferro, l’uretra inizia a bruciare.

Le nostre labbra si uniscono, le succhio quello inferiore. Lei chiude gli occhi e geme: è una cosa che la fa impazzire. Una mano si stacca dalle sue bocce e accarezza il tessuto che cela la sua passera. Un profumo di eccitazione femminile impreziosisce l’aria tra di noi.

Lascio andare il suo labbro e lei inizia a baciarmi il collo fino a raggiungere il mio orecchio e mi succhia il lobo. Stringo le cosce e chiudo gli occhi: anche lei ha capito cosa mi fa arrapare. Una sua mano mi stringe il cavallo.

Lascia il mio lobo. «Vedo che sei già eccitato.»

«Mi arrapi come una bestia,» le sussurro in un orecchio. «Non so cosa mi trattiene dal gettarti sul letto, strapparti le mutandine e scoparti fino a lasciarti sfinita, sudata e con la mia sborra che straripa dalla tua figa e culo.»

Lei si morde il labbro inferiore e mi guarda da sotto le sopracciglia, nella sua posa da innocente ragazza ammaliante. «Adoro quando mi scopi come una troia.» Continua a massaggiarmi il cavallo. Se non la faccio smettere verrò nelle mutande, altroché in qualche suo orifizio caldo e bagnato.

Le appoggio una mano sulla nuca e la accompagno verso il basso. «Prima però meritatelo, il mio cazzo.» Sono talmente eccitato che se solo provo a scoparla duro tre colpi contati.

Ekaterina non fa resistenza e si inginocchia. «Sì, mio padrone.»

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