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Erotika
Alabarda degli Astri · Cap. 20
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Capitolo 20 di 27 12 min di lettura

«Adoro quando mi scopi come una troia.»

La nuova condizione di eroe di Carlo lo porta ad essere l'uomo più desiderato della nave, e anche la fidanzata del suo migliore amico è pronta a strappargli di dosso i vestiti per essere la sua troia.

William Kasanova
2 mesi fa · 1.6k letture · 0

Mi lascio cadere sulla sedia al tavolo del bar e mi appoggio al tavolo con i gomiti. Chiudo gli occhi e sospiro. Dopo otto ore nel ponte macchine a cercare il problema nel ramo F11 dei circuiti neurali che devono collegare i sensori esterni dell’Alabarda all’elaboratore di mira, mi fanno male pure le braccia.

L’ologramma con le bevande in mezzo al tavolo compare con le mie solite ordinazioni in cima alla lista, ma questa volta tocco per un bicchiere d’acqua. Da qualche tempo ormai, ogni volta che mi fermo al bar mi viene il mal di testa, e non so se è per quello che bevo qui o è la tensione del lavoro che si sfoga in un’emicrania.

Quand’ero nei cantieri non ne soffrivo mai… Lavoravamo io e Michele, stavo sotto il sole tutto il giorno, respiravo polvere, sentivo fracasso, era pieno di operai che distraevano e disturbavano, la metà delle volte il materiale o i componenti erano sbagliati o di bassa qualità, ma tornavo a casa da Chiara felice e soddisfatto.

Ora è mal di testa e rabbia.

Monica è d’aiuto, ma appena quanto basta per non sfigurare ai miei occhi. Tiene il resto del gruppo sotto pressione, e tutto questo per non dover lavorare lei. Lascio che mi scopi quasi ogni giorno per farle credere che ha qualche controllo su di me, ma l’unica cosa che ha guadagnato è che litiga meno con il sottoscritto e fatica di più rispetto a prima.

Il robottino cameriere arriva con il mio bicchiere sul vassoio sulla testa. Lo prendo e bevo un sorso.

Il fresco si sprigiona nel mio petto.

In ogni caso, scoparmi il culo di Monica mentre le stringo le grosse tette non è affatto spiacevole. Il cazzo si stira nelle mutande. Sì, tieniti pronto che tra un momento torniamo da Ekaterina e…

«Oh, guarda chi c’è!» Una voce maschile proviene dalle mie spalle. La riconosco all’istante.

Gianni si avvicina al tavolo e sposta la sedia. «Posso farti compagnia un momento?»

«Non devi nemmeno domandare.» Appoggio il bicchiere sul tavolo. «Non ti chiedo cosa posso offrirti perché tanto è tutto pagato dalla flotta.»

Lui accende la lista olografica passando la mano sopra il proiettore. Lancia un’occhiata al mio bicchiere. «Suppongo tu non stia bevendo tequila o vodka.»

«No. E adesso che mi viene in mente…» Dalla tasca dei pantaloni prendo il tubetto e ne estraggo un’aspirina. La metto in bocca e inghiotto con un sorso d’acqua.

Gianni seleziona una bevanda e segue con la coda dell’occhio la mia assunzione. «Mal di testa?»

Annuisco. «Da qualche settimana continua a venirmi.» Un’ondata di dolore mi strazia la mente, cala di qualche punto e si acquieta.

«Ne soffrivo anch’io. Era le grida del capitano in plancia che…» Gianni solleva le spalle. «Ma da quando comanda la Farah…» Sogghigna e si appoggia allo schienale della sedia. «Adesso fa male qualcos’altro.» Mi fa l’occhiolino. «Ma tu ne sai qualcosa, eh?»

Il ricordo della notte passata a fare sesso con il comandante allenta un po’ la morsa che preme il mio cervello. Un angolo della mia bocca si solleva.

Il robot cameriere fa il suo ritorno con un bicchiere squadrato al cui interno sciaborda del liquido ambrato. Un altro alcoolico sintetico. Acqua con aggiunto del sapore che ricorda alla lontana quello della bevanda di cui porta il nome.

Gianni lo prende e lo appoggia sul tavolo. «Sono passato per prendere Agata, così ci fermiamo insieme nella palestra.»

Mando giù un altro sorso di acqua. «Come va con lei?»

Lui muove la testa soddisfatto. «Mi piace, è una…»

La porta d’ingresso del bar davanti al ponte scientifico si apre ed entrano tre ragazze, due more e una bionda. Quest’ultima ci scorge, saluta le altre due e si avvia verso di noi.

La ragazza indossa l’uniforme grigia e blu di chi lavora nel ponte scientifico, ha lunghi capelli biondi e le lenti degli occhiali luccicano sotto le luci del bar. Attraversa il corridoio tra i tavolini vuoti e si avvicina a noi. Si porta le mani dietro la schiena, si inchina su Gianni e si baciano sulla bocca – un bacio veloce, ma pieno di significato.

«Mi sei mancato, cucciolo.»

«Anche tu mi sei mancata, bambina.» Gianni spinge la sedia indietro e lei si siede sulle sue gambe e lo abbraccia al collo.

La ragazza mi sorride. L’uniforme nasconde il suo corpo, ma dà l’impressione che sia una che fa molto sport – e non solo di quello che si fa a letto – per mantenersi in forma, e dall’espressione serena e tranquilla del viso deve farlo anche per scaricare lo stress del lavoro.

Gianni mi indica con una mano. «Lui è il mio amico Carlo.» Da un bacio sul collo della ragazza. «E Carlo, lei è Agata.»

La ragazza allunga la destra sopra il tavolo con un sorriso che le socchiude gli occhi. Le pupille azzurre luccicano sotto le lenti degli occhiali. La voce diventa appena più grave. «Piacere.» Sul petto della ragazza è affissa la mostrina con il nome e una striscia verde sul lato inferiore: il simbolo di identificazione del settore xenobiologia.

Stringo la mano che mi tende. Le dita sono lunghe, delicate. «Piacere mio.»

Lei prende il bicchiere di Gianni e lo annusa. Il naso si arriccia di un millimetro. «Cos’è?»

Lui l’abbraccia alla vita. «Scotch, provalo.»

Agata appoggia il bicchiere sul tavolo. «Lo lascio ad un uomo come te.» Attiva la lista olografica e preme un’immagine. «Prendo un tè. Dopo una giornata in laboratorio mi voglio concedere qualcosa di caldo.» Le dita lunghe con unghie pitturate di un rosa scuro scorrono una serie di miscele, ne selezionano una e spostano una barra per indicare l’intensità.

La ragazza solleva lo sguardo verso di me. «Carlo, sei la persona più famosa della nave, in questi giorni.» I suoi occhi scorrono il mio busto come scanner. «Non oso immaginare come possa essere incontrare un alieno vivo.» Un angolo del suo sorriso cala di un pollice. «Un Voraxii vivo, tra l’altro.»

Ho perso il conto delle volte che ho raccontato questa storia, ma non sono ancora riuscito ad esorcizzare il terrore che ho vissuto. «È stata un’esperienza… molto intensa. È un mostro orribile.» L’immagine del mio riflesso negli occhi neri dell’alieno sul ponte distrutto, i suoi tentacoli sollevati, pronti a trafiggermi… Le viscere mi si sciolgono, un crampo mi stringe la pancia. Scuoto appena la testa, la gola mi si stringe. «Sei una xenobiologa, ma spero tu non debba mai vederne uno da vicino.»

Le guance di Agata diventano appena più rosse, la punta dei denti bianchissimi appare oltre il labbro superiore e si immergono in quello inferiore. La tensione dei miei muscoli si scioglie in noia: anche questa si sta eccitando all’idea del mio scontro con l’alieno? Sta diventando una cosa insopportabile.

Il robot si avvicina al tavolo portando una tazza di metallo da cui si solleva una colonna di fumo. Spero per lui che a nessuno sia venuto in mente di programmarlo con qualche algoritmo che simula l’impressione di essere preso in giro, o ci odierà a furia di presentarsi al nostro tavolo una bevanda alla volta.

La ragazza prende la tazza, la porta alle labbra e soffia per raffreddarla. Il vapore smette di essere una colonna verticale ma si disperde tra noi due. Non smette di togliermi gli occhi di dosso.

Beve un sorso e si volta verso Gianni. «Cucciolo… pensavo. Se invitassimo il tuo amico e…»

«Ekaterina.» Gianni non ha la minima esitazione e nemmeno ha la sua solita espressione che aveva quando parlava di donne nel pronunciare il nome di una delle ragazze più belle a bordo dell’Alabarda degli Astri.

Agata annuisce. «Se invitassimo Carlo ed Ekaterina a cena, una sera?»

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