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Erotika
Alabarda degli Astri · Cap. 19
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Capitolo 19 di 29 12 min di lettura

«Ti piacciono le mie bocce, Carlo?»

La fama di Carlo come cacciatore di alieni ha effetto anche nel lavoro, dove Monica, la sua insopportabile vice, si trasforma in una donna molto più accogliente con lui. Molto, molto più accogliente.

William Kasanova
2 mesi fa · 1.5k letture · 0

Gabriel si sporge sul tavolo, il viso illuminato di un lucore azzurro proiettato dagli ologrammi che mostrano il programma odierno della nostra sezione ingegneristica. «E se invece di tornare a cablare nervi dietro le paratie, ce ne restassimo qui ad ascoltare come te la sei cavata con l’alieno?»

Torrence esulta all’idea, dà una pacca al suo collega. Sasha spalanca gli occhi e trattiene il fiato: quando mi ha vista questa mattina mi ha abbracciato confessandomi che la notizia che abbia visto, e rischiato di essere ucciso da un alieno, l’ha terrorizzata oltre ogni dire.

Anche il resto del gruppo riunito nello stanzino che uso come ufficio è entusiasta all’idea che racconti anche a loro cos’ho fatto sulla Jacob Fugger. Tutti tranne Monica.

Monica è a braccia conserte; le sue labbra, messe in risalto da un rossetto rosso che non avevo mai notato prima, non si sono aperte per lamentarsi una sola volta da quando è arrivata, e mi fissa come se preparasse qualcosa. Qualcosa di molto spiacevole.

Stacco lo sguardo dalla ragazza. Meglio non tenere le sue tette nel proprio campo visivo mezzo secondo più dello stretto necessario, o inizierà a tirare fuori minacce di denunce per molestie sessuali.

Mi volto verso Gabriel. «Non mi sembra il caso. Ieri siete stati fermi e stiamo accumulando ritardi su ritardi.»

La minaccia del Capitano Gomez di rispedirci tutti sulla Terra se non avessimo completato il cablaggio e il collegamento dei sistemi di offesa e difesa dell’Alabarda degli Astri entro una data risuona ancora nella mia mente. Mi passo una mano su un sopracciglio. Se Gomez non fosse disteso in una bara nell’obitorio, non sarebbe soddisfatto dei cinque o sei giorni di ritardo che abbiamo accumulato in meno di una settimana…

Ma Gomez è in una bara nell’obitorio e…

Scuoto la testa e stringo gli occhi. «No, oggi porteremo a termine i compiti che il sistema ha distribuito ad ognuno di voi.»

Una smorfia di disappunto inclina le labbra di Gabriel, qualcuno emette un “no”. Sasha sembra indecisa se essere infelice di tornare a lavorare o felice di non dover sentir parlare di alieni.

«E, comunque, sono certo che abbiate già sentito raccontare la mia storia da altre persone, e di certo è più interessante di come si è svolta davvero.»

Un paio di persone controllano i loro compiti sul proprio tablet e si allontanano verso i circuiti da controllare, gli altri restano fermi a guardarsi tra di loro.

Batto le mani con una smorfia. «E allora? Vogliamo muovere il culo e dare un senso all’essere mantenuti dalla Flotta Astrale? Il fatto che il Capitano sia morto non vuol dire che dobbiamo stare qui a grattarci le palle.» La mia voce rimbomba nella stanzetta. «Ho sparato ad un cazzo di alieno grande quanto un autobus, prendervi a pedate nel culo fino a quando non arrivate alla vostra postazione sarebbe meno problematico.»

Gabriel abbassa la testa e fa un passo indietro. «Scusa, mi spiace.» Indietreggia ancora, si guarda le mani, vuote, fa un balzo avanti, prende il suo tablet dal tavolo e si accoda agli altri che stanno uscendo in silenzio.

Deglutisco, ho il cuore che batte nelle orecchie. Cazzo… non mi sono mai comportato così, con questa autorità, né qui sull’astronave né, tantomeno, quando lavoravo con Michele. I muscoli delle braccia sono rigidi, quelli delle spalle mi dolgono. Spero che questa infuriata basti a mettere in riga quei perditempo.

Monica è rimasta ferma sul suo posto, continuando a fissarmi. Ha le braccia strette sotto il seno, sollevandolo e mettendolo ancora meglio in mostra sotto l’uniforme da ingegnere, una trappola per occhi che porterà ad una nuova scena di isterismo da parte sua. Un angolo della bocca è sollevato in un ghigno silenzioso.

Scioglie le braccia, si avvicina alla porta e la chiude. Due dita stringono la levetta sotto la maniglia e bloccano la serratura.

Mi irrigidisco e stringo le mani sul tavolo. Cosa diavolo vuole…

La ragazza si gira e cammina verso di me. Le braccia sono rilassate, sulle sue labbra compare un sorriso complice, qualcosa di inconsueto su un volto che ha sempre mostrato noia o disprezzo.

Si ferma al mio fianco. Si appoggia con una mano sul tavolo, si inclina sul fianco. «Beh, non avrei mai pensato di ritrovarmi a lavorare con un eroe.» Il suo sorriso si allarga, gli angoli si sollevano per una punta di malizia. «O l’amante del Comandante Farah… È vera quella voce?»

L’istinto di educazione che mi è stato instillato fin dai tempi dell’orfanotrofio prova a spingere i lati della mia bocca verso l’alto. Tengo lo sguardo il più lontano possibile dalle tette che la ragazza sta mettendo in mostra senza troppa discrezione. «Sì, Monica.» S’impicchi l’educazione. Stringo gli occhi e fisso quelli verdi di lei. «Il coglione che hanno messo come tuo capo  e che trattavi come una merda ha sparato un colpo in mezzo alla fronte di un voraxii e… sì, quella voce è vera..» Nessuno mi ha chiesto della notte di sesso con Amira prima di ora, nemmeno Ekaterina… curioso.

L’espressione amichevole di Monica si increspa appena un po’ alla mia battuta ma dura solo un istante. Lei ride e mi appoggia una mano sulla spalla. «Carlo, come potevo sapere chi eri davvero?» Lei abbassa lo sguardo su sé stessa. «Lo vedi che corpo ho? Sono certa che anche tu hai approfittato qualche volta per dare una sbirciata alle mie forme e…» Mi fa l’occhiolino e il suo sorriso si riempie di complicità. Alza la mano dalla mia spalla e, con una spinta, si siede sul tavolo. «È da quando ho sedici anni che tutti gli uomini mi fissano, sbavano per le mie forme…» Abbassa lo sguardo sul proprio seno e sospira soddisfatta. «Come dare loro torto? Quante donne possono vantarsi di avere un fisico come il mio?»

Potrei citare due donne diverse che possono dire di avere un corpo, se non migliore, almeno al suo livello e che mi sono fatto nell’ultima mezza settimana. Tre, se consideriamo anche quella scema di Nao, che prima mi ha piantato la lingua quasi in gola e poi è scappata, impaurita che spifferassi la cosa a Ekaterina… O qualcosa di simile.

Stringo le labbra. Le tette di Monica riempiono l’uniforme in un rigonfiamento molto invitante, che trattiene lo sguardo. E anche il culo, nei pantaloni, quand’è girato di spalle…

La ragazza continua a parlare. «Quindi, non puoi prendertela con me se, quando ti ho incontrata le prime volte, pensavo fossi solo un bavoso che vuole approfittare di me.» Spinge indietro le spalle, le tette appaiono ancora più grosse e si passa la lingua tra le labbra. «Non potevo di certo immaginare che fossi tanto coraggioso da sparare ad un alieno.»

Avere Monica così vicina, che non mi sta fissando come se stessi appestando l’aria, addirittura sorridente… La stronza ha un corpo da favola, e quando non si comporta come se tutti le volessero fare del male… Un mezzo sorriso si forma sulle mie labbra in risposta alla sensazione di virile piacere che l’erezione nei pantaloni mi sta provocando.

La ragazza sorride a sua volta. Con una spinta delle mani scende del tavolo e si avvicina a me. Una nota appena percettibile di profumo si solleva dalla sua pelle.

«Ti piace, Carlo? È un profumo francese che tengo per occasioni speciali… come il ritorno di un eroe.» Monica sposta una ciocca di capelli biondi da una spalla, mostrando il collo e l’orecchio. «Annusalo, senti se ti piace.»

La mente si fa vuota, l’eccitazione brucia ogni mia capacità di ragionare. Ho le labbra sopra la scapola della ragazza, le succhio la pelle, le mani le sollevano le tette sotto la maglia dell’uniforme, il cazzo mi duole spinto contro l’inguine di Monica.

Lei geme e passa le dita di una mano tra i miei capelli, l’altra è sul mio culo e preme i nostri sessi uno contro l’altro. «Come sei… irruento, Carlo.»

Prima di andare avanti…

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