Capitolo 19 - «Ti piacciono le mie bocce, Carlo?»
La fama di Carlo come cacciatore di alieni ha effetto anche nel lavoro, dove Monica, la sua insopportabile vice, si trasforma in una donna molto più accogliente con lui. Molto, molto più accogliente.
2 ore fa
Gabriel si sporge sul tavolo, il viso illuminato di un lucore azzurro proiettato dagli ologrammi che mostrano il programma odierno della nostra sezione ingegneristica. «E se invece di tornare a cablare nervi dietro le paratie, ce ne restassimo qui ad ascoltare come te la sei cavata con l’alieno?»
Torrence esulta all’idea, dà una pacca al suo collega. Sasha spalanca gli occhi e trattiene il fiato: quando mi ha vista questa mattina mi ha abbracciato confessandomi che la notizia che abbia visto, e rischiato di essere ucciso da un alieno, l’ha terrorizzata oltre ogni dire.
Anche il resto del gruppo riunito nello stanzino che uso come ufficio è entusiasta all’idea che racconti anche a loro cos’ho fatto sulla Jacob Fugger. Tutti tranne Monica.
Monica è a braccia conserte; le sue labbra, messe in risalto da un rossetto rosso che non avevo mai notato prima, non si sono aperte per lamentarsi una sola volta da quando è arrivata, e mi fissa come se preparasse qualcosa. Qualcosa di molto spiacevole.
Stacco lo sguardo dalla ragazza. Meglio non tenere le sue tette nel proprio campo visivo mezzo secondo più dello stretto necessario, o inizierà a tirare fuori minacce di denunce per molestie sessuali.
Mi volto verso Gabriel. «Non mi sembra il caso. Ieri siete stati fermi e stiamo accumulando ritardi su ritardi.»
La minaccia del Capitano Gomez di rispedirci tutti sulla Terra se non avessimo completato il cablaggio e il collegamento dei sistemi di offesa e difesa dell’Alabarda degli Astri entro una data risuona ancora nella mia mente. Mi passo una mano su un sopracciglio. Se Gomez non fosse disteso in una bara nell’obitorio, non sarebbe soddisfatto dei cinque o sei giorni di ritardo che abbiamo accumulato in meno di una settimana…
Ma Gomez è in una bara nell’obitorio e…
Scuoto la testa e stringo gli occhi. «No, oggi porteremo a termine i compiti che il sistema ha distribuito ad ognuno di voi.»
Una smorfia di disappunto inclina le labbra di Gabriel, qualcuno emette un “no”. Sasha sembra indecisa se essere infelice di tornare a lavorare o felice di non dover sentir parlare di alieni.
«E, comunque, sono certo che abbiate già sentito raccontare la mia storia da altre persone, e di certo è più interessante di come si è svolta davvero.»
Un paio di persone controllano i loro compiti sul proprio tablet e si allontanano verso i circuiti da controllare, gli altri restano fermi a guardarsi tra di loro.
Batto le mani con una smorfia. «E allora? Vogliamo muovere il culo e dare un senso all’essere mantenuti dalla Flotta Astrale? Il fatto che il Capitano sia morto non vuol dire che dobbiamo stare qui a grattarci le palle.» La mia voce rimbomba nella stanzetta. «Ho sparato ad un cazzo di alieno grande quanto un autobus, prendervi a pedate nel culo fino a quando non arrivate alla vostra postazione sarebbe meno problematico.»
Gabriel abbassa la testa e fa un passo indietro. «Scusa, mi spiace.» Indietreggia ancora, si guarda le mani, vuote, fa un balzo avanti, prende il suo tablet dal tavolo e si accoda agli altri che stanno uscendo in silenzio.
Deglutisco, ho il cuore che batte nelle orecchie. Cazzo… non mi sono mai comportato così, con questa autorità, né qui sull’astronave né, tantomeno, quando lavoravo con Michele. I muscoli delle braccia sono rigidi, quelli delle spalle mi dolgono. Spero che questa infuriata basti a mettere in riga quei perditempo.
Monica è rimasta ferma sul suo posto, continuando a fissarmi. Ha le braccia strette sotto il seno, sollevandolo e mettendolo ancora meglio in mostra sotto l’uniforme da ingegnere, una trappola per occhi che porterà ad una nuova scena di isterismo da parte sua. Un angolo della bocca è sollevato in un ghigno silenzioso.
Scioglie le braccia, si avvicina alla porta e la chiude. Due dita stringono la levetta sotto la maniglia e bloccano la serratura.
Mi irrigidisco e stringo le mani sul tavolo. Cosa diavolo vuole…
La ragazza si gira e cammina verso di me. Le braccia sono rilassate, sulle sue labbra compare un sorriso complice, qualcosa di inconsueto su un volto che ha sempre mostrato noia o disprezzo.
Si ferma al mio fianco. Si appoggia con una mano sul tavolo, si inclina sul fianco. «Beh, non avrei mai pensato di ritrovarmi a lavorare con un eroe.» Il suo sorriso si allarga, gli angoli si sollevano per una punta di malizia. «O l’amante del Comandante Farah… È vera quella voce?»
L’istinto di educazione che mi è stato instillato fin dai tempi dell’orfanotrofio prova a spingere i lati della mia bocca verso l’alto. Tengo lo sguardo il più lontano possibile dalle tette che la ragazza sta mettendo in mostra senza troppa discrezione. «Sì, Monica.» S’impicchi l’educazione. Stringo gli occhi e fisso quelli verdi di lei. «Il coglione che hanno messo come tuo capo e che trattavi come una merda ha sparato un colpo in mezzo alla fronte di un voraxii e… sì, quella voce è vera..» Nessuno mi ha chiesto della notte di sesso con Amira prima di ora, nemmeno Ekaterina… curioso.
L’espressione amichevole di Monica si increspa appena un po’ alla mia battuta ma dura solo un istante. Lei ride e mi appoggia una mano sulla spalla. «Carlo, come potevo sapere chi eri davvero?» Lei abbassa lo sguardo su sé stessa. «Lo vedi che corpo ho? Sono certa che anche tu hai approfittato qualche volta per dare una sbirciata alle mie forme e…» Mi fa l’occhiolino e il suo sorriso si riempie di complicità. Alza la mano dalla mia spalla e, con una spinta, si siede sul tavolo. «È da quando ho sedici anni che tutti gli uomini mi fissano, sbavano per le mie forme…» Abbassa lo sguardo sul proprio seno e sospira soddisfatta. «Come dare loro torto? Quante donne possono vantarsi di avere un fisico come il mio?»
Potrei citare due donne diverse che possono dire di avere un corpo, se non migliore, almeno al suo livello e che mi sono fatto nell’ultima mezza settimana. Tre, se consideriamo anche quella scema di Nao, che prima mi ha piantato la lingua quasi in gola e poi è scappata, impaurita che spifferassi la cosa a Ekaterina… O qualcosa di simile.
Stringo le labbra. Le tette di Monica riempiono l’uniforme in un rigonfiamento molto invitante, che trattiene lo sguardo. E anche il culo, nei pantaloni, quand’è girato di spalle…
La ragazza continua a parlare. «Quindi, non puoi prendertela con me se, quando ti ho incontrata le prime volte, pensavo fossi solo un bavoso che vuole approfittare di me.» Spinge indietro le spalle, le tette appaiono ancora più grosse e si passa la lingua tra le labbra. «Non potevo di certo immaginare che fossi tanto coraggioso da sparare ad un alieno.»
Avere Monica così vicina, che non mi sta fissando come se stessi appestando l’aria, addirittura sorridente… La stronza ha un corpo da favola, e quando non si comporta come se tutti le volessero fare del male… Un mezzo sorriso si forma sulle mie labbra in risposta alla sensazione di virile piacere che l’erezione nei pantaloni mi sta provocando.
La ragazza sorride a sua volta. Con una spinta delle mani scende del tavolo e si avvicina a me. Una nota appena percettibile di profumo si solleva dalla sua pelle.
«Ti piace, Carlo? È un profumo francese che tengo per occasioni speciali… come il ritorno di un eroe.» Monica sposta una ciocca di capelli biondi da una spalla, mostrando il collo e l’orecchio. «Annusalo, senti se ti piace.»
La mente si fa vuota, l’eccitazione brucia ogni mia capacità di ragionare. Ho le labbra sopra la scapola della ragazza, le succhio la pelle, le mani le sollevano le tette sotto la maglia dell’uniforme, il cazzo mi duole spinto contro l’inguine di Monica.
Lei geme e passa le dita di una mano tra i miei capelli, l’altra è sul mio culo e preme i nostri sessi uno contro l’altro. «Come sei… irruento, Carlo.»
Salgo con i baci fino a sotto l’orecchio, il profumo della sua pelle mi stordisce. Devo essere dentro questa stronza e svuotare tutta l’eccitazione che mi ha provocato da quando lavoriamo insieme, fino all’ultima goccia. Deve restare sul tavolo priva di forze, con la mia sborra che esce a fiotti dalla sua figa quando tiro fuori il mio cazzo.
Prendo il cursore della zip della maglia di Monica e lo abbasso. «Spogliati.»
Lei si morde le labbra, si afferra i polsini e si sfila la parte superiore dell’uniforme. «Ho paura a restare da sola con te, Carlo: rischio che mi blocchi contro una paratia e mi scopi.»
Le sbottono i pantaloni. «Puoi starne certa. Sarà meglio se mi giri al largo, d’ora in poi.»
La maglietta bianca di Monica è deformata dalle tette. Le mani della ragazza la prendono in fondo e la sollevano: due seni più grossi di quanto potessi immaginare compaiono sul petto della ragazza. Li afferro e li stringo: il cuore mi accelera, il cazzo si ingrossa con un colpo nelle mutande. Inalo a fondo, l’odore acre della mia eccitazione si mescola a quello più dolce della ragazza.
«Ti piacciono, Carlo, le mie bocce?»
Cazzo, ma non taci un istante? «Finisci di spogliarti.»
Lei ridacchia e si fa calare i pantaloni. Indossa un tanga rosso. Capo d’abbigliamento strano per qualcuno che lavora in una Sala Motori…
Infilo le dita sotto il tessuto e accarezzo la figa calda e bagnata. Troia, come tutte le altre: Amira, Ekaterina, Nao… Come vedono un po’ di potere, ci si lanciano addosso a gambe aperte.
E questa mignotta lo fa per poter lavorare di meno.
L’orifizio cede sotto la mia pressione, si apre e le mie dita scivolano nella figa di Monica. Lei socchiude le labbra e ansima.
Le energie che risparmierai in giro per la Sezione Ingegneria le consumerai sul mio cazzo.
Estraggo la mano dal tanga. «Girati e mettiti sul tavolo a novanta.»
Un sorriso poco convinto si apre sulle labbra della ragazza. «Non vuoi prima un…»
«Ti ho dato un ordine.» Una mia mano si appoggia sulla sua spalla e la volto. «Hai intenzione di ubbidire una cazzo di volta?»
La spingo sul tavolo, il suo corpo nudo fende e blocca gli ologrammi tecnici, lei appoggia le mani sul piano ed emette un gemito. «Non pensavo fossi così irruento…»
Afferro il tanga e lo abbasso. Le chiappe si aprono, mostrando il buco del culo e, tra le cosce, la figa brilla per l’eccitazione. «È ora che qualcuno ti insegni a rispettare il comando.» Apro le grandi labbra con due dita, quelle piccole sono marroncine e gonfie.
Mi abbasso i pantaloni e prendo il cazzo in mano. Ne appoggio la punta all’ingresso della passera e spingo. Il sesso di Monica non oppone la minima resistenza, sono dentro di lei scivolando sui suoi succhi.
Lei arcua la schiena e geme. «Ah, Carlo…»
La figa di Monica è bollente, gronda lungo la mia asta e mi bagna le palle. Le stringo la gola e una tetta. Mi abbasso accanto al suo orecchio e spingo dentro di lei, ritraggo, spingo ancora. Stringo i denti. La soddisfazione di fottere questa stronza è maggiore di qualsiasi orgasmo potrò trovare nella sua figa.
«Sì, Carlo, più a fondo, Car…»
Serro con più forza le dita attorno al suo collo. «Dì che sei la mia troia, Monica,» sibilo nel suo orecchio. «Ammettilo.»
«Sono la tua… la tua troia, Carlo.»
Le mie dita stringono con più forza la tetta. «E ricordati che lo sei, la mia troia, Monica.»
Le lascio il collo e il seno e le blocco la testa sul tavolo, accanto ad un proiettore olografico che le illumina il volto di un lucore azzurrognolo. Non aggiungo una parola e inizio a scoparla con forza, il mio addome che sbatte contro i glutei della ragazza, i nostri sessi che producono un suono viscido.
Alzo la testa e stringo i denti. Il prurito alla cappella diventa insopportabile, l’uretra brucia come l’inferno. Lascio andare un gemito e il controllo della mia eccitazione. Stringo una ciocca di capelli della ragazza e mi libero nel suo sesso.
Uno spruzzo di sborra con la pressione di una pisciata erompe dal meato, riempie la figa della ragazza. Il piacere è un’ombra rispetto a quello che mi dona Ekaterina, ma la soddisfazione di fottere a novanta questa stronza mi stordisce.
Mi svuoto i polmoni quasi quanto mi sono svuotato le palle. L’odore di sborra riempie l’aria fino ad essere soffocante. Pianto un altro paio di spinte in Monica, rimesto il mio seme dentro di lei. Il cuore mi batte nel petto impazzito, la mente si è svuotata.
Esco da lei, un po’ di sborra segue la cappella e si riversa sulle cosce della ragazza.
Cazzo, il più soddisfacente giorno di lavoro della mia vita…
Libera dalle mie mani, Monica si alza dal tavolo e si volta verso di me. Il sorriso che aveva prima è sporcato da una nota di insoddisfazione. Cazzi suoi. Apre la bocca per parlare.
La precedo. «Rivestiti.»
La sua bocca resta aperta, le palpebre sbattono un paio di volte. «Ma… abbiamo…»
«Lo so cosa “abbiamo”, ho il cazzo bagnato. Ma adesso sei la mia troia, e se ti comporti bene, la prossima volta ti farò vivere il piacere migliore della tua vita. E altri vantaggi.» E sappiamo entrambi di cosa parlo, vero, scansafatiche?
«Ma…»
«Non voglio sentire nessun “ma”. Rivestiti e vai a controllare che i lavori procedano secondo la tabella di marcia.»
Monica si solleva il tanga e i pantaloni senza togliermi lo sguardo di dosso. Pensava di fottermi e mettermi sotto il suo controllo? Ha sbagliato qualche calcolo.
«Se per la fine della settimana il fascio di nervi principale ha raggiunto la sala di controllo delle armi come previsto, dalla prossima stai certa che non vorrai più indossare nulla in mia presenza.»
La ragazza si abbottona i pantaloni. Un luccichio brilla nei suoi occhi, lo stesso che compariva quando stava per mettersi ad urlarmi contro qualcosa perché le vedevo le tette. «Se non ci riusciamo non faremo più sesso, mi stai dicendo?»
Scuoto la testa. «No, sto dicendo che, se sforiamo l’obiettivo settimanale, Sasha prende il tuo posto come vice, e se mi gira bene la sostituisci come manovalanza, ma se ho le palle voltate ti faccio rispedire sulla Terra.» Un accenno di sorriso compare sulle mie labbra. «Dopo che hai fatto venire una mezza dozzina di volte in una notte il nuovo capitano, quella tende a dare ascolto alle tue richieste.» Probabilmente, Amira nemmeno si ricorda come mi chiamo.
Gli occhi di Monica si spalancano e le labbra si stringono.
«Ma, come stavo dicendo, tu fai funzionare la squadra e lunedì prossimo, quando sarai di nuovo su questo tavolo, capirai perché Farah e un altro paio di donne si contendono le mie notti.»
Monica annuisce e fa qualche passo indietro. Colpisce il tavolo con una coscia ed emette un gemito di dolore. «D’accordo, Carlo.» Raggiunge la porta e la apre. «Ci penso io, domenica saremo collegati al computer di tiro.»
Annuisco sorridendo alla ragazza che esce.
La porta si chiude e il mio sorriso scompare.
Troie approfittatrici.
Sono tutte delle troie approfittatrici. Ma se voglio sopravvivere qui, devo sfruttarle io più di quanto loro tentino con me.
✒️ Cosa ne pensi? Dimmi nei commenti cosa ti è piaciuto di più di questo capitolo e cosa ti aspetti succeda nel prossimo… Sono curioso di leggerti.
💖 Ti è piaciuto? Se Carlo, le sue astronaute e i suoi casini ti hanno fatto eccitare o incuriosire, lascia un cuore.
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