Capitolo 18 - «Carlo, sei di Ekaterina, adesso. Io non posso toccarti.»
"Il cazzo è diventato duro nelle mutande, la troietta giapponese ha un paio di tette che voglio stringere dalla prima volta che l’ho vista. Non sarebbe stato male essere messo con lei, quando sono arrivato sulla Alabarda: non è una stronza come Ekaterina, magari ci scappava qualche scopata anche prima..."
1 ora fa
«…e quando la porta tagliafuoco si è aperta, ho visto il Capitano che mi veniva incontro.»
Nao e altre due ragazze mi guardano con gli occhi sgranati. La ragazza con i capelli platino ha la mano sulla bocca e deve aver smesso di respirare da quando l’alieno mi ha attaccato durante il mio racconto. Il capannello di persone attorno a me è formato da quelli che Ekaterina ha denominato “l’alta società della Alabarda degli Astri”, tutti suoi amici, ognuno con i genitori o loro stessi politici o imprenditori. La mia ragazza mi stringe un braccio, sorridendo e godendosi ancora più di me l’effetto che il mio racconto sta facendo su di loro.
«E cos’è successo?» Il guardiamarina Duval è senza fiato.
Il comandante Farah è ancora sul palco della sala comune e sta spiegando come si svolgeranno le cose, ora che ha assunto lei il ruolo di Facente Capitano. Il feretro di Gomez è stato portato via e custodito nell’obitorio, in attesa di incontrare un’altra nave diretta sulla Terra, così che possa riportarlo a casa.
«Dai, continua, Carlo.» Ekaterina mi stringe il braccio contro un seno. Dopo la scopata di ieri mattina, ha voluto che le raccontassi la mia avventura con l’attacco alieno, e ho usato tutto quello che il comandante Amira mi aveva consigliato per renderla ancora più interessante. Con la ragazza, ancora nuda e con la testa appoggiata sul mio petto, ha funzionato alla grande.
Distolgo lo sguardo da Farah. «Sì, allora…» Sollevo le mani all’altezza del petto. «Quando ho visto Gomez davanti a me, ho preso un colpo. Pensavo fosse andato nell’altra direzione durante il suo pattugliamento. Gli sono corso incontro, urlando: “Capitano, si nasconda! Sono inseguito da un alieno!”»
Nao non riesce a distogliermi lo sguardo da dosso, è rapita dalla mia storia. «E lui cos’ha risposto?»
«Eh,» abbasso la voce, «non mi va di dirlo, ma lui non ci credeva. Mi ha urlato contro di tornare al mio posto, ma io gli ho risposto che non stavo scherzando, e mi stavo facendo seguire dall’alieno per portarlo lontano dal resto dell’equipaggio.»
La ragazza di cui non ricordo il nome è pallida. Continua a deglutire e ha le pupille dilatate. «Io me la sarei fatta addosso.»
Un brivido si scarica lungo la mia schiena: il ricordo di com’ero terrorizzato mi stringe il petto. Devo aver strillato come un folle quando ho visto per davvero il capitano, implorandolo di salvarmi. «Io…» Inspiro a fondo. «La porta si apre dietro di me e salta fuori l’alieno.» Abbasso di nuovo la voce. «Urla come un pazzo, si muove a scatti e cerca di raggiungermi. Io non so dove andare, se non continuare a correre verso l’interno della nave, per poi nascondermi da qualche parte, tornare indietro per qualche passaggio e imprigionare l’alieno in un ponte.»
Nao è a bocca aperta. «E se non ce la facevi a nasconderti?»
Eh… «Gomez si è messo ad urlare che avrebbe sparato al mostro, ma io gli gridavo che era troppo pericoloso, che doveva mettersi in salvo, che era troppo importante per la Alabarda.»
Un mormorio si solleva dal gruppo di ragazzi attorno a me, eccitati. Ekaterina appoggia la testa sulla mia spalla. «Adesso arriva la parte spaventosa.»
La ragazza dai capelli color platino non ha ancora tolto la mano da davanti la bocca. I suoi occhi rimbalzano dal mio volto alla medaglia al coraggio che Amira mi ha consegnato qualche minuto prima, davanti a tutto l’equipaggio, e che ora fa bella mostra sul mio petto. «E cos’è successo, al capitano?»
È la quarta volta che lo racconto, ma la sensazione di vuoto che mi aveva riempito quando mi sono gettato a terra accanto a Gomez mentre sparava all’alieno mi stringe ancora lo stomaco. Abbasso il capo. «Il Capitano ha sollevato la pistola e mirato l’alieno, ma non è stato abbastanza preciso. Il colpo ha mancato il voraxii, ma l’uncino del mostro non ha fallito e ha preso in pieno il petto di Gomez.»
Nao distoglie lo sguardo stringendo le palpebre, il petto le si gonfia per il respiro che sta trattenendo.
Il guardiamarina Duval si tappa le labbra con un pugno: deve aver visto anche lui le olografie delle vittime degli attacchi dei voraxii… Sono immagini che non ti togli dalla mente. «E… e poi?»
Sospiro e abbasso le spalle. «L’alieno si stava per lanciare sul capitano… lo so che è stupido, ma io ero convinto – io volevo convincermi – che Gomez fosse ancora vivo e non volevo che il mostro lo facesse a pezzi. Allora mi sono gettato sulla pistola…»
«Sentite com’è stato coraggioso!» Ekaterina mi strattona per un braccio.
«…l’ho afferrata e l’ho puntata contro il voraxii.»
«E quello…» Nao trema per la paura.
Mi punto due dita verso gli occhi. «Lui mi ha guardato con le sue pupille nere piene di un odio primitivo, ha piantato i suoi tentacoli uncinati nel pavimento della nave e si è preparato a saltarmi addosso.»
«Oooh!» fanno due ragazze.
«Io alzo la pistola, punto in mezzo ai suoi occhi e sparo.» Mi tocco al centro della fronte con la punta dell’indice. «Il lumacone spaziale si accascia sul pavimento, i suoi tentacoli perdono forza e cadono come grossi cavi, privi di vita.»
Il pubblico emette un sospiro, le loro spalle si abbassano. «Accidenti…» mormora la ragazza dai capelli platino.
Ekaterina si solleva sulla punta dei piedi e appoggia un bacio sulla mia mascella. «Chi conoscete coraggioso come lui?» Mi abbraccia. «Accanto al mio Carlo non ho più paura.» Sorride ai ragazzi attorno a noi.
Nao mi fissa negli occhi, i suoi brillano. Li abbassa sulla ragazza russa e il suo sorriso si allarga ma il luccichio scompare. «Che fortunata che sei, Ekaterina, ad avere un coinquilino così.»
Le labbra della ragazza si appoggiano sulle mie. «Ora non è più solo il mio coinquilino.» Fa un occhiolino alla giapponese. «Abbiamo unito i nostri letti.»
Un “oh” divertito si solleva attorno a noi.
Il guardiamarina Duval – sua madre è nel governo di qualche Paese del Sud America, giusto? – mi allunga la mano che stringo. «Beh, Carlo, è un onore conoscere un cacciatore di alieni. Mai avrei pensato che una persona che fino ad un mese fa lavorava nell’edilizia potesse avere un simile coraggio.» Ha un leggero difetto nella pronuncia della “r”, la trascina nella dizione.
Le mie urla, rannicchiato in posizione fetale accanto a Gomez mentre abbatte l’alieno, riecheggiano ancora nelle mie orecchie come un sibilo quando stai per svenire. Trattengo il sorriso sulle labbra, gli impedisco di cedere alla morsa che mi stringe il petto: devo avere l’espressione di qualcuno che sta per azzannare una persona. «Ti ringrazio, ma è… è stato solo qualcosa di involontario… prendere la pistola e sparare, intendo.» Le mie budella sono di gomma, le orecchie mi scottano. Una risata idiota mi scappa dalle labbra.
La ragazza dai capelli platino mi sfiora il petto con un dito e sogghigna. «Se mai dovessi scendere su un pianeta o su una nave, spero di averti accanto.» Inclina la testa da un lato, facendo finire i capelli dietro la spalla.
Ekaterina mi stringe più forte e fulmina la ragazza con lo sguardo. «Non preoccuparti, Aneleise, non penso manderanno in missione un’addetta alla cucina.»
Gli occhi di Aneleise si comprimono. «Sono una Chef de Cuisine, non…» Si zittisce, chiude le labbra che tremano.
Quelle di Ekaterina si allargano appena. Non vorrà mettersi a litigare…
Sfilo il braccio dalla stretta della ragazza. «Io vado un attimo in bagno.» Ekaterina che insulta la gente sminuendola mi mette ancora più apprensione degli alieni nascosti nel buio, e non voglio essere qui quando inizierà. Non ci sarà nessun capitano a salvarci.
⁂
Alzo la zip dei pantaloni dell’uniforme da parata ed esco dal loculo del gabinetto. L’acqua inizia a scorrere alle mie spalle. La luce dei servizi si accende e il locale con i lavandini è vuoto.
Il mio riflesso mi guarda da uno degli specchi. Abbassa lo sguardo sulla medaglia, un pezzo di tessuto azzurro che tiene un rettangolo dorato con una sezione rosso rubino a destra e una più piccola verde chiaro a sinistra. Vi passo sotto una mano e lo sollevo. È freddo al tocco, e più pesante di quanto sembrerebbe, tira la stoffa dell’uniforme sulla spalla destra. La stringo.
Basterebbe un movimento minimo del braccio per strapparla via da—
La porta del bagno si apre con un sibilo, nello specchio compare una ragazza. Si ferma sull’ingresso, la testa dai lunghi capelli neri lisci si volta a guardarmi.
È Nao.
Muovo la mano sul sensore del rubinetto, l’acqua esce nel lavandino. «Ti lascio subito il posto.»
Lei non risponde, ha una mano appoggiata al muro e le labbra aperte. Il grosso seno fasciato in un’uniforme più informale della mia si gonfia al suo respirare pesante.
L’acqua è tiepida tra le mie dita. Volto la testa verso la ragazza. «Cos’hai?» Un attacco d’ansia?
Nao lancia un’occhiata alla sala piena di gente, si stacca dal muro e fa un paio di passi in avanti. La porta si chiude con un sibilo e lei, senza smettere di fissarmi, preme il pulsante luminoso accanto fino a farlo diventare rosso. Si avvicina a me, i suoi movimenti sono rigidi.
Sbatto le mani e mi tolgo le gocce d’acqua che finiscono dappertutto. «Stai bene, Nao?»
La ragazza si ferma davanti a me, ha le pupille dilatate e deglutisce. «Ca… Carlo…» La sua voce è un sussurro.
Cosa diavolo… La prendo per le spalle, un brivido la scuote. «Cos’ha—»
Le sue labbra si avventano sulle mie, il suo corpo mi ferma contro il lavandino. La lascio andare. Dovrei spingerla via?
Lei fa un passo indietro, poi un altro. Si copre la bocca con le mani, gli occhi sono sbarrati. È ancora più pallida del solito. «Taihen da! Cos’ho fatto?»
La punta della lingua mi scivola sulle labbra: Nao ha lasciato un vago sapore di fragola. Mi succhio le labbra per bene. Il bagno si sta riempiendo del profumo della ragazza. Non lo portava, prima, quando stavo raccontando.
Il cazzo è diventato duro nelle mutande, la troietta giapponese ha un paio di tette che voglio stringere dalla prima volta che l’ho vista. Non sarebbe stato male essere messo con lei, quando sono arrivato sulla Alabarda: non è una stronza come Ekaterina, magari ci scappava qualche scopata anche prima.
Nao è addossata alla porta, mi fissa e trema.
Le faccio segno di avvicinarsi. «Non è successo nulla, Nao.»
La ragazza non si muove dalla porta. Il pulsante per aprirla è accanto a lei, la sua mano si muove appresso, cercandolo a tastoni. «Sei… Carlo, sei di Ekaterina, adesso.» La sua voce si abbassa. «Io non posso toccarti.»
Scuoto la testa. «Cosa… cosa stai dicendo?»
«Non sarò mai come lei… Non potrò mai avere con me una persona importante come te.» Nao sembra appiattirsi ancora di più sulla porta. «Ti prego, non dire nulla a Ekaterina.» La mano tocca il pulsante, la porta si apre di scatto dietro alla ragazza, che deve mettere un piede indietro per non cadere lunga distesa.
Mi fissa, le pupille sono dilatate, la testa incassata tra le spalle. «Ti prego…» piagnucola.
Si volta e fugge nel rumore della festa e tra le persone presenti.
Scuoto di nuovo la testa e mi passo una mano sulla faccia. Cosa diamine…
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