Capitolo 24 - «Ho venti centimetri di apprezzamento nei pantaloni, troietta…»
Agata, la ragazza di Gianni, sembra portare scompiglio nella coppia tra Carlo ed Ekaterina: una ragazza bella, intelligente, senza la volgarità della coinquilina russa. Carlo... beh, Carlo vorrebbe resistere alla sua grazia, ma...
7 ore fa
Mi appoggio con una spalla accanto alla porta del bagno chiusa da quasi un’ora. Ormai ho imparato ad usarlo prima della mia coinquilina. «Ekaterina, dobbiamo andare ad una cena con il mio amico, non essere ricevuti da Maria Antonietta a Versailles.»
Il sospiro della ragazza è attenuato dalla porta. «Non posso mai…» I pannello scorre nella paratia, mostrando Ekaterina con indosso un abito aderente alle sue curve color argento. Arriva a metà delle cosce e si intravede la valle tra i due grossi seni. Un paio di spalline lasciano libere le braccia. Si appoggia con una mano al varco della porta. «Pensi possa andare bene?»
Sollevo le sopracciglia. Ekaterina ha un certo astio verso Agata, probabilmente dovuto al fatto che la ragazza ci prova con me in modo spudorato, ma sembra più vestita in modo da avere un aumento di stipendio anche senza dover fare un pompino che a ricordare alla ragazza del mio amico chi ha le bocce più grosse.
«Dici che è troppo scollato?»
«Dico che se ti sfugge qualcosa dalla forchetta mentre ce l’hai accanto alle labbra, devi andare a cercarlo nelle mutande.» Abbasso lo sguardo sul suo inguine. «Ammesso che le stai indossando.»
Le mi assesta una manata alla spalla con una smorfia. «Voglio farti fare bella figura e non apprezzi nemmeno.»
Alzo le mani come a proteggermi. «Ho venti centimetri di apprezzamento nei pantaloni, troietta…» Indico con un cenno la porta dell'alloggio. «Pero, adesso, andiamo?»
La ragazza si sistema meglio la maglietta, allargando lo scollo fino a quando il tessuto luccicante non resta ad un pollice al massimo dall’aureola dei capezzoli. Mi trattengo dallo scuotere la testa: vuole dare colpo su Gianni? O vuole fare invidia ad Agata?
Il fiato mi si ferma a metà al ricordo di come si era comportata quando Gianni me l’aveva presentata, fissandomi tutto il tempo come se fosse stata colpita alle spalle dalla freccia di Cupido. È una gran bella ragazza, ma è la fidanzata del mio migliore amico.
Ekaterina è tornata in bagno a controllare nel riflesso dello specchio se si vedono abbastanza tette senza sfociare nel volgare. Spero che Agata non si comporti troppo sfacciatamente con me, o Ekaterina potrebbe diventare una furia…
Sospiro. Spero vada tutto bene… «Dai, sei una gran figa. Andiamo?»
Lei si assicura che il vestito non copra troppo il seno. «Arrivo…»
⁂
Un altro ragazzo si ferma lungo il corridoio e si volta a fissare il culo di Ekaterina, sotto i pantaloncini che scagliano riflessi luminosi come una palla da discoteca e che lasciano poco lavoro alla fantasia.
Ormai, non ha più nemmeno senso provare a reagire: è lei stessa che vuole farsi vedere in ogni modo. Vedere e venerare. Sto con la ragazza che dev’essere il soggetto su cui l’equipaggio si spara più seghe… il secondo, dopo il Capitano Farah, in effetti.
Un sorriso si accenna sul volto di Ekaterina ogni volta che passiamo accanto a qualcuno, consapevole che le fisserà ogni parte sferica del suo corpo, con quelle due davanti bene in mostra. E ogni volta mi stringe più forte il braccio che tiene tra i suoi, sorridendo soddisfatta.
Svoltiamo l’angolo del corridoio, diretti agli ascensori. Adesso passeremo davanti al bar, dove la ragazza potrà mostrarsi davanti a tutti i presenti e farsi ammir—
La mia mente esplode. Si compatta fino a diventare un buco nero. Smetto di percepire il mio corpo, tutto diventa buio e muto. I sensi tornano all’improvviso, il ponte è inclinato da una parte e… e sto cadendo di lato. Un piede si sposta da solo e riesco a non crollare a terra.
Ekaterina mi fissa, gli occhi sgranati. La sua presa si allenta e il mio braccio scivola via da lei.
Allungo una mano e mi appoggio alla paratia, a mezzo metro dalla porta d’ingresso al ponte scientifico. Sbatto gli occhi e deglutisco a vuoto, è come se ricordassi solo a metà come si fa. Ll pavimento ondeggia un po’, ma è già più stabile di un attimo prima.
Le mani della ragazza mi prendono una spalla. «Carlo? Stai bene?» La preoccupazione nella sua voce è la stessa che aveva quando era stato annunciato dal Capitano Gomez l’attacco alieno alla Jacob Fugger.
Inspiro a fondo. Spero non passi nessuno per vedermi in questo stato… Il tipo che spergiura di aver ucciso uno Voraxii che adesso sembra sul punto di morire per un ictus. «Sì…»
«Torniamo all’alloggio, Carlo.»
È come se avessi nel cervello un mattone. Anzi, avessi un mattone al posto del cervello. L’emicrania mi aumenta e diminuisce di intensità come le onde di uno tsunami. «No… andiamo.»
«Sei sicuro?»
Mi raddrizzo, il mattone nella testa si muove. «Sì.» Mi stacco dalla paratia e faccio qualche passo. O allungo i piedi per non cadere in avanti, non riesco a capirlo. «Sì, sto bene…»
Un brusio incomprensibile quasi sovrasta le parole di Ekaterina. «Davvero?»
Devo davvero farmi vedere da un medico. È possibile che abbia contratto qualcosa durante la missione sulla Jacob Fugger… che quel cazzo di alieno mi abbia attaccato una malattia o un parassita extraterrestre? Deglutisco, le orecchie mi scottano. «È solo lo stress del lavoro. Il test delle armi mi ha distrutto. Andiamo.»
Riprendo a camminare tra il bar e la sezione scientifica, la ragazza mi segue un passo più indietro. Il mal di testa aumenta e cala, è un’onda sinusoidale che, però, continua ad incrementare di potenza i suoi picchi superiori. Le voci che provengono dai tavolini dell’area ristoro sono strane, come sovrapposte a delle parole incomprensibili, a grida prive di senso.
Faccio qualche passo avanti, supero il bar. Il mal di testa raggiunge un picco, tutto diventa ne— Sbatto gli occhi. Mi volto verso Ekaterina.
Il volto della ragazza non nasconde la sua apprensione. «Stai bene? Vuoi tornare indietro?»
Solo lo spavento della mia coinquilina è la prova che fino ad un attimo fa sembrava stessi per avere il cervello prossimo ad esplodere. Resta solo uno strano odore appena percettibile che sta svanendo. «No, sto benissimo.» Il suono nelle mie orecchie è scomparso, il mattone nella mia testa sembra non essere mai esistito. «Sul serio. È solo il lavoro, e ho bisogno di svagarmi un po’, questa sera.»
⁂
Gianni solleva dal piatto un pezzo di polpetta da cui cade una goccia di sugo. «Mia dolce Agata, le tue buttcollar sono davvero ottime.»
La ragazza si porta una mano alla bocca e scoppia in una risata. «Köttbullar, sciocco!» Indossa un vestito leggero, un tessuto bianco con dei fiori azzurri molto casto. A differenza di Ekaterina, l’immaginazione con l’abbigliamento di Agata deve fare gli straordinari.
Ma, per qualche motivo, Agata, a differenza di Ekaterina, si apprezza molto anche senza volerla nuda.
Infilzo mezza polpetta con i rebbi, la passo nella crema rosa e la accosto alle labbra. «Comunque Gianni ha ragione, sei davvero una fantastica cuoca.» Metto in bocca la carne. Il sapore del sugo – mirtillo rosso, giusto? – è delicato, e fa contrasto con quello più forte con il macinato di maiale e manzo.
Ekaterina si pulisce le labbra con un angolo del tovagliolo. «Raccontale di quando ho fatto i pel’meni, che ti sono piaciuti tanto, Carlo.»
Agata sorride. «Ne ho sentito parlare molte volte, ma non ho mai avuto l’occasione di provarli: sarei felice di assaggiare i tuoi.»
La ragazza russa si mette in faccia un sorriso affettato con mezzo secondo di ritardo di troppo. «Certo, sarei felice io di prepararli per te…» Abbassa lo sguardo sul piatto e si mette in bocca una mezza polpetta. Forse per un minuto se ne starà zitta.
Gianni beve un sorso di acqua. «Carlo, ho saputo che il test delle armi è andato bene.»
Mi fermo a metà di una masticata. Un sapore acido compare nella mia bocca. Deglutisco. «Beh, non direi…» La forchetta tintinna sulla ceramica del piatto. Speravo davvero non tirasse fuori questo argomento…
«Scherzi?» Il mio amico infilza una polpetta con la forchetta e vi affonda la lama del coltello. «Il Capitano Farah ne parlava giusto ieri con Bielke. Era soddisfatta di com’è andata: sette su sette.»
Trattengo a stento una smorfia. «Sei su sette, casomai. La Lancia Relativistica non ha sparato al primo tentativo.»
Gianni solleva la metà di köttcoso. «Ha sparato con un paio di minuti di ritardo.» Fa spallucce. «Si fanno i test apposta per questo: scoprire cosa non va.» Si mette la mezza polpetta in bocca. «E tutto ha funzionato.»
Ho ancora davanti agli occhi la canalina 49D, con le sferette di nutriente cambiare colore per la quantità eccessiva di Borrogon che ho iniettato per risolvere la depolarizzazione delle sinapsi e poi il nervo avere uno shock e morire in pochi secondi, avvizzirsi e contorcersi fino a diventare qualcosa di simile da un pezzo di vite vecchio di anni. Il lavoro di tre giorni intensi bruciato per sparare un colpo con un’arma…
Non è quello che definirei un “buon esito per il test”.
Da allora Monica non mi ha più rivolto la parola se non per motivi di lavoro, e anche in quei casi preferiva arrangiarsi e prendere decisioni da sola che chiedere a me.
Agata mi fissa di nuovo con quello sguardo che mi aveva riservato quando Gianni me l’ha presentata al bar la settimana scorsa. Mi guarda senza staccarmi gli occhi da dosso, ma sembra pensare a qualcosa al contempo. E lo fa davanti alla mia ragazza e al suo stesso fidanzato…
Gianni inghiotte. «Dai, Carlo, è andata bene. Di cosa ti lamenti? Dopotutto, sei a capo di una sezione ingegneristica sperimentale, ci sono delle rogne in ogni cosa.»
Ekaterina appoggia la testa su una mia spalla. «Il mio ragazzo» le sue parole sembrano dirette verso Agata, «non è tanto un ingegnere, quanto un cacciatore di alieni.» Sì, sono dirette verso – contro – Agata.
La ragazza, invece di prendersela, allarga il sorriso di un pollice. «Già. Chissà cosa può raccontare, a riguardo.»
La russa risponde qualcosa, ma è solo suono che mi entra de un orecchio. Lo sguardo di Agata è ancora più intenso, un po’ come quello di altre ragazze qui a bordo che si eccitano all’idea che io abbia ucciso un alieno. Credono che abbia ucciso un alieno.
Le ho convinte che abbia ucciso un alieno.
Lei è un’altra che si eccita all’idea di stare con una persona che potrebbe proteggerle da un Voraxii?
Deglutisco, la saliva brucia nella gola infiammata. Peccato che non abbia accoppato nessun alieno…
«E dimmi, Agata.» Ekaterina non solleva la testa dalla mia spalla. «Cosa fate nel reparto scientifico?»
Agata alza il bicchiere. «Mi spiace, ma non posso parlarne: top secret.»
«Oh, dai…» la mia ragazza si raddrizza. «Non penso possiate fare qualcosa di così segreto da non poterne parlare a tavola.»
Agata sorride. «Parafrasando Wilde, mai accennare a ricerche così segrete da non poterne discutere durante una cena.»
Ekaterina socchiude gli occhi, fissando la padrona di alloggio. «Wild? Mi ricordo di un Wild, magari è quello che mi scop—»
Mi schiarisco la gola, meglio non farle parlare di quando era una escort proprio durante una cena. Wilde non approverebbe. «Gianni… eh… ci… ci sono novità da… dalla plancia?»
Il mio amico sogghigna e appoggia la forchetta sul piatto vuoto se non per qualche striscia di crema rossa. «Ne ho una in serbo per dopo. Non potete nemmeno immaginarla!»
Ultimamente le novità non hanno portato a nulla di buono. «Qualcosa per cui festeggiare?»
Lui annuisce. «Non ne hai idea, Carlo. Anzi…» Si alza in piedi e raggiunge la cucinina. «Dobbiamo brindare!» Si inginocchia e scompare oltre il piano. Uno sportello si apre con un cigolio e dei vetri cozzano tra di loro.
«Cosa cerchi, Gianni?» Agata si volta sulla sedia.
«La bottiglia di Marsala all’uovo che avevo…» Il mio amico si alza in piedi e si colpisce la fronte con una mano. «Ah, ho dimenticato di prenderla.»
Mando giù l’ultimo pezzo di polpetta. «Ah, ma non preoccuparti, non importa.»
«Scherzi?» Gianni si avvicina alla porta dell’alloggio. «Con quello che l’ho pagata, non voglio che me la porti via qualcuno.» I battenti si aprono. «Faccio un salto al bar e torno subito.»
La porta si chiude dietro di lui.
Passo la forchetta sulla macchia di sugo che è rimasta sul piatto, la prendo con un rebbio della forchetta e me la metto in bocca. Ottimo! Agata è una cuoca fantastica, più di quanto possa esserlo la mia ragazza.
Anche il piatto di Ekaterina è vuoto. Ha mangiato poco, e non so se per una questione di dieta o per non dare troppa soddisfazione alla sua nuova avversaria.
Agata si alza in piedi e prende i nostri piatti. «Se avete terminato di mangiare…»
«Davvero ottimo, complimenti alla chef!» Prendo il mio bicchiere e il tovagliolo. «Aspetta che ti aiutiamo.»
Ekaterina si volta sulla sedia e prende da qualche tasca nascosta il suo comunicatore olografico. «Scusate un attimo, mi è venuto in mente che devo chiamare il mio gruppo per sapere quando dobbiamo girare la prossima scena del video per l’arruolamento.»
Agata le sorride. «Non preoccuparti.» Si volta verso di me, e il suo sorriso si allarga, contagiando anche gli occhi. Sono azzurri come il cielo e luccicano.
Il cuore inizia a battermi con forza nel petto.
Lei prende il piatto di Ekaterina e lo appoggia con un acciottolio sul suo. Mi fa cenno con il capo di seguirla.
Giro attorno al tavolo con la ceramica tra le mani e sopra i bicchieri e le posate. Raggiungo la ragazza nel cucinino, nascosto in parte in un angolo dietro ai letti che sono stati sollevati contro i muri.
Lei appoggia i piatti sul piano della cucina, si inginocchia davanti a me, apre lo sportello della lavastoviglie e inizia a infilarci i piatti, uno davanti all’altro.
Appoggio il mio sul piano, vi tolgo i bicchieri e le posate e glielo passo. «Ecco anche questo.»
Agata allunga la mano per prenderlo e le nostre dita si sfiorano. La sua pelle è delicata, calda.
C’è una scossa tra di noi.
La sua mano si ritrae, lei abbassa gli occhi sul pavimento, ma sorride, si morde le labbra.
Io riprendo a respirare. È la ragazza del mio migliore amico. Non posso toccarla… non posso nemmeno pensare a lei.
Non posso pensare alla sua gentilezza, alla sua educazione, alla sua cultura. Io sto con…
Ekaterina è seduta sulla sedia, un braccio appoggiato allo schienale, ingobbita a guardare qualcosa sul suo comunicatore olografico. Sospiro con il naso. È talmente persa nel suo mondo che potrebbero sparare una bordata contro l’Alabarda degli Astri e non se ne accorgerebbe.
Agata, invece…
Mi inginocchio accanto a lei. Le sorrido. È la ragazza del mio migliore amico, ma…
«Agata…» sussurro, anche se non so cosa dire. Sono dilaniato dal desiderio e dal dovere.
Ma lei… lei mi guarda in un modo che sembra io sia tutto l‘universo per lei.
«Carlo…» anche lei parla a bassa voce. Si solleva quanto basta per scorgere la mia coinquilina oltre il mobile: Ekaterina non si è mossa. Torna a guardarmi. «Carlo, sento il dovere di dirti una cosa.»
Deglutisco. Non è giusto che la cosa prenda questa piega, non posso fare una cosa simile a Gianni. Ma Agata… Agata è attratta da me.
E io… io sono attratto da lei.
I suoi occhi azzurri sono fissi nei miei. «È da quando hai sparato all’alieno che mi sento in obbligo di avvisarti di una cosa.»
Già, siete tutte impazzite per me perché credete abbia ucciso io l’alieno. Un uomo che sa difendersi da un mostro simile è qualcuno che volete accanto a voi. E tu, splendida ragazza dei paesi nordici, sei la ragazza più bella al…
La porta dell’appartamento si apre, io e Agata sussultiamo. Lei lancia uno sguardo di terrore verso Gianni, come se fosse stata quasi sorpresa a compiere un delitto. Ci alziamo in piedi, interrotti sul più bello.
Il mio amico entra con in mano una bottiglia nera con l’etichetta rossa. «Agata, prepara quattro bicchieri da aperitivo. Dobbiamo festeggiare!»
La ragazza raggiunge un armadietto. «Certo, Gianni.» Appoggia sul piano dei bicchieri alti lavorati a rombi.
Ekaterina, che è più ricettiva alla parola “aperitivo” che alle cannonate, assuma una posizione più eretta e mette via il comunicatore. «Cosa festeggiamo?»
Io e Agata portiamo i bicchieri a tavola e Gianni inizia a versare il liquore dorato. «Ho una notizia in esclusiva ascoltata direttamente in plancia questa mattina.» Finisce di mescere il Marsala e passa un bicchiere a Ekaterina, io mi servo da solo, così come Agata.
Gianni solleva il suo bicchiere, il liquido sciaborda contro il vetro. «Vi annuncio che questa mattina, il Capitano Farah, per concedere una breve vacanza all’equipaggio, ha ordinato che la Alabarda degli Astri si diriga verso il pianeta di Panthalassa e che attracchi alla colonia orbitale di Olimpo!»
Mi fermo con il bicchiere sollevato a metà per il brindisi. «Davvero?»
Il mio amico annuisce. «Arriveremo dopodomani, e avremo tre giorni di permesso.»
Agata si porta una mano alla bocca. «Oh, mio Dio! Ho sempre sognato vedere dal vivo le balene alate e gli xittionidi!» I suoi occhi brillano come se fosse ad un passo dal mettersi a piangere dall’emozione. «Gianni, andiamo a fare un’escursione in mare, ti prego.»
Lui le sorride. «Ho già organizzato la cosa. Appena scendiamo su Atlantide, ho una barca da esplorazione già prenotata per tre giorni.»
La ragazza lascia il bicchiere sul tavolo e stringe tra le braccia Gianni. «Sei il mio amore!» Le loro labbra si uniscono in un bacio.
Gianni si stacca da Agata con uno schiocco. «Ha i suoi vantaggi stare con un guardiamarina che può usare le comunicazioni esterne della nave.»
Le mie, di labbra, si sollevano appena. Un attimo fa sembrava pronta a dichiararsi a me come suo unico amore, e ha già cambiato idea… Sono tutte uguali.
Ekaterina si passa una mano sulla bocca per levarsi i baffi lasciati dalla schiuma del liquore. «È da un po’ che non vedo i miei zii e i miei cugini.» Mi guarda. «Devi conoscerli, Carlo. Sono una delle famiglie più importanti di tutto Olimpo e daranno felici di incontrarti: non vedono spesso nemmeno loro…» il suo sguardo balza per un istante verso Agata, «…un cacciatore di alieni.»
Agata è educata, colta e raffinata, ma Ekaterina ha i contatti giusti per farmi arrivare all’ultimo gradino della scala sociale. Gianni può tenersi la xenobiologa, io preferisco la figlia dell’industriale più influente al mondo, soprattutto se arriva pure negli altri pianeti, soprattutto quello attorno a cui orbita Olimpo.
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