Il rilievo sulla paratia si muove davvero, non è un effetto della luce dei pannelli sul soffitto che cambia di intensità e colore in modo appena percettibile! Mi avvicino alla parete e la tocco: sotto i miei polpastrelli, la materia si riorganizza e si abbassa, muovendo le linee smussate che compongono la ruota in un cerchio che si alza dal bordo del pavimento e si dissolve qualche metro più in là.
«Carlo.» Ekaterina sospira alle mie spalle. «Dai, andiamo. I miei parenti ci aspettano.»
Sollevo la mano dalla paratia. La pelle delle dita prude ancora, come se vi fosse scorso sotto una roccia ruvida.
Faccio qualche passo all’indietro senza distogliere lo sguardo dal muro, sia mai che succeda all’improvviso qualcosa di diverso. «Ma… hai visto? Che figata!»
«Cosa?» La ragazza lancia un’occhiata alla ruota che si muove. «Ah, sì, i muri. Pacchiano.» Mi prende la mano. «Andiamo: se devi fermarti a vedere ogni cosa di Olimpo passiamo i giorni di licenza in questo corridoio.»
La seguo e il passaggio si apre all’improvviso. Luci colorate che si riflettono su superfici arrotondate e lucide quanto il vetro mi assalgono, linee curve scivolano lungo i muri, ripetendosi in continuazione, schermi olografici dagli angoli smussati galleggiano ovunque. Su un muro compare quella che sembra la pubblicità di un ristorante con ragazze bellissime e piatti tanto perfetti da apparire finti si alterna a una serie di righe di numeri ed un grafico a linee che salgono, il suono appena udibile di una musica classica si trascina nell’aria. Il borbottio delle decine di persone disperse per quella cattedrale si perde fino ad essere solo un brusio appena percettibile.
Il braccio che Ekaterina stava tirano si alza e ha uno scossone quando la ragazza viene bloccata e gettata all’indietro di un passo perché mi sono fermato.
«Carlo…»
Sono senza fiato. «È fantastico!»
«A me fa venire il mal di testa.» Ekaterina fa una smorfia. «Meno male che all’appartamento dei miei zii non c’è tutto questo caos.»
Sul soffitto le piastrelle luminose cambiano tonalità un poco alla volta, come se l’immagine si spostasse. Colonne bianche con inserzioni lucide interrompono il vuoto dell’ambiente, con le luci che si assicurano che nessuna di queste proietti la minima ombra sul pavimento.
Un braccio si alza accanto ad una colonna e si mette a muoversi nella nostra direzione.
Stringo gli occhi. «Oh, è Gianni. Con Agata.» Mi volto verso Ekaterina e faccio cenno verso di loro. «Andiamo a salutarli.»
Gli angoli della bocca della ragazza hanno uno spasmo. «Sì.»
I due indossano abiti semplici, color cachi e pieni di tasche. Gianni si sfila uno zaino voluminoso dalle spalle e lo appoggia ai suoi piedi.
Agata si toglie un cappello largo e si passa una mano sulla fronte. Solleva lo sguardo sulle luci cangianti che percorrono le volute di metallo riflettenti su una colonna. «Sapevo che questo posto è folle, ma non pensavo fino a questo punto.»
Il sorriso di Ekaterina le fa socchiudere gli occhi. «Ci sono persone che possono permetterselo.»
Agata si rimette il cappello. «A me verrebbe il mal di testa, ad abitarci.»
«È perché non sei abituata.»
Scorro l’abbigliamento di Gianni. «Sembrate pronti ad un safari.»
Lui si sfrega le mani, sorridente. «Sì, ma acquatico. Ho chiamato prima il tipo che ha organizzato la gita in barca, e mi ha spiegato di prendere il prossimo ascensore orbitale per la superficie. Passeremo tutto il tempo sulla superficie di Panthalassa.» Scocca un bacio ad Agata su una guancia. «Così potremo vedere i… cosi… i pesci locali.»
La ragazza ride. «Non sono pesci… ma non importa.»
Passare dei giorni su un mare alieno, a fare turismo… La cosa mi eccita più di quanto mi sarei aspettato. Ma qui, su Olimpo… Ogni angolo sembra attirarmi con la promessa di una nuova scoperta, ogni colonna è il luogo dove incontrare una persona che non conosco, all’interno di qualsiasi ristorante qui attorno si celano piatti che non posso nemmeno immaginare. Dopo che avremo preso il nostro posto, qui, io e Chiara, e conoscerò ogni angolo della stazione, ogni persona, il sapore di ogni pietanza, sfrecceremo sulle acque di Panthalassa con un motoscafo e vedremo anche noi i pesci di questo pianeta.
Ekaterina mi mette una mano sulla spalla. «Noi stavamo andando a incontrare mio zio e i miei cugini. Gestiscono le miniere di mio padre che si trovano sott’acqua.»
Gianni afferra lo zaino per uno spallaccio. «Va bene. Noi ci avviamo all’ascensore orbitale.»
Agata solleva il braccio e controlla l’orario. «Sì, mancano pochi minuti alla partenza.»
Ekaterina annuisce senza che un muscolo del suo viso si sposti. «D’accordo. Ci ved—»
«Oh!» mi giro verso di lei. «Accompagniamoli!»
L’espressione della ragazza non cambia. «Ci aspettano, Carlo.»
«Dai, saranno cinque minuti, cosa vuoi che cambi?»
Lei si ferma a metà di uno sbuffo. «Carlo, ci…»
«Facciamo così: io vado con loro fino alla stazione dell’ascensore, poi ti raggiungo.»
Ekaterina chiude gli occhi. «Non sapresti orientarti sulla stazione. E poi ti fermi a guardare qualsiasi… cosa.»
«Dai!»
La ragazza sbuffa davvero. «D’accordo, Carlo. Andiamo alla stazione.»
⁂
«La stazione di orbita della Olimpo è divisa in due livelli.» Ekaterina ci precede attraverso la passeggiata della stazione. «Quella sopra è per i passeggeri, mentre quella sotto è per il materiale grezzo in salita e per la merce in discesa destinata alle miniere.»
«E ad Atlantide, suppongo.» Agata le è subito dietro, affiancata da Gianni.
Ekaterina attraversa un paio di porte che si aprono al suo passaggio. «Sì, anche per quella.»
La stazione appare di fronte a me, un ponte circolare alto una decina di metri e dal raggio una quarantina. La musica classica di sottofondo che riempiva l’aria fino ad un attimo fa è sostituita da rimbombi metallici e colpi secchi. La luce sembra quasi spegnersi, adagiandosi in un’intensità quasi crepuscolare rispetto alla follia di ologrammi della passeggiata. Decine di persone sono attorno ad un tubo che si alza dal pavimento e che occupa un buon quarto del ponte; delle scale e ascensori salgono lungo il suo bordo, fermandosi a sportelli aperti. Sono tre, uno sopra l’altro: i piani della sezione dedicata ai passeggeri, senza dubbio.
Continuiamo ad avvicinarci. Un paio di persone che sono in attesa le ho già viste sulla Alabarda degli Astri, altre indossano abiti da lavoro, portano delle sacche e sono accompagnati da bassi robot simili a quelli che usiamo per la manutenzione sulla nave.
«Attenzione, prego.» Nel ponte rimbomba una voce sintetica. «È iniziata la procedura di imbarco per la cabina dell’ascensore orbitale. I passeggeri con autorizzazione…»
Gianni si volta verso di me. «Beh, è il nostro ascensore.» Mi tende la mano. «Ci vediamo tra qualche giorno, Carlo.»
Gliela stringo. «Statemi bene e divertitevi, laggiù.»
Agata mi sorride. «Ciao, Carlo. Ekaterina.»
La russa fa un sorriso che sembra più una smorfia. «Ciao.»
I due si allontanano fino a raggiungere una donna con un’uniforme verde. Controlla i loro documenti con uno scanner che tiene sul dorso della mano.
«Ok, adesso andiamo?» Ekaterina si lascia scappare un sospiro e guarda verso la porta.
«Sì, possiamo…» Abbasso lo sguardo. Sotto di me, il pavimento è trasparente. L’ascensore prosegue per almeno un centinaio di metri nello spazio, e un grosso tubo quadrato lo unisce alla stazione, forse per estrarre il minerale grezzo costudito all’interno. Il nastro rosso largo i quattro metri standard degli ascensori orbitali scende a picco, illuminato a intervalli da placche luminose che lampeggiano, illuminando cavi verdi e blu intessuti nel nastro. Panthalassa nasconde buona parte delle stelle, una sfera azzurra su cui galleggiano nuvole bianche.
Da questa quota, non c’è nulla che faccia credere che ci sia la minima struttura umana.
Nemmeno Atlantide si vede, perlomeno adesso che la zona del pianeta sotto di noi è illuminata dalla Stella di Bernard. Forse, di notte, le luci elettriche tra gli edifici ne svelano l’esistenza…
È un pianeta vergine, in cui creature che non hanno quasi nulla a spartire con quelle terresti vivono, si riproducono, cacciano e muoiono senza sapere nulla di cosa si estende oltre la superficie del loro mare alieno.
Inspiro a fondo, la meraviglia mi riempie il petto, il terrore mi fa tremare le gambe.
Voglio andare laggiù anch’io, essere accarezzato da un vento prodotto da una stella diversa dal sole che solleva onde di un’acqua che nasconde bestie che hanno una biologia diversa da quella terrestre…
Sussulto. La mano di Ekaterina mi ha preso per un braccio. «Dai, che ci aspettano! Non è ben visto far aspettare le persone, soprattutto su una stazione delle dimensioni di questa.»
Lancio un’ultima occhiata alla sfera azzurra e bianca sotto di me. Il più grande avamposto umano fuori dalla sua culla, appoggiato sulle onde che riflettono la luce di una stella che, dalla Terra, non saprei trovare nel cielo notturno, è a meno di quarantamila chilometri da me.
Il cuore mi batte nelle orecchie. Stringo le labbra. Annuisco. «Andiamo…»
⁂
Ekaterina si anima davvero per la prima volta da quando siamo sbarcati su Olimpo: saltella e saluta con la mano sollevata sopra la testa. «Ehi!»
Dall’altra parte della passeggiata, accanto ad una colonna bianca con rifiniture bronzee sulla pletora di spigoli che la attraversano per l’altezza, due uomini e una ragazza rispondono al saluto.

