Alabarda degli Astri

Capitolo 11 - «In che situazione mi sono andato a cacciare per quella troia di Ekaterina?»

Carlo, disperato per la situazione in cui si trova, tra una coinquilina che lo provoca sessualmente per sminuirlo, una vice sul lavoro che lo tratta come una merda e i superiori insoddisfatti, prova a dimostrare il proprio valore proponendosi volontario per una missione di soccorso. Ma ogni secondo che passa convince sempre più il ragazzo che si sta gettando in una tragedia che non saprà gestire...

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Sulla navetta nessuno parla più forte di un bisbiglio, e anche le parole pronunciate sono ridotte al minimo. Le dita del medico accanto a me sono bianche tanto forte sta stringendo il bracciolo del suo sedile. Stringe al busto la sua borsa bianca con una Croce Rossa stampata sopra, i suoi occhi guizzano dal Capitano in piedi accanto al pilota alle due dozzine di persone che compongono la squadra di soccorso.

Davanti a noi si ingrandisce il trasporto civile, un insieme di blocchi cubici grigi messi uno dietro all’altro, posti tra un modulo con la cabina e lo spazio per l’equipaggio e, dall’altra parte, gli scarichi dei motori. Da un paio di blocchi si solleva nello spazio fumo nero, e diversi squarci lasciati dalle armi aliene sono illuminati dall’interno da scariche di scintille e fuoriuscite di plasma.

Deglutisco e inspiro, un odore pesante di chiuso mi appesantisce i polmoni. Il Capitano, alla nostra partenza dalla Alabarda, aveva assicurato che la situazione strutturale della Jacob Fugger non fosse disperata, ma non mi sembra così rosea. Per lo meno, è meglio di quanto temessi. Per quanto possa vedere dall’esterno.

Gomez si gira verso di noi. «Attraccheremo tra due minuti.»

Un braccio si solleva in mezzo ai sedili davanti a me. «Si conosce la situazione strutturale della nave?» Dalla voce, sembra uno dei tecnici del motore iperspaziale che lavora durante il mio stesso turno.

«Dai rapporti che ci sono stati trasmessi, lo scafo è stato danneggiato solo in tre punti e quei ponti sono attualmente chiusi e inaccessibili. La nave è impossibilitata a muoversi per un colpo diretto ad uno dei circuiti di raffreddamento e il sistema di sopravvivenza è offline, ma dovrebbe restare abbastanza aria e calore per poter lavorare senza tute per le prossime 18 ore, quindi non ci sono problemi.»

Non ci sono problemi, ma la Alabarda degli Astri l’hanno lasciata a più di cento chilometri di distanza e ci siamo avvicinati con una navetta…

Qualcuno si schiarisce la voce. «Siamo sicuri che… che la nave aliena non ha lasciato qualcuno a bordo?»

Un brusio si solleva nella nave. Il medico accanto a me smette di respirare e si irrigidisce sul sedile.

Il tono del Capitano diventa lo stesso di quando mi aveva minacciato di mandarmi a casa se non fossi riuscito a completare la messa a punto della sezione 4 delle reti neurali. «Non ci sono alieni nel raggio di un anno luce. Quando siamo arrivati, l’incursore Voraxii aveva iniziato l’arrembaggio ed è fuggito appena ci ha visto: quel trasporto ha a bordo solo umani e qualche animale da compagnia terrestre.»

È da quando stavo chattando con Gianni che ho il cuore che batte come un pazzo, e le parole di Gomez non stanno migliorando la situazione. Per qualche motivo, non riesco a tranquillizzarmi.

Voraxii… Dei grossi lumaconi con due grossi occhi neri e dei tentacoli uncinati accanto alla bocca… Lo stomaco erutta acido in gola al ricordo di com’erano ridotti gli sfortunati che venivano catturati da quei mostri famelici. Com’erano ridotte le parti degli sfortunati che ancora si trovavano sparse sul terreno, in realtà.

Cazzo… il cuore batte nelle tempie, ogni istante mi maledico di aver deciso di partecipare a questa follia. Sono un dannato tecnico delle reti neurali con quattro conoscenze di elettronica e meccanica: in questa missione sono utile quanto un muratore o un contadino.

Lo scafo del trasporto si sposta in un lato della navetta, si avvicina fino a quando i due non si toccano e una luce verde si accende sopra la porta della camera di decompressione.

Il Capitano Gomez ci fa segno con una mano. «Andiamo.»

Il secondo della Jacob Fugger, un uomo di colore alto e magro, è accanto al Capitano Gomez. Siamo riuniti in un magazzino i cui muri sono tappezzati da contenitori cubici bianchi e azzurri con delle scritte, dove vengono stivati i rifornimenti per l’equipaggio.

Nessuno parla e tutti stringono a sé le borse mediche o quelle con gli strumenti di lavoro. Gli sguardi saltano da un angolo scuro a qualche cumulo di scatole crollate sul pavimento durante l’attacco.

Gomez finisce di parlare con il secondo e si gira verso di noi. «I medici e gli infermieri seguano il Comandante Jensen, mentre gli ingegneri stiano con me.»

Ci dividiamo e, mentre l’altro gruppo si dirige verso la porta a sinistra, noi procediamo verso il corridoio centrale del trasporto seguendo il Capitano: un lungo tunnel a sezione esagonale si protende nella nave per qualche decina di metri, prima di essere interrotto da una porta tagliafuoco. Paratie sono crollate sul pavimento e scintille schizzano dai circuiti; un paio di tubi pendono dal soffitto e qualcosa brucia.

Se questa è una situazione tranquilla, non voglio scoprire com’è una disperata…

Gomez si ferma, consultando un palmare. Punta il dito verso un ingegnere e poi un altro. «Voi due qui: c’è il sistema di controllo dei gas esausti da riparare.»

I due rispondono con un saluto militare ed entrano in una porta con in mano le loro sacche con gli attrezzi.

Riprendiamo a camminare, superiamo la tagliafuoco e finiamo in un altro corridoio con del fumo sospeso appena sotto il soffitto, illuminato dalle piastrelle luminose. La gola e il naso bruciano. Gomez indirizza quattro uomini a riparare qualcosa sotto il pavimento.

Oltre a me e al Capitano, ci sono due altri ingegneri che accedono al corridoio successivo. Un incendio divampa da un circuito e solleva un fumo nero che scurisce le paratie su cui scorre. Il sistema di aerazione emette un suono fastidioso e sembra stia perdendo la battaglia contro il fuoco.

Gomez indica la donna con noi. «Spegni il fuoco, e poi aiuta lui a ripristinare il sistema antincendio della sezione.»

«Sì, signore.» La donna corre verso un estintore sul muro e lo impugna.

«Clerici.» La voce del Capitano mi distoglie dall’ingegnere che attacca le fiamme. Mi fa segno di seguirlo. «Muoviti.»

Mi guardo attorno: sono solo. Le dita mi diventano di ghiaccio. «Devo andare in… in un’altra sezione?»

Gomez mi aspetta sulla porta tagliafuoco aperta. Il suo sguardo vale più di mille sproni a parole. O altrettanti inviti a fuggire da lui. «Si muova, Clerici.»

Lo raggiungo con uno sprint. «Sì, Capitano…» Lui riprende a camminare e io lo seguo.

La porta tagliafuoco si chiude con un sibilo ed un raschio alle mie spalle. Da un cavo strappato schizzano delle scintille che cadono a terra e si spengono, lasciando un tratto di corridoio nel buio. Stringo le dita congelate in un pugno e infilo le mani nelle maniche. Un tratto di paratie è deformato come se la nave aliena l’avesse colpito dall’esterno, parte delle strutture che ne assicurano l’integrità sono distrutte o crollate sul pavimento, alcune luci sono spente.

Le gambe mi si fanno di gomma. L’odore di polvere irrita il naso e gli occhi. Deglutisco qualcosa che sa di terra e metallo. «È qui che la nave aliena ha cercato di fare breccia?»

Gomez si ferma. «Non capisco perché si è offerto volontario, Clerici. Lei non è un ingegnere… normale. Il suo campo sono le reti neurali, e questa astronave ne è priva.»

Bella domanda. Peccato che la risposta vera sia troppo stupida. «Sentivo il dovere di essere d’aiuto, signore.»

«Tutti i sistemi più importanti danneggiati della Jacob Fugger sono già stati assegnati ai suoi colleghi; lei, Clerici, può comunque ripristinare il circuito dei sensori interni.»

I sensori interni sono guasti? Mi guardo attorno: nessuno sa cosa sta succedendo qui attorno? Se ci sono altri guasti, altri sistemi prossimi a guastarsi, fughe di gas o radiazioni o… Un brivido freddo squassa la mia schiena, e non è per la temperatura del ponte.

«Cosa aspetta?» La mano del Capitano indica una porta accanto a me. «Il fatto che non sia un circuito vitale, non significa che possa essere ignorato.»

Devo andare in bagno, ne ho urgenza! «Si… signore, non potrebbero essere restati degli alieni?» Il viso mi avvampa alle mie stesse parole.

La faccia di Gomez diventa ancora più spaventosa. «La finisca di farci perdere tempo, Clerici! Io e l’Ufficiale alla Sicurezza Li pattuglieremo la zona, ma le assicuro che non ci sono pericoli qui attorno.» Dalla fondina estrae una pistola laser. «Adesso vada al suo posto e faccia funzionare quei sensori.»

Non ho mai fatto tanta fatica a muovere le gambe nemmeno dopo la settima ora di escursionismo, anni fa. E non è la stanchezza a bloccarmele. Sembrano dotate di volontà loro, e implorano di girarsi e fuggire.

La stanza con il circuito dei sensori interni è immersa in una luce rossa che getta ombre nere, che vengono prodotte da server distrutti, paratie esplose e putrelle crollate sul pavimento. Dal soffitto scendono cavi elettrici, fibre ottiche e tubi scossi dal flusso d’aria che vomitano. Qualche motore elettrico danneggiato produce uno stridio metallico che fora i timpani. I miei piedi sollevano una foschia biancastra che mi brucia gli occhi.

Mi porto la mano alla bocca e tossico. «In che razza di situazione mi sono andato a cacciare?»

Il capitano stava entrando nel corridoio successivo quando la porta alle mie spalle ha provato a chiudersi, ma arrivata a metà si è fermata, ha tentato di nuovo senza successo ed è rimasta aperta.

La mano tocca gli strumenti che ho nella tasca: metà di questi non sono sicuro a cosa servano, e se abbiano qualche uso per il guasto che devo riparare. Le piastrelle in fondo allo stanzone lampeggiano, un’intera sezione resta al buio, riparata dalla luce da una sezione di controsoffitto crollato. Stringo uno scanner, ma preferirei fosse un’arma come quella di Gomez.

Inspiro a fondo, i polmoni si riempiono di fumo acre. Tossisco fino alle lacrime.

«Al diavolo…»

Sarà meglio fare qualcosa, o il Capitano questa volta si incazza davvero. Già solo come mi ha fissato quando mi sono presentato all’hangar della Alabarda per propormi come volontario, sembrava volesse prendermi a sberle e rimandarmi all’alloggio, o direttamente farmi rinchiudere in cella.

Però, se riesco a sistemare il circuito dei sensori interni, potrebbe iniziare a smettere di vedermi come l’inetto messo al comando dell’inutile squadra che perde il tempo a fingere di creare una rete neurale ma considerarmi come una persona capace e che merita credito. Già il fatto di non essere spedito a pedate in culo sulla Terra sarebbe un risultato sufficiente…

Stringo le labbra. Con Ekaterina non servirà a nulla qualcosa del genere, ma…


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