Capitolo 10 - «Quella stronza inizia a ditaliarsi quando entro nell'alloggio.»
Ekaterina è nuda, sdraiata sul letto. Il suo corpo perfetto è scosso dal piacere che uno dei suoi tre ricchi amanti le ha donato attraverso il telero che ha impiantato nella colonna vertebrale, le due grosse tette luccicano di sudore, la destra adagiata sul copriletto e vibra negli spasmi del piacere. L’altra mano di Ekaterina è tra le sue cosce, intenta a incrementare l’orgasmo che sta per raggiungere. Brilla per il piacere che le sta colando fuori dalla figa.
5 ore fa
Sfilo dalla tasca dei pantaloni la mano e la tendo verso lo scanner accanto alla porta dell’alloggio. Sospiro, le spalle sono basse e la schiena mi fa male. Un’altra giornata di merda al lavoro, con Monica che mi guarda in cagnesco e nessuno che fa più dello stretto necessario.
Sono ormai passati sei giorni da quando il Capitano Gomez mi ha convocato per impormi le tre settimane di tempo per preparare la sezione delle reti neurali che dovranno comandare i sistemi di attacco e difesa della Alabarda degli Astri, e siamo già in ritardo di due.
Scuoto la testa. Per la data di scadenza, se continuiamo così, non avremo nemmeno iniziato a configurare i nodi di interfaccia, e ci cacceranno tutti dalla Flotta Astrale.
La stazione orbitale di Olimpo, il luogo dove vivono gli individui più importanti dell’umanità, è più lontana dei sei anni luce che la divide dalla Terra, dove sono destinato a finire per il resto della mia vita.
La porta si apre con un sibilo. Il momento peggiore della giornata sta per cominciare.
La figlia di uno degli individui più potenti dell’umanità è nuda, sdraiata sul letto. Il suo corpo perfetto è scosso dal piacere che uno dei suoi tre ricchi amanti le ha donato attraverso il telero che ha impiantato nella colonna vertebrale, le due grosse tette luccicano di sudore, la destra adagiata sul copriletto e vibra negli spasmi del piacere. L’altra mano di Ekaterina è tra le sue cosce, intenta a incrementare l’orgasmo che sta per raggiungere. Brilla per il piacere che le sta colando fuori dalla figa.
Lo fa apposta, la stronza. Aspetta che arrivi dal lavoro, si fa trovare nuda e scopata via telero quando entro. Lo fa perché sa che non potrò fare altro che guardare e nient’altro, lo sa che non riesco a toglierle gli occhi di dosso e mi rinchiuderò in bagno a spararmi una sega.
Chissà se ha capito che ho una ragazza, sulla Terra, e che fatico a pensare a lei quando uso il mio, di telero, per poterla far godere ad anni luce di distanza?
Ekaterina apre un occhio e mi guarda. Il sorriso di piacere si allarga, gli angoli della bocca si sollevano e le palpebre inferiori si alzano. «Il bagno è libero, Carlo.»
Mi mordo la lingua. Ruoto la testa verso il muro ma gli occhi non riescono a staccarsi dal suo corpo meraviglioso. Mi avvio verso il gabinetto. Il dolore allo stomaco è maggiore a quello che il cazzo gonfio e costretto in una posizione scomoda mi provoca nei pantaloni.
La porta si chiude alle mie spalle, il metallo dei sanitari mi accoglie con una miriade di riflessi delle piastrelle luminose sul soffitto e sui muri.
Scuoto la testa. «Quella stronza inizia a ditaliarsi quando entro nell'alloggio.»
Mi appoggio con una mano al lavandino, l’altra passa sul volto barbuto che mi studia con disprezzo dallo specchio. Non ho mai portato la barba in vita mia, mi sono sempre rasato. Ma non ho la voglia di rendermi anche solo presentabile, non in un posto dove la ragazza più bella che abbia mai visto in vita mia mi disprezza, nessuno mi considera come una persona e i superiori mi guardano come se fossi un incapace.
Apro il cassetto sotto il lavandino e il telero nero che mi ha regalato Chiara compare in un angolo. Lo prendo in mano e lo sollevo. Un pezzo di plastica nero, un oggetto che, nonostante l’abbia usato per settimane, mi sembra qualcosa di incomprensibile, qualcosa di infetto.
La stanchezza alle spalle cresce, è un panno caldo bagnato che mi cuoce i muscoli. Rimetto al suo posto il telero e chiudo il cassetto. Scuoto la testa. Fanculo…
Mi siedo sulla tazza del cesso e mi appoggio al muro. Chiudo gli occhi e svuoto i polmoni.
Non ce la faccio più, sono troppo…
L’orologio vibra.
Sospiro. «Chi è che rompe i coglioni…»
Sollevo il braccio. È un messaggio da Gianni. È forse l’unica persona sulla nave che posso definire amico.
Premo lo schermo e compare il messaggio.
Gianni
Domani ti va di cenare con me e Agata?
Sorrido.
Io
Se mi lasci il tempo di farmi la barba, sì.
Ti va di bere qualcosa al bar, adesso?
Gianni
Sono in plancia per il mio turno, oggi. Ma domani pos
Aspetta, sta succedendo qualcosa
Fisso l’orologio. Di che sta parlando, Gianni? Digito una domanda, ma a metà della seconda parola arriva un nuovo messaggio.
Gianni
È arrivato una richiesta di soccorso! Una nave aliena sta attaccando un trasporto!
Il cuore mi balza in gola, le viscere si sciolgono.
Un tremore scuote la nave, l’armadietto accanto allo specchio si apre e un paio di spazzole di Ekaterina e il mio rasoio elettrico cadono nel lavandino con un frastuono di metalli che sbattono. La luce in bagno sfavilla e torna normale.
Siamo usciti dall’iperspazio senza seguire il normale protocollo. Il bagno si inclina in avanti per la gravità artificiale che compensa e mi appoggio una mano al muro piastrellato.
Le foto degli alieni che mi erano state mostrate all’Accademia mi assalgono dalla memoria. Le descrizioni dei sopravvissuti ai loro attacchi stringono il mio petto. «Merda…»
Io
Stiamo virando verso la zona dell’attacco?
Fisso l’orologio con il mio messaggio. Ti prego, rispondi di…
Gianni
Siamo quelli più vicini. Stiamo per fare il balzo nell’iperspazio.
Le orecchie si scaldano, il fiato si mozza.
La luce del bagno diventa rossa, la sirena dell’allarme rimbomba. Un urlo di terrore proviene dall’alloggio. Balzo in piedi su gambe che mi sorreggono a stento, la vescica è prossima ad esplodermi.
Esco dal bagno, il piccolo appartamento è immerso nella luce rossa, ombre che non ci sono mai state prima mi osservano dagli angoli.
Ekaterina è rannicchiata sul suo letto, si è infilata sotto le coperte e se le è tirate fino al mento. Ha gli occhi sbarrati, trema come se avesse la febbre. Sposta il suo sguardo su di me: questa volta non c’è traccia di superiorità.
Raggiungo il divisorio tra i nostri letti e mi ci appoggio. Meglio tenersi se balziamo di nuovo fuori all’improvviso dall’iperspazio. Le gambe mi tremano. «Stai bene?»
L’allarme sonoro si spegne e buona parte delle piastrelle luminose tornano bianche, a parte un paio che iniziano a pulsare di rosso.
La ragazza mi guarda come fossi l’unico adulto nella stanza e lei una bambina di quattro anni. Sta per mettersi a piangere. «Cosa succede?»
Stringo le dita tra i fori a forma di foglie del divisorio. Quella ragazza strafottente, che mi parlava come se fosse una nobile dei secoli scorsi alla presenza di un inferiore, un servo della gleba con i vestiti che puzzano di letame, è atterrita dalla paura. I milioni di follower, i suoi tre amanti ricchi, suo padre con i trilioni… Adesso è solo una ragazza nuda sotto un lenzuolo, spaventata da qualcosa che sa di non poter sopraffare con lo sguardo pieno di sdegno e una frase tagliente.
«Un attacco alieno.» Le parole escono dalla mia bocca, ma è impossibile – non voglio credere - che stia succedendo davvero. «La nave si muove per proteggere un trasporto.»
Ekaterina porta le mani alla bocca, il lenzuolo si tende. «No…»
La nave trema di nuovo. Siamo usciti dall’iperspazio un’altra volta.
Sollevo lo sguardo verso il soffitto ma le luci non cambiano: non tornano ad essere tutte rosse, la sirena d’allarme resta silenziosa.
Ekaterina mi guarda. «Non… non entriamo in allarme rosso?»
La tensione nei muscoli si allenta, un senso di stanchezza ne prende il posto. Era un errore? Non c’era nessun attacco alieno? La comunicazione era sbagliata, troppo disturbata e non hanno…
Lo schermo olografico dell’alloggio si accende da remoto davanti alla porta. La scritta “Comunicazione urgente” è in rosso su campo nero. Un’inquadratura dalla plancia la sostituisce, le luci rosse lampeggiano sul volto scuro del Capitano Gomez.
L’uomo sullo schermo fissa la telecamera. Ha le braccia dietro la schiena, sullo sfondo il Comandante Farah si china davanti alla console tattica con l’addetto che le indica qualcosa su uno schermo olografico. La voce del Capitano è forte, ma non riesce a nascondere un’ombra di tensione. «Pochi minuti fa la nave da trasporto Jacob Fugger ci ha trasmesso una richiesta di soccorso perché sotto attacco da parte di un vascello alieno e siamo balzati nell’iperspazio per prestarle aiuto, ma al nostro arrivo la nave nemica si è distaccata dalla Fugger…» Un video sgranato prende il posto del Capitano: un oggetto scuro con linee luminose verdi si allontana da una lunga nave simile ad un tubo segmentato grigio per qualche secondo, diventa abbagliante e scompare. «…ed è fuggita nell’iperspazio.»
Sotto il peso del terrore che mi sta schiacciando il petto, una minuscola piuma solletica la mia soddisfazione di vedere Ekaterina terrorizzata quasi più di me. Un angolo delle mie labbra a stento si solleva, la schiena mi si raddrizza un po’ nel peso della stanchezza di questa giornata orribile che sta riuscendo a peggiorare ancora di più.
Potrei… potrei approfittarne. Gli angoli della bocca si sollevano davvero. Faccio un passo verso di lei. «Non preoccuparti, ti proteggerò io dagli alieni.»
I suoi occhi si postano verso i miei. Scintillano. Le sue labbra si sollevano in un sorriso.
Il petto mi si gonfia. Inizia a vedermi sotto una luce diversa, inizia a vedermi come un eroe.
Ekaterina scoppia in una risata. È la risata più forzata che abbia mai sentito. «Cosa vuoi proteggere? Sei bianco come questo lenzuolo, sei terrorizzato!»
«Io…» Il cuore perde un colpo, quella parvenza di coraggio scompare e la forza che tendeva i muscoli si dissolve.
«Gli alieni se ne sono andati perché hanno paura dell’Alabarda.» Ekaterina abbassa la coperta fino al seno nudo, gli occhi puntati sullo schermo. Espira, la maschera di terrore che aveva sul volto inizia a incrinarsi. «Non c’è più nessun pericolo.» Ridacchia. Mi fissa di nuovo in quel modo. Che animale sciocco che sei, Carlo.
Deglutisco. La realtà mi ha gettato addosso una secchiata di umiltà.
Il Capitano Gomez torna a occupare lo schermo olografico. «L’attacco e lo sbarco sul trasporto ha causato danni ingenti alla nave civile, e saranno necessarie delle riparazioni urgenti per permettere alla Jacob Fugger di proseguire fino ad un bacino dove essere sistemata.»
«Il capitano…» La ragazza fissa lo schermo. Non c’è un filo di ironia nella sua voce. «Lui è un eroe, lui non ha paura degli alieni.» I suoi occhi si spostano su di me. «Lui non diventa pallido quando se ne trova uno davanti.»
Il cuore mi batte nelle tempie tanto forte che quasi copre le parole di Gomez alle mie spalle. «Richiedo quindi dei volontari per formare una squadra di sbarco - medici, psicologi, ingegneri – e portare un primo aiuto all’equipaggio del trasporto e alle strutture della nave.»
Vacillo a quelle parole. Scendere su un vascello che è appena stato attaccato dagli alieni… morti, distruzione, gas tossici ovunque… bisogna essere pazzi. Bisogna…
Inspiro, l’aria colma di profumo di orgasmo femminile e fetore di paura mi riempie i polmoni.
«Ci vado…» Le parole che escono dalla mia bocca sono spinte dai battiti del mio cuore. Ekaterina mi fissa. «Devo andare ad aiutarli.»
Un brivido caldo scende lungo la mia schiena, la testa mi gira. Davvero ho detto qualcosa di simile per fare bella figura davanti ad una ragazza che mi detesta? Davvero sono così stupido da promettere qualcosa che potrebbe essermi letale per mettermi in mostra davanti a lei?
Il suo sorriso di superiorità mi aggradisce. «Che coraggio, adesso che gli alieni non ci sono più.»
Stringo le dita nel divisorio. I bordi si conficcano nella carne. L’espressione spavalda che mi metto in faccia non nasconde il fiato mozzato. «Cosa ti fa credere che non ne sia restato qualcuno?»
Le labbra di Ekaterina non cambiano di una virgola, ma gli occhi si aprono appena. «N… non ce ne sono.» Inspira, le dita artigliano la coperta. «Non rischi nulla, Carlo.» Il tono della sua voce ha perso ogni superiorità.
Lascio il divisorio e mi volto. «Resta pure qui a nasconderti sotto il letto, io vado a fare il mio dovere.»
Attraverso lo schermo olografico che sfavilla al mio passaggio e la porta si apre con un sibilo. Il corridoio è illuminato di rosso, non c’è in giro nessuno. Faccio un paio di passi, la porta si chiude alle mie spalle.
Barcollo e crollo contro la paratia con una spalla, a stento non mi accascio a terra.
Sto per vomitare.
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