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Erotika
Alabarda degli Astri · Cap. 12
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Capitolo 12 di 28 12 min di lettura

«C’è qualcosa là dentro.»

Carlo, stanco di essere trattato da tutti come un incapace, decide di proporsi come volontario in una missione di salvataggio e riparazione di una nave da trasporto attaccata dagli alieni. Il suo timore di incontrarne uno è condiviso anche dagli altri volontari e, oltre a questo, il Capitano Gomez, che lo scorta fino al ponte che deve riparare, non smette di mostrare disprezzo nei suoi confronti. L'idea originale di Carlo si sta dimostrando sbagliata, e in breve potrebbe essere anche peggiore.

William Kasanova
3 mesi fa · 1k letture · 1

Inspiro a fondo e avanzo nel ponte. Nella foresta oscura di cavi e pannelli crollati è rimasto un passaggio sgombro poco più largo delle mie spalle, protetto dalle travi strutturali che sostengono le piastrelle luminose. Appoggio la mano su un grosso tubo caduto e lo scavalco. Le suole delle scarpe emettono un suono attutito all’impatto con il pavimento e sollevano uno sbuffo di polvere.

Una fila di pannelli pieni di led che si illuminano e spengono corre lungo un lato del passaggio. Delle etichette fatte con nastro adesivo su cui è stata scritta la funzione con un pennarello sono applicate sulla sommità.

Stringo la fascia di tessuto della torcia da fronte e la cavo dalla tasca. Premo i due pulsanti sul blocco di chiusura e faccio scorrere la fascia fino a quan—

Qualcosa cade con un tonfo metallico. Sollevo la testa e fisso un angolo buio, le mani immobili e un brivido che corre lungo le cosce, il cuore che balza in gola. Smetto di respirare perché il suono del fiato nel naso è troppo forte, può coprire qualcosa che striscia, che si muove furtivo.

Qualcosa sfrigola vicino alla porta rimasta aperta, un led che lampeggia è un occhio verde che mi fissa da una zona rimasta in ombra.

«Non c’è niente, Carlo…» sussurro. «È… è un topo.»

La torcia da fronte continua a dondolarmi dalle mani. L’angolo buio continua ad essere buio, non cambia di una virgola.

Espiro l’aria che mi è rimasta nei polmoni per un centinaio di battiti di cuore. «Maledetto topo…»

Indosso la torcia da fronte e la accendo. Le scritte sulle etichette hanno una grafia illeggibile e i riflessi della luce diretta non aiutano. Stringo gli occhi. «”SC Ponte 11”, “SC Ponte 12”, “SC Mensa”, “SC All…”»

Un’emicrania sta esplodendo dietro gli occhi. Stringo le palpebre e mi porto una mano alla testa. «Ah…» Mi appoggio ad uno dei server, l’equilibrio mi sta abbandonando.

C’è qualcosa qui dentro. Dev’essere un gas, una fuga di qualcosa… o delle radiazioni… devono essere…

L’emicrania ha un picco, è come una bomba che esplode nel cranio, delle unghie che si conficcano nel cervello. Qualcosa di nero si muove come una nuvola untuosa nella mia mente, prende una forma priva di consistenza, si scioglie, vortica.

Apro le palpebre, gli occhi mi bruciano. Non riesco a distogliere lo sguardo dalla zona più buia del ponte. La schiena appoggiata alla fila di server, scivolo verso la porta, il cono di luce sulla mia fronte che sciabola nelle ombre, strappa riflessi da cose che mi fissano e subito vengono ingoiate dall’oscurità.

Mi spingo in avanti e lascio che le gambe prendano il controllo. Il cuore nelle mie orecchie copre il rumore dei miei passi disperati sul pavimento in metallo. Scavalco il grosso tubo e mi lancio fuori dalla porta.

Il Capitano Gomez è in mezzo al corridoio, gli sto finendo addosso. I suoi occhi mi fissano, la sua bocca si apre per dire qualcosa. La mano è posata sulla pistola nella fondina.

Devo gettare i piedi in avanti per fermarmi prima di andare a sbattere contro di lui, mulino le braccia per non cadere a terra. Mi fermo ad un palmo da lui.

«Clerici, cosa ci fa qui?» La sua voce echeggia nel corridoio, il suo sguardo è pura rabbia.

Faccio un passo indietro. «C’è…» Mi manca il fiato e le parole si fermano in gola. «C’è qualcosa là dentro.»

Lo sguardo del Capitano passa da me alla porta che non si chiude. Torna a puntarsi sul mio volto con un’espressione di disprezzo. «Non c’è niente, lì dentro.» Non aggiunge nulla, ma il silenzio in cui crolla la nave è peggio del più feroce insulto. Tutto il disprezzo che prova verso di me, verso il mio pessimo lavoro come capo squadra sprizza dalle spalle sollevate e dalla smorfia sulle labbra.

Non aspetterà le due settimane che mancano alla scadenza fissata per la sezione 4, mi manderà sulla Terra dopo che saremo tornati sulla Alabarda degli Astri, anche a costo di caricarmi su una navetta e usarla per farmi fare i sei anni luce fino a casa in mezzo millennio.

Faccio un altro passo indietro. «Sì, signore.» Il sudore mi cola sulla faccia, la schiena mi gela. «Vado a… a riparare il…»

Mi giro e corro alla porta del ponte. Non avrà intenzione di spararmi nella schiena!

Anche se, al suo posto, accarezzerei l’idea di togliermi dai piedi un incapace come me.

Il ponte è ancora immerso per metà nel buio, la luce rossa copre tutto il resto come la scena di un crimine in un olopellicola di basso valore. Appoggio una mano alla porta e mi fermo ad ascoltare: un crepitio dovuto al cavo scoperto che spruzza scintille, i tubi che ondeggiano per l’aria che emettono…

Il mal di testa mi è passato, il terrore che mi incute Gomez deve avere l’effetto di un’aspirina. Le gambe fanno resistenza e solo con la forza di volontà riesco a farle muovere. È come cercare di camminare in un ambiente ad alta gravità, o all’interno di qualcosa di vischioso.

Supero il tubo caduto, mi avvio lungo il corridoio tra le parti di ponte venute giù. Il soffitto crollato è ancora lì, l’ombra è immobile. Non giunge nessun suono, ma il cuore mi batte tanto forte che non sentirei nemmeno una sirena di allarme.

Mi accosto al pannello che devo riparare, ma la testa mi resta girata verso l’ombra dietro il soffitto caduto, tra cavi e tubi spezzato. Boccheggio.

«Non c’è nulla, lì… Non c’è nulla.»

Stringo in mano l’avvitatore elettrico nella tasca. Fosse almeno una pistola o un fucile. Lo estraggo e, con fatica, mi volto. Mi avvicino al circuito, infilo la punta dell’avvitatore nel taglio nella testa di una vite e premo il pulsante. Il ronzio del motorino elettrico riempie l’aria, mi fora le orecchie. Mi entra nella testa.

Un suono di qualcosa che si spezza alle mie spalle, il fiato mi si mozza.

Lascio il pulsante e il ronzio si ferma. Il suono di qualcosa che si muove no, quello continua per un altro secondo. Deglutisco. La vescica mi scoppia, la mano con l’avvitatore mi trema.

Non c’è nulla alle mie spalle, lo so, non c’è nulla. Inspiro, mi volto.

Gli occhi neri come la morte del voraxii mi fissano riflettendo la luce rossa, i tentacoli della bocca sono sospesi a metà strada tra noi due, gli artigli scheggiati e lerci alla loro sommità mi puntano.

Il mostro spalanca le fauci, lancia un grido gutturale, i tentacoli si scagliano verso di me con la velocità dei fulmini.

Mi sollevo da terra, respiro polvere. Sono inciampato sul tubo lungo il passaggio. Come cazzo ho fatto ad arrivare fino a qui in un attimo?

L’alieno ritrae i tentacoli dal server con una serie di strattoni in una cascata di scintille, un paio di schede e pezzi di plastica rimangono impalati negli artigli. Il voraxii si volta verso di me, balza in avanti in mezzo al disastro sul pavimento, il corpo da lumacone lungo tre metri – anche cinque – si contorce per passare. Può usare i suoi artigli per spostarsi più velocemente conficcandoli nel terreno e spingersi avanti, mi avevano detto, ma il pavimento è di metallo e lui…

Il mostro spinge avanti il posteriore, si arcua e scatta in avanti, coprendo buona metà della distanza che ci separa. Il suo corpo gigantesco piomba sui rottami, blocchi di isolante giallo e barre di metallo rimbalzano sul pavimento, la polvere si solleva, il mostro grida – per rabbia o per dolore.

Metto le mani a terra e mi ritrovo come un centometrista alla partenza. «Cazzo! Cazzo!» Il piede con cui mi spingo mi scivola sul pavimento, il secondo mi dà lo slancio. Brucio la distanza dalla porta seguito dal suono di oggetti che si schiantano, grugniti alieni e cavi che si strappano.

Balzo fuori dal ponte nel corridoio. L’alieno alle mie spalle spezza la coltre di fibre ottiche che lo divideva dal passaggio con il proprio peso e si volta verso di me. Nei suoi occhi brilla la morte. Schizza verso la porta.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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