Alabarda degli Astri

Capitolo 12 - «C’è qualcosa là dentro.»

Carlo, stanco di essere trattato da tutti come un incapace, decide di proporsi come volontario in una missione di salvataggio e riparazione di una nave da trasporto attaccata dagli alieni. Il suo timore di incontrarne uno è condiviso anche dagli altri volontari e, oltre a questo, il Capitano Gomez, che lo scorta fino al ponte che deve riparare, non smette di mostrare disprezzo nei suoi confronti. L'idea originale di Carlo si sta dimostrando sbagliata, e in breve potrebbe essere anche peggiore.

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Inspiro a fondo e avanzo nel ponte. Nella foresta oscura di cavi e pannelli crollati è rimasto un passaggio sgombro poco più largo delle mie spalle, protetto dalle travi strutturali che sostengono le piastrelle luminose. Appoggio la mano su un grosso tubo caduto e lo scavalco. Le suole delle scarpe emettono un suono attutito all’impatto con il pavimento e sollevano uno sbuffo di polvere.

Una fila di pannelli pieni di led che si illuminano e spengono corre lungo un lato del passaggio. Delle etichette fatte con nastro adesivo su cui è stata scritta la funzione con un pennarello sono applicate sulla sommità.

Stringo la fascia di tessuto della torcia da fronte e la cavo dalla tasca. Premo i due pulsanti sul blocco di chiusura e faccio scorrere la fascia fino a quan—

Qualcosa cade con un tonfo metallico. Sollevo la testa e fisso un angolo buio, le mani immobili e un brivido che corre lungo le cosce, il cuore che balza in gola. Smetto di respirare perché il suono del fiato nel naso è troppo forte, può coprire qualcosa che striscia, che si muove furtivo.

Qualcosa sfrigola vicino alla porta rimasta aperta, un led che lampeggia è un occhio verde che mi fissa da una zona rimasta in ombra.

«Non c’è niente, Carlo…» sussurro. «È… è un topo.»

La torcia da fronte continua a dondolarmi dalle mani. L’angolo buio continua ad essere buio, non cambia di una virgola.

Espiro l’aria che mi è rimasta nei polmoni per un centinaio di battiti di cuore. «Maledetto topo…»

Indosso la torcia da fronte e la accendo. Le scritte sulle etichette hanno una grafia illeggibile e i riflessi della luce diretta non aiutano. Stringo gli occhi. «”SC Ponte 11”, “SC Ponte 12”, “SC Mensa”, “SC All…”»

Un’emicrania sta esplodendo dietro gli occhi. Stringo le palpebre e mi porto una mano alla testa. «Ah…» Mi appoggio ad uno dei server, l’equilibrio mi sta abbandonando.

C’è qualcosa qui dentro. Dev’essere un gas, una fuga di qualcosa… o delle radiazioni… devono essere…

L’emicrania ha un picco, è come una bomba che esplode nel cranio, delle unghie che si conficcano nel cervello. Qualcosa di nero si muove come una nuvola untuosa nella mia mente, prende una forma priva di consistenza, si scioglie, vortica.

Apro le palpebre, gli occhi mi bruciano. Non riesco a distogliere lo sguardo dalla zona più buia del ponte. La schiena appoggiata alla fila di server, scivolo verso la porta, il cono di luce sulla mia fronte che sciabola nelle ombre, strappa riflessi da cose che mi fissano e subito vengono ingoiate dall’oscurità.

Mi spingo in avanti e lascio che le gambe prendano il controllo. Il cuore nelle mie orecchie copre il rumore dei miei passi disperati sul pavimento in metallo. Scavalco il grosso tubo e mi lancio fuori dalla porta.

Il Capitano Gomez è in mezzo al corridoio, gli sto finendo addosso. I suoi occhi mi fissano, la sua bocca si apre per dire qualcosa. La mano è posata sulla pistola nella fondina.

Devo gettare i piedi in avanti per fermarmi prima di andare a sbattere contro di lui, mulino le braccia per non cadere a terra. Mi fermo ad un palmo da lui.

«Clerici, cosa ci fa qui?» La sua voce echeggia nel corridoio, il suo sguardo è pura rabbia.

Faccio un passo indietro. «C’è…» Mi manca il fiato e le parole si fermano in gola. «C’è qualcosa là dentro.»

Lo sguardo del Capitano passa da me alla porta che non si chiude. Torna a puntarsi sul mio volto con un’espressione di disprezzo. «Non c’è niente, lì dentro.» Non aggiunge nulla, ma il silenzio in cui crolla la nave è peggio del più feroce insulto. Tutto il disprezzo che prova verso di me, verso il mio pessimo lavoro come capo squadra sprizza dalle spalle sollevate e dalla smorfia sulle labbra.

Non aspetterà le due settimane che mancano alla scadenza fissata per la sezione 4, mi manderà sulla Terra dopo che saremo tornati sulla Alabarda degli Astri, anche a costo di caricarmi su una navetta e usarla per farmi fare i sei anni luce fino a casa in mezzo millennio.

Faccio un altro passo indietro. «Sì, signore.» Il sudore mi cola sulla faccia, la schiena mi gela. «Vado a… a riparare il…»

Mi giro e corro alla porta del ponte. Non avrà intenzione di spararmi nella schiena!

Anche se, al suo posto, accarezzerei l’idea di togliermi dai piedi un incapace come me.

Il ponte è ancora immerso per metà nel buio, la luce rossa copre tutto il resto come la scena di un crimine in un olopellicola di basso valore. Appoggio una mano alla porta e mi fermo ad ascoltare: un crepitio dovuto al cavo scoperto che spruzza scintille, i tubi che ondeggiano per l’aria che emettono…

Il mal di testa mi è passato, il terrore che mi incute Gomez deve avere l’effetto di un’aspirina. Le gambe fanno resistenza e solo con la forza di volontà riesco a farle muovere. È come cercare di camminare in un ambiente ad alta gravità, o all’interno di qualcosa di vischioso.

Supero il tubo caduto, mi avvio lungo il corridoio tra le parti di ponte venute giù. Il soffitto crollato è ancora lì, l’ombra è immobile. Non giunge nessun suono, ma il cuore mi batte tanto forte che non sentirei nemmeno una sirena di allarme.

Mi accosto al pannello che devo riparare, ma la testa mi resta girata verso l’ombra dietro il soffitto caduto, tra cavi e tubi spezzato. Boccheggio.

«Non c’è nulla, lì… Non c’è nulla.»

Stringo in mano l’avvitatore elettrico nella tasca. Fosse almeno una pistola o un fucile. Lo estraggo e, con fatica, mi volto. Mi avvicino al circuito, infilo la punta dell’avvitatore nel taglio nella testa di una vite e premo il pulsante. Il ronzio del motorino elettrico riempie l’aria, mi fora le orecchie. Mi entra nella testa.

Un suono di qualcosa che si spezza alle mie spalle, il fiato mi si mozza.

Lascio il pulsante e il ronzio si ferma. Il suono di qualcosa che si muove no, quello continua per un altro secondo. Deglutisco. La vescica mi scoppia, la mano con l’avvitatore mi trema.

Non c’è nulla alle mie spalle, lo so, non c’è nulla. Inspiro, mi volto.

Gli occhi neri come la morte del voraxii mi fissano riflettendo la luce rossa, i tentacoli della bocca sono sospesi a metà strada tra noi due, gli artigli scheggiati e lerci alla loro sommità mi puntano.

Il mostro spalanca le fauci, lancia un grido gutturale, i tentacoli si scagliano verso di me con la velocità dei fulmini.

Mi sollevo da terra, respiro polvere. Sono inciampato sul tubo lungo il passaggio. Come cazzo ho fatto ad arrivare fino a qui in un attimo?

L’alieno ritrae i tentacoli dal server con una serie di strattoni in una cascata di scintille, un paio di schede e pezzi di plastica rimangono impalati negli artigli. Il voraxii si volta verso di me, balza in avanti in mezzo al disastro sul pavimento, il corpo da lumacone lungo tre metri – anche cinque – si contorce per passare. Può usare i suoi artigli per spostarsi più velocemente conficcandoli nel terreno e spingersi avanti, mi avevano detto, ma il pavimento è di metallo e lui…

Il mostro spinge avanti il posteriore, si arcua e scatta in avanti, coprendo buona metà della distanza che ci separa. Il suo corpo gigantesco piomba sui rottami, blocchi di isolante giallo e barre di metallo rimbalzano sul pavimento, la polvere si solleva, il mostro grida – per rabbia o per dolore.

Metto le mani a terra e mi ritrovo come un centometrista alla partenza. «Cazzo! Cazzo!» Il piede con cui mi spingo mi scivola sul pavimento, il secondo mi dà lo slancio. Brucio la distanza dalla porta seguito dal suono di oggetti che si schiantano, grugniti alieni e cavi che si strappano.

Balzo fuori dal ponte nel corridoio. L’alieno alle mie spalle spezza la coltre di fibre ottiche che lo divideva dal passaggio con il proprio peso e si volta verso di me. Nei suoi occhi brilla la morte. Schizza verso la porta.

Dove and— La porta che conduce al corridoio precedente si chiude alle spalle del Capitano Gomez. Ha un’arma! Mi può salvare!

«Capitano!» Mi sbraccio e corro verso di lui.

No! Perché quell’idiota solleva la mano che aveva appoggiato sulla pistola? «Clerici, adesso che diavo…»

Gli arrivo davanti. «Voraxii! Laggiù!» indico la porta rimasta aperta.

La mano di Gomez mi afferra al colletto e mi strattona. Spalanco gli occhi. Cosa sta facendo? Io…

«Clerici, mi stai prendendo per un idiota?» I denti del Capitano sono stretti, il suo sguardo ancora più minaccioso di quello dell’alieno. «Non c’è ness…» Gli occhi gli si sgranano e puntano dietro di me, la bocca resta aperta.

Volto la testa tremando.

Il Voraxii esce dalla porta contorcendosi, i tentacoli lancia i tentacoli che afferrano i supporti del corridoio ancora intatti e si tendono. Esce con un balzo, rotola sul pavimento e finisce su un fianco.

La mano di Gomez mi lascia e mi getto contro la paratia. Il Capitano afferra la pistola e la solleva. L’alieno si gira e scatta verso di noi. Gomez spara, il Voraxii lancia un tentacolo verso di lui.

La punta della pistola si illumina di verde ed emette un sibilo, Il grido di Gomez dura solo un istante, fino a quando la punta dell’artiglio dell’alieno esce dalla sua schiena. L’arma cade accanto al corpo del Capitano e rimbalza fino ai miei piedi.

Mi spingo contro la paratia, la bocca aperta ma senza fiato. Siamo morti! Siamo morti! Siamo…

Il tentacolo crolla a terra come un tubo che perde pressione all’improvviso, l’artiglio resta conficcato nel busto di Gomez.

Ansimo, il cuore mi batte nel collo. La testa mi gira e le gambe sono di cartone bagnato. Sto per svenire.

Muovo la testa verso l’alieno, pronto a sentire un altro artiglio conficcarsi del mio busto.

Il Voraxii è fermo, i tentacoli sono gettati sul pavimento davanti a lui, abbandonati come grosse e oscene manichette dei pompieri verdi e viola. Gli occhi sono puntati sul terreno, la bocca a forma di sfintere è chiusa – collassata. Il grosso, lungo corpo da lumacone non si muove. Ha perso ogni rigidità, sembra si stia per sciogliere.

Tra i due occhi del mostro, un liquido viola spruzza sul pavimento e cola sul muso privo di connotati del mostro. Il colpo del Capitano è andato a segno.

Mi abbasso sulle ginocchia che mi tremano e cerco a tentoni la pistola senza distogliere lo sguardo dall’alieno. Stringo l’impugnatura e mi alzo. Le gambe provano a cedere e mi appoggio alla paratia. Barcollo come ubriaco di qualche passo verso il mostro, l’arma protratta verso il foro che ha smesso di spurgare. La mano mi trema tanto che non riuscirei a prendere quel mostro grande quanto un camioncino nemmeno da tre metri di distanza. Un odore rivoltante mi assale. Spero sia l’alieno e non io…

«Sei…» Mi manca il fiato. «Sei morto, bastardo?» Mi avvicino di un altro passo. Il mio volto si specchia nell’occhio destro del Voraxii. Deglutisco ma non ho saliva. Devo… devo sparargli per sicurezza?

«Cos’è succes…»

Un grido alle mie spalle. Mi volto con la pistola puntata, a momenti mi sfugge di mano.

Mi trovo davanti i miei compagni. Un paio di persone accorrono accanto al cadavere di Gomez, bianchi in volto. Uno si porta la mano alla bocca.

La donna che doveva domare il piccolo incendio si avvicina e mi abbassa il braccio armato. Legge la mia piastrina di riconoscimento sul petto della maglia. «Stai bene?»

Respiro appena ed espiro, mi gira la testa. Sono appena sopravvissuto ad un attacco alieno. Non lo so, come sto… «Bene…» La mia voce è un sibilo.

La porta si riapre e il gruppo di medici e infermieri che era andato con il secondo della Jacob Fugger entra nel corridoio. Si fermano alla vista dell’alieno. L’Ufficiale alla sicurezza Li solleva il fucile laser, lo abbassa. «È morto.» Vede il Capitano e bestemmia.

Un senso di stanchezza mi opprime, mi mancano le forze per restare in piedi. Il ponte sembra scosso dai brividi.

«Cos’è successo?» Uno dei medici mi si avvicina. Ha in mano una piccola torcia.

«L’alieno…» Mi gira la testa, non riesco nemmeno a capire che cosa sto dicendo. «Era nascosto. Ci ha attaccati.»

Il medico mi mette due dita attorno ad un occhio ma non solleva ancora la torcia. «E il Capitano gli ha sparato?»

Il vocio scopare, le dita del dottore non ci sono più. Ho dell’elio nella testa, le gambe stanno per cedermi. Ma ho la pistola in mano.

In mano al tizio che è stato scelto tra mille per far funzionare una squadra che deve far progredire la tecnologia militare umana.

In mano al tizio che condivide l’alloggio con la ragazza più bella al mondo, figlia dell’uomo più ricco, importante, influente al mondo.

In mano al tizio che vuole raggiungere la sommità della scala sociale umana per poter vivere su Olimpo.

In mano all’idiota che non sa farsi rispettare dalla sua squadra, detestato dall’uomo che è appena morto per salvargli la sua inutile vita, che viene deriso dalla ragazza più bella al mondo, ignorato dall’uomo più ricco, importante e influente nell’umanità, che non vedrà mai Olimpo se non sotto forma di ologramma perché tornerà presto a lavorare nei cantieri, a mangiare polvere e a tradire i sogni di gloria che aveva programmato con la sua amata.

La bocca è secca, le labbra fanno fatica a muoversi, il fiato non vuole uscire dai polmoni. Ma lo dico lo stesso.

Il medico si ferma con la torcia che punta appena sotto il mio occhio. Mi fissa allibito. «Cos’hai detto?»

Inspiro, l’aria fischia nella mia gola chiusa. Ripeto ad alta voce.

«Ho ucciso io l’alieno.»

Tutti interrompono quello che stanno facendo, Li resta a bocca aperta a pochi centimetri dalla radio, tutti hanno la testa voltata verso di me.

L’equilibrio mi manca per un istante, faccio un passo indietro. Adesso devo solo evitare di svenire davanti a tutti.

Ma crollare sul culo non sarà comunque così disastroso.

Il pavimento è duro.


FINE DELLA PRIMA STAGIONE

Il rapporto di Carlo con Ekaterina migliorerà o la ragazza continuerà a cosiderarlo uno sciocco animale?

La sua squadra di lavoro manterrà la sua apatia verso il dovere o Carlo riuscirà a farsi valere, soprattutto su Monica?

Con la morte del Capitano Gomez, Amira Farah si dimostrerà in grado di gestire un'equipaggio orfano di un eroe di guerra o la situazione le sfuggirà di mano, come quando era diventata la schiava sessuale dei pirati?

Il rapporto a distanza tra Carlo e la sua ragazza Chiara continuerà a raffreddarsi o il telero ricomincerà a svolgere il suo lavoro di messaggero di orgasmi a distanza?

Il ragazzo si siederà mai tra i migliori che abitano la stazione spaziale di Olimpo o resterà solo un sogno?

E la bugia sull'uccisione dell'alieno servirà a qualcosa o si rivelerà un disastro per Carlo e i suoi compagni di avventura?

Questo e altro nella seconda stagione di ALABARDA DEGLI ASTRI (che pubblicherò appena avrò terminato di scrivere i capitoli e li avrò revisionato) in un turbinio di scene di sesso, segreti, complotti, nella quale Carlo assaggerà infine il frutto della fama e del potere e scoprire che potrebbe non essere dolce come ha sempre creduto.


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