Capitolo 13 - «È… l’invito a cena da parte del Comandante Farah.»
Riportato sulla Alabarda degli Astri per essere interrogato dopo l'attacco dell'alieno e la morte del Capitano Gomez, sembra che nessuno creda a Carlo quando giura che è stato lui a uccidere l'alieno. La bugia su cui contava di poter migliorare il proprio valore tra l'equipaggio sembra addirittura peggiorare la sua situazione, se non che...
5 ore fa
«Ripetilo un’altra volta.» Li si appoggia allo schienale della sedia e mi fissa.
Deglutisco, ho le viscere liquefatte e la bocca secca. «È…» mi manca il fiato, «è la terza volta che lo faccio.» Alzo la mano per grattarmi il prurito che mi sta provocando il sensore incollato al collo ma mi fermo e rimetto il braccio sul tavolo di metallo della sala degli interrogatori.
Il capo della sicurezza della Alabarda degli Astri annuisce. «E ci sarà anche una quarta.»
Abbasso gli occhi. «D’accordo.»
«Però riparti da quando l’alieno ti ha attaccato.»
Annuisco. La parte in cui sono scappato la prima volta dal ponte devastato non l’avrei raccontata nemmeno questa volta. «Stavo aprendo il pannello con l’avvitatore elettrico quando ho sentito un rumore alle mie spalle e—»
«Che rumore era?»
«Qua… qualcosa che cade per terra. Il voraxii deve aver toccato qualcosa e l’ha fatto finire sul pavimento.»
Li solleva il tablet con la trascrizione delle mie confessioni precedenti. «Prima hai detto di aver sentito qualcosa che si spezzava.»
Il cuore mi batte nel petto come se volesse sfondarmi le costole. Mi manca il fiato. «Cambia qualcosa?» Il sensore starà indicando che sto mentendo anche adesso? «Come posso ricordare se ho sentito prima la caduta o la rottura?»
Lo sguardo di Li non si stacca dai miei occhi. «Continua.»
Ho il vuoto nella testa, è successo tutto così all’improvviso che ci sono parti della mia memoria che sembrano siano state cancellate. «Mi sono girato e… e ho visto l’alieno che usciva da dietro il… il casino caduto dal soffitto. Stava allungando i tentacoli verso di me.»
Li si stringe le braccia al petto. Sembra si stia quasi annoiando. «E cos’hai fatto?»
«Cosa dovevo fare, a parte cagarmi addosso?» Trattengo un moto di rabbia. «Sono fuggito fuori dal ponte, nel corridoio. Lì c’era il Capitano e… e gli sono andato incontro per…»
Lo sguardo dell’Ufficiale alla sicurezza si fa duro. «Eri seguito da un alieno e sei andato verso un’altra persona?»
«E cos’altro avrei dovuto fare?» Inspiro, sta cercando di farmi arrabbiare perché dica qualcosa che contraddica quanto ho raccontato prima. «Gomez aveva una pistola, poteva sparare all’alieno.»
«Ma non l’ha fatto.»
«No, ha…» Cos’ho detto prima? Deglutisco. La mia mente è una stanza immersa nel buio, la storia che ho inventato prima è un filo a stento visibile. «Non ha capito cosa stessi dicendo. Ansimavo troppo.»
«Dopo una corsa così breve?»
Cazzo, questa è nuova… «I…» Sto per tradirmi… io… «C’erano… cavi che bruciavano nel ponte, gas tossici, mi mancava il fiato anche prima che il Voraxii mi attaccasse.»
«Lo sai che i sensori interni del trasporto possono dimostrare com’era l’atmosfera, se respirabile o meno.»
«I sensori erano fuori uso.» Mi prende per scemo o è lui a non saperlo? «Il mio compito era rimetterli in funzione.» E dopo che l’alieno ha piantato i suoi artigli nel circuito principale, auguri a rimetterli in funzione.
Li emette un suono con la gola. «E perché il Capitano non ha sparato all’alieno?»
Il cuore mi perde un battito. Cosa rispondo? Che mi ha afferrato alla maglia come se volesse picchiarmi per insubordinazione? Apro la bocca, ma invece di parola mi entra una boccata d’aria stantia. «Il…»
Li si sporge avanti, mi fissa. Ha scoperto il mio inganno? Se confesso che ho raccontato una balla, cosa mi farà? Prendermi il merito di un eroe di guerra, morto anche per salvare me, mi farebbe…
Una luce lampeggia nell’orologio di Li. Lo tocca. «Non voglio essere disturbato, in questo momento.»
Legge la risposta, si acciglia. «Torno tra un attimo.» Si alza ed esce dalla sala interrogatori, chiudendosi la porta alle spalle.
Stringo le mani sul tavolo. Una nuova ondata di stanchezza mi riempie e mi fa chiudere gli occhi. Il sensore sul collo prude a tal punto che mi verrebbe voglia di strapparlo via. In che casino mi sono infilato? Dire che ho sparato io all’alieno? Sono un’idiota! Se prima rischiavo di essere scacciato dalla Flotta ed essere rispedito sulla Terra a lavorare di nuovo nei cantieri, adesso mi manderanno in qualche prigione militare dopo che ho…
La porta si riapre, Li è sulla soglia. Mi fissa, l’espressione è indecifrabile. Sospira con il naso. «Abbiamo analizzato la scena del combattimento.»
Ecco perché, mentre mi stava scortando alla navetta per riportarmi qui, ha chiesto l’intervento della squadra scientifica… Un brivido mi corre lungo la schiena: hanno scandagliato ogni singolo atomo nel corridoio e devono aver scoperto il mio bluff! Apro la bocca, mi manca il fiato.
Li espira, esita. «Sul grilletto della pistola c’è la tua impronta digitale, nessuna prova contraddice la tua versione.» Lui mi fissa. «È plausibile che tu abbia sparato all’alieno.»
Sbatto le palpebre. Il tempo si è fermato perché non riesco a muovermi.
L’uomo sulla porta parla con una voce priva di tono. «Puoi andare, Clerici.»
Mi alzo, le gambe colpiscono la sedia che rumoreggia nello spostarsi. Le mani gelate cercano sostegno sul piano del tavolo per non farmi cadere. La stanza ondeggia ma si rimette dritta. «Siamo… posso…» Il buio nella mia mente si fa completo. «Cosa…»
Li si avvicina. «Non posso immaginare cosa si provi ad essere attaccati da un alieno e poi riuscire a ucciderlo.» Mi tende la mano. Gliela stringo: è calda, infonde calore nella mia. «Clerici, è possibile che abbia salvato tutti sul trasporto.»
Sta succedendo davvero? «Gra… grazie.» Non è possibile.
«Ah, un consiglio. Non dire a nessuno cos’è successo sul trasporto.» La stretta di mano di Li è forte al punto di non lasciarmi andare. «Almeno per il momento.»
Fisso l’uomo. Cosa...
⁂
La porta dell’alloggio si apre con un sibilo. Ekaterina solleva lo sguardo su di me: è seduta sul letto, le braccia attorno alle gambe e ha gli occhi rossi. Solleva le sopracciglia.
«Cos’è successo sulla Jacob Fugger?» La sua voce è roca. «È… è vero che il Capitano Gomez è morto?»
Faccio un passo avanti e la porta si chiude alle mie spalle. Annuisco. Dovrei apparire sconsolato o stoico?
La ragazza tira su il naso. «E qualcuno sa com’è successo?»
Attraverso l’alloggio e mi appoggio al divisorio tra i nostri due letti. «Io sì. Ero lì quando il Voraxii l’ha ucciso.»
«Un…» La mano di Ekaterina si porta davanti alla bocca che si è aperta in un’espressione di terrore. «Un Voraxii‽» Stringe gli occhi come se stesse per vomitare. Anche lei deve sapere cosa fanno quei mostri con i cadaveri degli esseri umani che catturano. Spero che almeno lei non abbia mai visto le foto…
«Non preoccuparti, Ekaterina.» Incrocio le braccia al petto. «Io ho impedito all’alieno di fare altro.»
Lei mi guarda, incapace di capire, come se avessi detto una barzelletta ad un funerale.
Trattengo un sorriso. O quasi. «Ho sparato all’alieno e l’ho ucciso.»
Una lacrima scende da un occhio della ragazza. «Non essere stupido, Carlo, non è il momento di scherzare.»
Li mi ha creduto, lei no… Avrei preferito il contrario. «Non sto scherzando.»
Le parole di Ekaterina sono rotte dal pianto imminente. «Sei un idiota… La morte di Gomez è una tragedia.»
Le braccia incrociate scivolano dal petto. «Ma… Io…»
«Chi ci proteggerà adesso dagli alieni? Il Capitano era un eroe, aveva ucciso due alieni, era la persona più adatta a comandare questa nave… ma adesso? Come faremo?»
Non ho parole, non riesco a pensare a nulla da dire. Le uniche interazioni che ho avuto con Gomez sono state pessime, mi sono sempre sentito trattato come uno stronzo… e gli altri lo veneravano…
«E tu vuoi passare per un eroe? Mi hai sempre disgustato, Carlo, ma sei ancora più…» Le labbra di Ekaterina si sollevano, il naso le si arriccia. «…più disgustoso!»
Sollevo una mano. «No, aspetta… io…»
Le parole di Li mi tornano alla mente: “Non dire a nessuno cos’è successo sul trasporto.” Sapeva che nessuno mi avrebbe creduto? Che l’incapace che nessuno rispetta sarebbe stato sbeffeggiato se avesse raccontato la sua storia fasulla?
La balla che mi sono inventato funziona solo con lui perché non si può smentire con le prove, mentre chiunque altro capisce d’istinto che è una bugia bella e buona? Il fiato mi si mozza. Ora tutti penseranno che sono un bugiardo, che cerca di guadagnare sulle disgrazie altrui?
Cazzo... Ho fatto un casino totale!
Ekaterina ha la fronte appoggiata alle ginocchia e singhiozza.
E la prima a considerami un ballista è proprio la ragazza che volevo stupire. Come posso risolvere la…
Qualcuno bussa alla porta. «Un messaggio per il Sottotenente Tecnico Carlo Clerici.»
La ragazza solleva la testa e guarda la porta, poi me. Mi fissa con disprezzo. Il suo sguardo sembra assicurarmi che è il foglio che mi avvisa che sto per essere arrestato per aver mentito.
Non posso darle torto: non vedo altro motivo per una comunicazione. «A… avanti.»
La porta si apre e un guardiamarina compare dietro ad essa. Ha in mano una busta da lettere. Si usano ancora sulle astronavi? Davvero?
Il ragazzo fa un passo avanti, indugia un attimo su Ekaterina. Sposta l’attenzione su di me, legge il mio cognome sulla piastrina attaccata alla mia uniforme e mi tende la busta.
«Grazie.» La prendo. Devo… devo dargli qualcosa?
«Buona giornata.» Il guardiamarina si gira ed esce.
La busta è di vera carta, sono anni che non ne tocco una. Ha… ha anche un profumo curioso, per essere carta. La carta non ha un profumo dolce ma piacevole, giusto? La apro, estraggo il piccolo foglio scritto a mano con una calligrafia elegante e curata e lo leggo.
Sollevo le sopracciglia, sorpreso: non è un mandato di arresto.
Ekaterina si passa un dito sotto il naso e sbatte gli occhi rossi. La voce è ancora più roca. «Cos’è?»
Stento a credere a cosa ho letto. Eppure, è proprio così… «È… l’invito a cena da parte del Comandante Farah.»
La ragazza sul letto sgrana gli occhi. «Cosa…» La sua voce non sa scegliere tra incredulità e sdegno.
Avvicino il biglietto alle narici e inspiro a fondo: il profumo che emana è femminile, fruttato. Sorrido. Oh, sì: è lo stesso profumo che indossava Amira quando mi è passata vicino un paio di giorni fa, lungo il corridoio.
Ignorandomi come se non esistessi, quella volta.
Metto il biglietto nella busta e quest’ultima nel cassetto della scrivania. Mi giro verso Ekaterina. «Hai bisogno del bagno? Devo farmi una doccia. Una lunga, profonda doccia.»
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