Alabarda degli Astri

Capitolo 6 - «Mi stai guardando le tette, porco?»

"Monica si allunga sul tavolo e mi strappa di mano il dispositivo. Il suo grosso seno ondeggia sotto l’uniforme: dev’essere senza reggiseno anche oggi. «Cosa credi, che non sia in grado di…» Si blocca e mi fissa. «Mi stai guardando le tette, porco?»"

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Il tablet colpisce il gomito che ho appoggiato sul tavolo da lavoro. Sollevo lo sguardo dal modulo che ho estratto dalla paratia e sto pulendo: Monica è dall’altro lato e fa un cenno verso il dispositivo.

«Il tuo coso sulla rogna al nodo 31 è lì.» Mi fissa come se le avessi fatto un affronto con la richiesta di un rapporto da archiviare. Si sposta una ciocca di capelli biondi dal viso. «Spero non ti aspetterai Shakespeare.»

Poso sul piano di lavoro lo specillo sporco di materia batterica e raccolgo il tablet. Il testo è meno di mezza pagina, non formattato, privo di data e di firma. Dovrò sistemare anche questo… come tutti quelli che Monica ha consegnato nell’ultima settimana, così come buona parte dei componenti della mia squadra. Sospiro.

«Ti ringrazio, Hayden, ma…»

Il labbro superiore della ragazza si solleva in un angolo. «Piantala di chiamarmi per cognome, mi sento presa per il culo,» le sue labbra si increspano come se stesse masticando del limone, «Clerici

«Ehm, sì, Monica…» mi passo il tablet tra le mani, «Volevo solo chiederti di…»

«Di cosa?» La ragazza solleva le mani. «Ci tenevi tanto ad avere il rapporto e ce l’hai in mano. Ho passato più tempo a scrivere cos’ho fatto che a farlo per davvero. E iniettare mezza siringa di Xovin-12 per uno squilibrio ionico nelle pareti dei mitocondri di un nodo è qualcosa che anche l’ultimo degli stronzi qui dentro riesce a fare senza troppi casini.»

«Ok, capisco… Però vorrei che compilassi meglio i rappor—»

Lei alza la voce. Le sue parole rimbombano nel corridoio composto dalle serre di cultura dei nervi. «Sono un ingegnere, mica un imbrattacarte!» Svuota i polmoni con un sospiro rumoroso. «Se avessi saputo che c’era tanto da lavorare su questa dannata nave me ne restavo nei cantieri, che almeno nessuno veniva a rompere i coglioni con queste cazzate!»

Sollevo il tablet. «Questo lo metto a posto io, ma il prossimo rapporto vorrei che lo…»

Monica si allunga sul tavolo e mi strappa di mano il dispositivo. Il suo grosso seno ondeggia sotto l’uniforme: dev’essere senza reggiseno anche oggi. «Cosa credi, che non sia in grado di…» Si blocca e mi fissa. «Mi stai guardando le tette, porco?»

Grano gli occhi. «No!»

Si stringe il tablet al seno, come se quella tavoletta possa coprirlo. «Se vuoi segarti su qualcuno, stronzo, puoi farlo con quella troia viziata che dorme accanto a te.» Si gira e si allontana lungo il corridoio.

Ancheggia più del necessario, sculetta come se non potesse evitare di farsi notare. Faccio una smorfia. Il problema è che Monica ha un gran bel corpo, e fa in modo che sia sempre al centro dell’attenzione di tutti. Per poi accusare chiunque di guardarla come se fosse un corpo senza un’anima e una mente.

Scuoto la testa e riprendo lo specillo, ma non riesco a staccare lo sguardo dalla mia vice. Se solo non si comportasse sempre come una…

Un’ombra compare in fondo al corridoio, le spalle sono più larghe dello spazio tra le serre.

Monica si blocca e sussulta come se si trovasse davanti un orso – e un orso incuterebbe meno paura - . La mano destra della ragazza scatta in un saluto militare. «Signore!»

Il Capo Scott la trafigge con gli occhi azzurri da sotto le sopracciglia rosse. La cicatrice sul lato della fronte è solcata dalle rughe. «Vicecapo Hayden, stava parlando con qualcuno duro di orecchi?»

La mano di Monica resta all’altezza della tempia ma il gomito si abbassa. «N… no, signore.»

«E allora le ricordo che il mio Ponte Motori non è una discoteca dove fare chiasso.» Scott muove appena la testa per indicarle l’uscita della schiera di serre. «E le consiglio di tornare a controllare il nodo 31: la mia conoscenza delle reti neurali è molto limitata, ma dubito che un valore diciotto volte superiore al range di sicurezza sia qualcosa da trascurare.»

La ragazza abbassa la mano e fa un paio di inchini passando accanto a Scott. Scompare dietro ad una serra e, dal suono continuo dei suoi piedi sul pavimento in metallo, sta correndo.

Un movimento involontario increspa un angolo delle mie labbra. La litigata con la mia vice si rivelerà un’allegra chiacchierata a giudicare dall’espressione sul volto del Capo. Merda…

L’uomo stringe le braccia e passa appena nello stretto corridoio. Avanza senza pronunciare una parola. Il frastuono del mio cuore nelle orecchie mi impedirebbe comunque di sentirla.

Appoggio di nuovo lo specillo e mi metto con la schiena dritta. «Signore.» La mia voce è un sussurro.

«Problemi con la squadra, Clerici?» I suoi occhi piantati nei miei riescono a leggere la mia mente? Di certo squagliano le mie viscere e seccano le mie fauci.

Apro la bocca, sicuro che si possa sentire il frastuono nel mio petto. «No, signore.»

«A me sembra il contrario.»

Boccheggio come un pesce, vorrei mentire, inventare qualsiasi balla piuttosto che confessare davanti a lui il mio fallimento, ma il terrore ha reso la mia mente una landa desolata.

Il volto di Scott è di pietra e l’espressione di leggero sdegno vi è incisa sopra da un maestro scultore. «Il progetto delle reti neurali sta procedendo molto lentamente. Se si può dire che sta procedendo… La sua squadra non fa che il minimo indispensabile per mantenere in vita la struttura, ma è ad uno sviluppo tanto arretrato che, dopo una settimana, non potrebbe entrare in funzione in caso di guasto del computer centrale della Alabarda degli Astri.»

Mi manca il fiato. Non ho la forza di guardare in faccia il Capo. «Mi spiace, signore.»

«La sua squadra è troppo indisciplinata e non prende sul serio il proprio lavoro. Molti passano il turno ad andare avanti e indietro e a nascondersi da qualche parte appena possono.» Solleva una mano verso il modulo che sto pulendo. «E il loro capo fa gli straordinari per cercare di compensare le mancanze altrui. Qui dentro dovrebbe starci la persona meno qualificata sotto il suo comando a pulire, Clerici, non lei.»

«Mi spiace, signore.» È come quella volta che in orfanotrofio, a quattro anni, i bambini più grandi mi avevano lanciato un gavettone e tutti si erano messi a ridere.

Scott sospira. Appoggia le mani sul tavolo. «Ascoltami, Carlo. Apprezzo quello che fai, come ti metti d’impegno nel lavoro...»

Sollevo gli occhi verso il volto del Capo. La sua espressione non è cambiata. Forse un po’ sì, ma non troppo. E comunque non in meglio.

«…ma non sei in grado di farti valere. Un capo deve dare l’esempio, e su questo puoi dare lezioni a buona parte degli ufficiali qui dentro,» scuote la testa, «ma deve anche saper impartire ordini ai suoi uomini, in special modo quando non vogliono fare qualcosa.»

Michele, il mio assistente nei cantieri, sarebbe saltato a testa in giù da una gru se glielo avessi chiesto. Qui è tanto se non mi ridono in faccia.

«Cercherò di fare del mio meglio per tenere motivata la squadra, signore.»

Scott si solleva dal tavolo. «Una buona squadra, mi diceva mio padre, è come un albero da frutta. Se i rami non sono ben curati, non ci saranno frutti.» Si porta le mani dietro la schiena. «E Hayden è il primo ramo che dovrai raddrizzare.» Mi fissa. «O dovremo tagliarlo.»

Monica è l’elemento peggiore della squadra, è da lei che gli altri trovano il coraggio di sprecare il proprio tempo e lasciar fallire il progetto, ma… «Signore… preferirei parlarle e spiegarle la situazione. Sono… sono certo di riuscire a convincerla a…» Dai, Carlo, non ci crede nessuno.

Scott si gira, fa qualche passo verso l’uscita del corridoio ma si ferma. Volta il capo verso di me. «Il Capitano Gomez e io abbiamo usato ogni nostra possibilità perché la Alabarda degli Astri venisse assegnata al progetto delle reti neurali, Clerici.»

Annuisco. «Sì, sign…»

«La tecnologia delle reti neurali è qualcosa su cui l’umanità puntava da quasi un secolo, Clerici, da quando sono stati abbandonati i computer quantici perché troppo costosi e soggetti a interferenze, e lo sviluppo della sintovita ha permesso di aggirare questi problemi.»

«Lo so, signore.»

«E sai che mio nonno era sulla flotta diretta a fondare una colonia su Ross 154? È stato uno di quelli uccisi dai thalassiani che credevano fossero degli invasori andati a conquistare la loro colonia sotterranea. Se la tecnologia delle reti neurali non fosse stata ad uno stato embrionale, avrebbe potuto forse salvare la vita di ventimila esseri umani, impedito alla flotta thalassiana di assediare la colonia Borg su Wolf 359 e imposto il loro dannato trattato.»

«Siamo in ritardo di mezzo secolo.» Lo sguardo di Scott è tornato a focalizzarsi su questo mondo. «La tecnologia delle quattro civiltà aliene è progredita nel frattempo, noi dobbiamo ancora capire che effetto hanno i raggi cosmici, il vuoto assiderale, le capacità psi degli extraterrestri sulle reti neurali.»

La mia voce è appena un sussurro. «Capisco, è un compito molto importante quello della mia squadra.»

«Non è importante,» il Capo mi lancia un’occhiata, «è vitale per la nostra civiltà.»

«Sì, signore. Farò del mio meglio.»

«Molto bene.» Scott si volta e fa qualche passo, ma si ferma di nuovo. Non si volta. «Perché se entro un mese questo reparto non inizierà a fornire i primi risultati, non sarà solo Hayden a lasciare il suo posto.»
Mi ritrovo con la bocca aperta, l’aria che sibila tra i denti. Non posso perdere questa occasione, non posso!

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