Il numero 42 è scritto in azzurro sui due battenti della porta pneumatica, un uscio identico a tutti gli altri nel corridoio.
Una ragazza con i capelli crespi e un borsone verde oliva identico al mio passa la mano sopra lo scanner accanto alla porta numero 40, un dispositivo scatta e i due pannelli scorrono nelle paratie con un sibilo gassoso. Il suo volto si illumina. «Ma siamo nella stessa camera?»
Dall’alloggio si solleva il suono di passi veloci e una ragazza nera compare e abbraccia l’altra. «Ruth, che sorpresa!»
Le due si mettono a ridere, il borsone abbandonato a terra.
Il fiato mi defluisce dal naso e mi mordo il labbro inferiore. Che problemi mi sto facendo? Di certo dietro alla porta 42 non può esserci un alieno pronto ad attaccarmi. Forse… forse mi va anche bene, e trovo una persona interessante. O…
Passo il borsone nella mano sinistra e allungo la destra sullo scanner. La luce diventa verde e il meccanismo di apertura scatta. Mi metto ben dritto con la schiena, sorriso affabile, espressione divertita.
I pannelli spariscono inghiottiti dalle paratie in meno di un secondo, l’alloggio compare davanti a me: due letti singoli bianchi, un tramezzo a dividerli, un comodino ed un armadio in ogni metà. Tutto bianco. L’unico colore è un’alta ragazza che sta sollevando un abito da sera azzurro pieno di strass da una valigia.
Lei volta la testa verso di me, i suoi lunghi capelli biondi si muovono nell’aria per il movimento. Indossa una corta maglietta bianca che a stento contiene le sue curve. Mi sorride. «Era ora, Na…» La sua espressione si scioglie, mi fissa come se avesse ordinato del caviale e le avessero portato un piatto pieno di vomito. «Tu chi sei?»
Il fiato mi si mozza. «Ca… Carlo.» Sbatto gli occhi, fatico a non fissarle il seno. «Sono Carlo.»
La ragazza abbassa le braccia, il vestito azzurro si affloscia sul letto. Il suo sguardo passa sul mio corpo come uno scanner e si ferma sul borsone che tengo in mano. «Che ci fai qui?» La sua voce è come una lama scagliata contro di me.
Devo tentare due volte prima di riuscire ad emettere delle parole. «Sono… sono stato assegnato al numero 42.»
«Cosa?» La ragazza mi fissa nemmeno l’avessi fatto apposta. «No, questo è inaccettabile! Mi sentiranno!»
I tacchi che indossa ticchettano sul pavimento nel suo camminare – incedere – verso di me. Mi sposto per farla passare. Lei fa due passi nel corridoio, si ferma e mi guarda. Il suo sguardo è ardente. «Vuoi venire o no?»
«Dove?»
«”Dove”, secondo te? Da quell’imbecille dell’Ufficiale di Coperta che ti ha messo nel mio alloggio, ecco da chi.» Fa due passi e si ferma di nuovo; indica il borsone.. «E non lasciare qui quel coso, che tra due minuti te ne vai.»
⁂
L’Ufficiale di Coperta sospira chiudendo gli occhi. Li riapre e appoggia il tablet sulla scrivania del suo ufficio. «Ho controllato, nessun errore: nell’alloggio 42 sono destinati Ekaterina Yegorova e Carlo Clerici. Così ha deciso il computer.»
Ekaterina si appoggia con le mani sul tavolo. «Il computer ha sbagliato. Con me doveva esserci la Kirishima!»
Stringo le sopracciglia. Kirishima? Dove l’ho già sentita?
L’Ufficiale mi lancia un’occhiata. Chissà se si ricorda che dieci minuti fa mi ha detto che la Alabarda degli Astri non è un albergo e non si prenotano le stanze? Torna a guardare Ekaterina. «Sei nella Flotta, adesso: l’algoritmo non tiene conto di amicizie o dame di compagnia quando sceglie chi mettere con chi negli alloggi.»
Il ricordo dei nomi scelti a caso pescandoli dal cappello del capitano quando c’è da assegnare le stanze come dicevano all’Accademia riappare nella mia mente. Stringo le labbra per non ridere.
«Tu sai chi è mio padre?» La manata che Ekaterina picchia sul tavolo echeggia nel piccolo ufficio.
L’uomo è abbandonato sulla sua poltroncina, gli occhi chiusi quasi a metà. «Sei nipote dell’Ammiraglio Ivan Yegorov?»
La ragazza tentenna. Si aspettava di certo una risposta differente. «No…»
L’ufficiale solleva le spalle. «E allora non mi interessa affatto.»
Ekaterina stringe le mani e mi punta un dito contro. «Lui non sta nel mio alloggio!»
Le mani dell’ufficiale si congiungono come a preghiera. «L’alloggio è tuo quanto suo, visto che è – fino a prova contraria – di proprietà della Flotta Astrale. E poi di che ti lamenti: ti sei beccata un ingegnere. Sono certo che la tua amichetta saprebbe solo chiamare aiuto se il lavandino perdesse.» La testa dell’uomo in indica con un cenno. «E, probabilmente, manderebbero lui ad aggiustarlo.»
Lei mi fissa, il labbro superiore alzato. I suoi occhi castani passano sul mio corpo come se cercasse delle ferite purulenti di cui potersi lamentare. «Sei un idraulico?» Dalla sua espressione sembra sia appena uscito da una fossa biologica bloccata.
Stringo la tracolla del borsone che non ho ancora posato a terra da quando siamo entrati nell’Ufficio. «No, io…» Adesso te lo faccio vedere io, chi sono! «…io sono a capo della squadra per i test sulle reti neurali.»
Lei resta a bocca aperta, mi fissa, guarda l’Ufficiale alla Coperta. Le sue labbra tremano. «Mi… mi avete messa co… con un macellaio che si crede un hacker? State scherzando?»
Grano gli occhi. «Ehi!» Che… che carogna!
L’Ufficiale di Coperta prende il tablet e controlla qualcosa. Alza lo sguardo sulla ragazza. «Yegorova, il tuo fascicolo sostiene che sei stata assegnata alla Alabarda degli Astri per il tuo addestramento come Responsabile della Comunicazione Civile-Militare.» L’uomo abbassa la tavoletta. «Un buon RCCM dovrebbe mostrare rispetto verso le altre persone, indifferentemente dal loro lavoro, posizione sociale e menate simili: potresti esercitarti in questa pratica con Clerici.»
Ekaterina stringe le mani, inspira e apre la bocca. Distende le dita, espira e si volta. La porta si chiude alle sue spalle senza che la stronza aggiunga una parola.
Mi volto verso l’Ufficiale, che sta ancora fissando l’ingresso. Sospira e si mette seduto meglio. Intercetta il mio sguardo. «Sarebbe stato meglio se il computer ti avesse messo insieme al tuo amico, Clerici, ma non posso farci nulla.»
Mi gratto dietro un orecchio. «Grazie comunque…»
«In ogni caso, tra due mesi potrai fare richiesta di cambiare alloggio.» Torna a fissare la porta. «Ma sono certo che quella influencer con la divisa da astronauta ti risparmierà il disturbo di farlo di persona.»
⁂
Sono di nuovo fermo davanti alla porta dell’alloggio 42, ancora con la sacca che pende da una mia mano. La volta precedente avevo timore di incontrare una persona spiacevole, adesso ho la certezza che chi mi aspetta dall’altra parte è una ragazza bellissima che mi detesta.
La mano si rifiuta di avvicinarsi allo scanner accanto alla porta, nemmeno si tratti di un cane ringhiante con la schiuma alla bocca. Devo fare forza su me stesso.
I pannelli scivolano nel muro, stringo i denti e porto un piede qualche centimetro indietro, come mi avevano insegnato all’Accademia per assorbire un colpo senza cadere all’indietro.
L’attacco verbale o fisico non arriva. Ekaterina è su uno dei due letti, sdraiata su un fianco. Ha in mano un oloproiettore sopra il quale compare il busto semitrasparente di una ragazza.
Gli occhi castani di Ekaterina si spostano dalla sua interlocutrice su di me. Le labbra della ragazza si tirano nella parodia di un sorriso, gli occhi le si chiudono appena come se il naso le prudesse e stesse per starnutire. «Ah, sei tornato.»
La ragazza nell’ologramma si agita. «È lui?» La voce è acuta ma melodica, gli occhi a mandorla. L’amica che Ekaterina aveva nominato prima, dall’Ufficiale di Coperta? «Fammelo vedere quello str—»
