Alabarda degli Astri

Capitolo 8 - «Ti faccio spaccare il culo, stronzo!»

Monica scopre Carlo intento a trafugare i dati di Amira ed Ekaterina: le minacce di lei si scontrano con il tentativo di dimostrare la sua autorità del ragazzo causando un disastro che potrebbe costare caro alla carriera di entrambi.

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Appoggio lo scanner termico sul tavolo senza fare rumore e giro attorno al tavolo da lavoro. Mi sporgo oltre la porta del magazzino e sbircio a sinistra e a destra. Nel corridoio non c’è nessuno: tutti i membri della mia squadra sono al lavoro – o imboscati da qualche parte a non fare nulla.

Torno indietro e prendo da uno dei cassetti del tavolo l’involto con la siringa automatica già carica, un blocco di sintozomi e una fialetta. Apro il panno, prendo la siringa e la sollevo. I quattro microgrammi di enzimi che ho sintetizzato ieri di nascosto, già programmati per eseguire alla massima velocità un unico lavoro, sono disciolti in una soluzione salina.

Rimetto la siringa nel panno, lo chiudo e lo infilo in una tasca dei pantaloni. Spero non si noti troppo il bozzo.

Mi affaccio sulla porta. Terrence è in fondo al corridoio, cammina fissando qualcosa sul suo tablet.

Cosa ci fa in giro, dannazione? «Sei a posto con il nervo 18B?»

Lui volta la testa e mi guarda come se lo stessi disturbando durante la pausa pranzo, finita due ore fa. «Eh, quasi. Stavo…»

Inspiro e stringo le dita sul telaio della porta. «Quel ramo dev’essere pronto per il termine del turno, o domani non possiamo iniziare con il cablaggio delle console di tiro.»

Terrence solleva un sopracciglio. «Non capisco questa fret—»

«Se lo fai oggi, non dovrai farlo domani.» Non ho mai dovuto fare un discorso simile a Michele. Era lui che era troppo volenteroso o sono io che non so dare ordini? «E… e domani saremo già pieni di lavoro.»

Lui sgrana gli occhi e sospira. «Vado, vado…» Un “rompicoglioni” a voce troppo alta gli scappa di bocca. Si gira e torna alla sua sezione.

Deglutisco e controllo di nuovo. Nessuno. Mi avvio verso la sezione 3. Ho passato ieri il pomeriggio a capire dove mandare chiunque per poter restare solo per un quarto d’ora con il nodo 31.

Gabriel è appoggiato alla paratia accanto al distributore di sali, intento a telefonare con qualcuno. Ridacchia. Scuoto la testa e continuo a camminare. Sasha, una delle poche che sembra prendere davvero il lavoro, sta passando una fialetta in uno scanner. Avrebbero dovuto mettere lei come mia vice, altroché Monica…

Arrivo in fondo al corridoio, svolto a sinistra e arrivo nella sezione 3. Le paratie del lato esterno dello stanzone sono ancora a terra in un paio di pile, la luce delle piastrelle luminose sul soffitto si riflettono sugli incavi e i fori delle viti. La canalina trasparente con i nervi immersi nella soluzione salina e i vari nodi quadrati che li alimentano e gestiscono luccicano per i led e i display. Per lo meno, è tutto verde.

Faccio un passo e qualcosa scricchiola sotto i miei scarponi. Una siringa automatica con il serbatoio incrostato. Gli strumenti che abbiamo usato nei giorni scorsi per accelerare la crescita dei nervi del ramo della rete neurale che doveva essere collegata alla memoria centrale del computer di bordo sono sparsi in giro: era compito di Monica assicurarsi che venissero lavati, puliti e riposti nel magazzino.

«E io la difendo davanti al Capo Scott.» sussurro. «Mi sa che ha ragione Ekaterina quando mi paragona al suo animale scemo…»

Attraverso la sezione e mi accosto al nodo 31. Lancio un’ultima occhiata alle mie spalle, verso la porta. Non c’è nessuno. E se dovesse arrivare qualcuno, di certo pesterà qualcosa e farò in tempo a nascondere i miei strumenti.

Prelevo l’involto dalla tasca, mi accoscio e lo appoggio a terra. Premo il tappo quadrato del nodo e questo si solleva: lo afferro e lo appoggio accanto all’involto. I cavi all’interno sono piegati a novanta gradi, sovrapposti gli uni sugli altri. Se avessi fatto un lavoro simile in cantiere, di certo la mia capa Elena mi avrebbe licenziato sul posto.

Sospiro. Dovrò ricordarmi un giorno che siamo meno incasinati di metterlo a posto.

Apro l’involto e prendo il blocco di sintozomi. Afferro la fialetta e la inserisco nell’uscita 1. Lo nascondo dietro il mio corpo e controllo di nuovo la porta. Nessuno.

Il cuore mi batte in gola, la bocca è secca.

Innesto il blocco nell’attacco del nodo e il led accanto si illumina di verde. Ottimo. Prendo la siringa, la scuoto un paio di volte e infilo il beccuccio nell’orifizio 4.

Mi passo la mano libera sulla fronte imperlata di sudore. «Spero tu non abbia sbagliato a cablare l’interno del nodo, Monica, o qui succede il disastro…»

Inspiro a fondo, espiro e premo il tasto della siringa automatica. Il serbatoio si riempie d’aria con un sibilo.

Gli enzimi che ho sintetizzato ieri hanno il compito di raggiungere dei gangli specifici presenti nella sezione 4 del nodo, stimolare il rilascio di neurotrasmettitori e comandare al computer principale di trasmettere i fascicoli di Ekaterina e del Comandante Farah; se non ci sono quei gangli specifici, si creerà una reazio—

«Ehi, che diavolo ci fai lì?»

Le gambe sono attraversate da una scossa, pronte a lanciarmi via da… Mi volto, una mano a terra per non cadere: Monica è a qualche metro da me, le mani sui fianchi, le sopracciglia aggrottate. Lei sa dove sono gli attrezzi sparsi sul pavimento.

«E allora, capo? Che ci fai con le mani nel mio nodo?»

Cerco di rallentare il respiro. «Lo stavo controllando. Mi… mi è arrivato un messaggio di allarme.»

«Credi che non sia capace di farlo io?»

Dopo che l’hai sistemato quattro volte nell’ultima settimana… «Ti avevo mandata a controllare le serre.»

«Non ci vuole un genio per quello: anche una scimmia riesce a vedere se è tutto verde e a mettere il mangime.» Il suo sguardo si concentra sul nodo. «Quel blocco lì non ce l’ho lasciato io.»

Merda, i sintozomi! L’ha visto! «Sì… l’ho… montato io. Volevo… fare un controllo.»

«Controllo di cosa? Gli attacchi sono standard, montati in fabbrica. Sono garantiti.» Gli occhi della ragazza si stringono. «Non è che…»

La testa mi gira. Sta capendo qualcosa? Stringo le dita di una mano a pugno. «Il cablaggio che hai fatto fa schifo!» Mi alzo in piedi. «Ti sembra qualcosa di decente? In cantiere lavoravi così male?»

Gli occhi di Monica sono spalancati. Fa un passo indietro. «Ma che bastardo… chi cazzo ti credi di essere?»

Tremo, e non so se per la rabbia verso di lei o per la vergogna. Apro la bocca per scusarmi, ma lei si gira puntandomi contro il dito medio e raggiunge la porta. Scalcia la siringa che ho calpestato e si ferma. «Bastardo, questa è l’ultima che mi fai! Ho parecchie cose da raccontare al Capo Scott, ti faccio spaccare il culo, stronzo!»

Faccio un passo avanti e alzo una mano. «Aspetta, Monica, lasciami…»

Ma lei non risponde. Il rumore dei suoi passi, pestati sul pavimento, si affievoliscono fino a scomparire.

Abbasso il braccio. «Merda…» Se la cosa poteva andare male, è andata forse anche peggio… Se il Capo Scott mi scopre qui, che sto scaricando dati dalla rete, sono nei guai. Grossi guai.

Mi volto e mi inginocchio davanti al nodo. Sul blocco di sintozomi compare la scritta “Operazione completata” e il vetro della fialetta è diventato opaco, così da proteggere le proteine all’interno dai raggi ultravioletti.

Almeno questo.

Stacco il blocco, sfilo la fialetta che si è chiusa in automatico e la infilo in tasca. Richiudo il tappo del nodo e getto il blocco e la siringa a terra: meglio che passino per abbandonati che farmeli trovare in tasca da qualcuno. Il panno, invece, me lo riporto dietro.

L’orologio vibra e si accende di blu. Spengo il tablet con i grafici dei sensori della sezione 4: questa dev’essere calibrata alla perfezione perché sarà quella che comanderà armi e difese della Alabarda degli Astri, e quando ci sarà la battaglia simulata con altre navi della Flotta Astrale controllate da computer tradizionali, quantici o da umani, dovremo stracciarli.

Sospiro e mi lascio andare sullo schienale della sedia. Questo è un problema per domani: il turno di oggi è finito.

Porto la mano alla tasca, la fialetta è ancora lì, come lo era tre ore fa. E da altrettante ore Monica non si è più fatta vedere. Spero solo che non sia andata davvero dal Capo Scott a lamentarsi del mio rimprovero. Deglutisco. Mi sono dovuto gettare a capofitto nel lavoro, cercare soluzioni a qualsiasi problema, anche il più insignificante, per non pensare a come l’ho trattata male per non farle scoprire la mia infrazione informatica…

Tocco l’orologio e attivo la chat. Seleziono il contatto di Gianni.

Io
Possiamo vederci al tuo alloggio? O c’è la tua coinquilina?

Gianni
Agata arriva dopo. Hai i due pacchetti di patatine?

Eh? Di cosa diamine sta… Ah, certo.

Io
Sì, li ho con me.

Gianni
E io ho la birra giusta. Ti aspetto.
Non farmi aspettare!

«Arrivo, arrivo…»

Apro il cassetto della scrivania e prelevo il lettore di proteine. Quello della Flotta è molto più piccolo di quelli usati dai civili: una barretta lunga cinque centimetri rossa e bianca con un foro dove infilare la fialetta ed un attacco per collegarla ai tablet o ai computer. Sarà meglio disattivare ogni connessione con la rete della nave, quando lo useremo: non vorrei che scatti qualche allarme per violazione. E poi resettare il tablet prima di ricollegarlo.

Magari è solo paranoia, ma oggi è tutto il giorno che sono certo che qualcosa andrà male. Molto male.

Infilo il lettore nella tasca, accanto alla fialetta ed esco dalla sala di controllo. Spengo la luce alle mie spalle. Mi avvio lungo il corridoio verso l’uscit—

«Clerici.» La figura di Scott davanti a me mi fa balzare il cuore in gola. «Oggi non fa straordinari?»

Monica è andata davvero a lamentarsi con il Capo per la sfuriata che le ho fa— Il fiato mi si mozza, i palmi delle mani si riempiono di sudore. Scott ha scoperto la mia infrazione! Monica gli ha detto del blocco di sintozomi, lui è andato a controllare nel nodo 31, ha capito cos’ho fatto e adesso è venuto ad affrontarmi.

Scott occupa buona parte del corridoio con le sue spalle. Un gorilla avrebbe paura di lui. Il termine “affrontarmi” non è quello giusto: “farmi a pezzi” è più corretto.

La bocca è secca, le ossa delle gambe si sono ridotte a gelatina. «Ho u… un impegno, signore.» La mia voce sembra uscire da un pozzo.

«Temo che farà tardi.»

Il cuore mi batte nelle tempie.

«Il capitano vuole parlarle.»

Non ho saliva da deglutire. «Il capitano?» Sono in apnea. «Mi spiace per come mi sono comportato con Monica… voglio dire… il Vice Capo Hayden, ma ero…»

Scott scuote la testa. «Non ha nulla a che vedere con la Hayden. Temo sia peggio.»

La fialetta nella tasca si sta ingrandendo, preme contro la gamba e dev’essere visibile nella tasca come se avessi dentro un pompelmo. «Io… eh…»

«Non la faccia aspettare. È nel suo ufficio, accanto alla plancia.»

Abbasso la testa e mi avvio verso l’uscita, le orecchie mi fischiano. Il Capo si accosta alla paratia e mi lascia passare. Mi guarda come un condannato a morte diretto al patibolo.

La sua voce si fa sentire alle mie spalle. «Ah, Clerici…»

Mi fermo e volto la testa.

«La Hayden è venuta da me a lamentarsi che le ha urlato in faccia e che l’ha ripresa per il suo lavoro.»

Annuisco e abbasso gli occhi. «Mi dispiace.»

«Anche a me. Avrebbe dovuto iniziare a raddrizzare prima il suo vice. Se l’avesse fatto anche con il resto della sua squadra, non avrebbe il colloquio con il Capitano Gomez.»

Gomez non si alza dalla poltroncina della sua scrivania in legno. Un paio di monitor olografici sono sospesi sopra il piano, un sasso grigio venato di blu elettrico e il modellino di un’astronave sono gli unici oggetti che mi dividono dal Capitano. Il suo sguardo chiude le distanze e si punta sul mio volto. Ci sono due sedie accanto a me, ma se non mi invita a sedere…

Faccio il saluto militare. «Signore.» Abbasso la mano e sfioro la fialetta e il lettore nella tasca. Avrei voluto fermarmi all’alloggio per nasconderli da qualche parte, ma non era sulla strada. Mai far aspettare un superiore, soprattutto se è quello in cima alla scala gerarchica.

Il Capitano si appoggia allo schienale della poltroncina. Ha il volto scuro, gonfio, il naso carnoso e le froge larghe che sembrano dei buchi neri. Non riesco a guardarlo in volto senza immaginare un orco. Abbasso gli occhi.

Gomez allunga un braccio sul tavolo e inizia a tamburellare con le dita. «Clerici, sa per cosa l’ho fatta chiamare?»

Non per l’intromissione nella memoria, spero. La scusa “stavo controllando quanto devono essere migliorati i firewall” che mi ero preparato non reggerebbe.

Il Capitano non attende una risposta. «L’ho fatta chiamare per lo scarso rendimento della sua squadra, Clerici.»

Il pavimento è coperto da una moquette grigia a pelo corto, è l’unico tratto dell’ufficio che oso guardare. «Mi spiace, signore.»

Gomez si alza in piedi, la poltroncina si muove all’indietro. Lui afferra il fondo della maglia e la tira verso il basso con uno movimento deciso. Posso vedere sopra la sua testa, ma è come se mi sovrastasse di un paio di metri.

Gira attorno al tavolo, le mani dietro la schiena. È grosso quanto largo, ed è tutto muscoli nervosi. Ha ucciso due alieni faccia a faccia. Mi fissa. Li avrà guardati allo stesso modo prima di sterminarli?

Scott è il doppio di Gomez ma mi terrorizza un quarto di quanto lo faccia il Capitano. Anche un decimo. Essere buttato fuori dalla Flotta Astrale con disonore non è la cosa peggiore che può farmi quest’uomo…

«Ho dovuto usare buona parte del mio credito come ufficiale della Flotta Astrale perché la nave che comando venisse scelta come quella dove sperimentare le reti neurali.» Gomez raggiunge l’ologramma che proietta lo spazio attorno alla Alabarda. «Ci sono stati altri capitani che volevano questo onere, ma nessuno di loro era convinto quanto me e altri ufficiali a bordo del valore di questa tecnologia, e sono quasi arrivato a supplicare un paio di Ammiragli perché l’avessimo vinta noi.»

L’orologio vibra al mio polso. Scommetto che è Gianni che mi chiede quando arrivo…

Il Capitano si volta e mi guarda. «Non c’è bisogno che le ricordi che questa tecnologia è talmente potente che pure il Collettivo Thalassiano ne ha timore. La teme al punto da imporci il blocco al suo sviluppo per mezzo secolo con il loro folle trattato. Con le reti neurali in funzione alla massima potenza, una qualunque astronave da guerra umana può competere senza problemi con qualsiasi incrociatore lumariano o giustiziere atheriano. Anche una nave da trasporto con un paio di gatling a rotaia potrebbe tenere a distanza una piccola flotta di predatori voraxiiani.» Mi fissa. «La tecnologia delle reti neurali potrà salvare migliaia di umani dagli attacchi alieni, sia nello spazio che nelle colonie.»

Annuisco. «Sì, signore.»

Le froge si allargano in uno sbuffo. «Riconosco che è una tecnologia ancora embrionale nell’ambito militare, e che è stata sviluppata soprattutto in quello delle costruzioni e scientifico, e che tutti voi avete dovuto passare il tempo tra la vostra laurea nell’Accademia e l’imbarco sulla Alabarda degli Astri in cantieri o università ma dovete capire…» Si interrompe, le labbra si stringono, così come le sopracciglia. La voce diventa più dura. «No, mi correggo. Lei, Clerici, deve capire che i tempi nella Flotta non sono quelli di cui poteva godere quando lavorava nell’edilizia.»

Deglutisco, la poca saliva che ho trovato è una lumaca che striscia nella gola contratta. Mi bruciano gli occhi. «Sì, signore.»

«So che il Capo Scott ha già provveduto a spiegarle che i tempi vanno accelerati, ma forse è meglio ribadirlo. Ho scelto io stesso i componenti della sua squadra tra le centinaia che sono uscite dall’Accademia della Flotta Astrale, e solo una minima parte ha avuto la possibilità di partecipare a questo progetto che segnerà la storia dell’umanità.» La voce dell’uomo sale di volume. «Io stesso l’ho messa al comando della squadra, visto che è stato uno dei laureati con il voto più alto, e che avevamo rapporti ottimi sul suo lavoro che svolgeva nell’azienda di costruzioni in cui operava. “È un eccellente capo squadra”, ci avevano detto i suoi superiori, “se gli diamo una settimana di tempo per completare un lavoro, dopo cinque sta già iniziando il secondo.”»

Le viscere mi si stanno sciogliendo. In cantiere ero capo di Michele, che scattava come una molla ancora prima che finissi di dargli un ordine e voleva imparare ogni cosa sulle reti neurali… qui, invece…

«Mi… mi spiace, signore.» Non sono certo che la voce sia uscita dalle mie labbra.

Gomez torna a sedersi ma non smette di fissarmi. I suoi occhi neri sembrano risucchiare la mia anima. «Pretendo che la sezione quattro delle reti neurali sia pronta tra venti giorni. Tra ventuno giorni, tre settimane esatte da oggi, i sistemi di mira delle railgun piccole e medie dovranno essere capaci di centrare un oggetto grande quanto un drone in movimento o sarò costretto a sollevarla dal suo ruolo, così come i componenti della sua squadra, e provvedere a farvi radiare dalla Flotta Astrale per sostituirvi con persone più qualificate.»

Sgrano gli occhi, un paio di mani gelide afferrano la mia colonna vertebrale. Cazzo… essere allontanato dal progetto che deve aiutarmi a raggiungere la sommità della scala sociale… anzi, congedato con disonore dalla Flotta Astrale. Lo stomaco mi si contrae con un crampo.

«Clerici, parliamoci chiaro.» La voce del Capitano si abbassa, ma non perde la durezza. «Le è caduta letteralmente dal cielo la possibilità di fare qualcosa per l’umanità che poche centinaia di persone nella storia hanno anche solo sognato. Veda di non perdere questa occasione o può essere certo che passerà il resto della sua vita sulla Terra a coltivare nervi in sintovita all’interno di canaline messe tra blocchi di cemento polverosi, se ancora le andrà bene.»

La testa mi si fa leggera, come se fossi sul punto di svenire.

Non posso… non posso fallire! Io devo andare a vivere su Olimpo. Su Olimpo con Chiara…


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