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Erotika
Alabarda degli Astri · Cap. 8
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Capitolo 8 di 28 14 min di lettura

«Ti faccio spaccare il culo, stronzo!»

Monica scopre Carlo intento a trafugare i dati di Amira ed Ekaterina: le minacce di lei si scontrano con il tentativo di dimostrare la sua autorità del ragazzo causando un disastro che potrebbe costare caro alla carriera di entrambi.

William Kasanova
4 mesi fa · 1.6k letture · 0

Appoggio lo scanner termico sul tavolo senza fare rumore e giro attorno al tavolo da lavoro. Mi sporgo oltre la porta del magazzino e sbircio a sinistra e a destra. Nel corridoio non c’è nessuno: tutti i membri della mia squadra sono al lavoro – o imboscati da qualche parte a non fare nulla.

Torno indietro e prendo da uno dei cassetti del tavolo l’involto con la siringa automatica già carica, un blocco di sintozomi e una fialetta. Apro il panno, prendo la siringa e la sollevo. I quattro microgrammi di enzimi che ho sintetizzato ieri di nascosto, già programmati per eseguire alla massima velocità un unico lavoro, sono disciolti in una soluzione salina.

Rimetto la siringa nel panno, lo chiudo e lo infilo in una tasca dei pantaloni. Spero non si noti troppo il bozzo.

Mi affaccio sulla porta. Terrence è in fondo al corridoio, cammina fissando qualcosa sul suo tablet.

Cosa ci fa in giro, dannazione? «Sei a posto con il nervo 18B?»

Lui volta la testa e mi guarda come se lo stessi disturbando durante la pausa pranzo, finita due ore fa. «Eh, quasi. Stavo…»

Inspiro e stringo le dita sul telaio della porta. «Quel ramo dev’essere pronto per il termine del turno, o domani non possiamo iniziare con il cablaggio delle console di tiro.»

Terrence solleva un sopracciglio. «Non capisco questa fret—»

«Se lo fai oggi, non dovrai farlo domani.» Non ho mai dovuto fare un discorso simile a Michele. Era lui che era troppo volenteroso o sono io che non so dare ordini? «E… e domani saremo già pieni di lavoro.»

Lui sgrana gli occhi e sospira. «Vado, vado…» Un “rompicoglioni” a voce troppo alta gli scappa di bocca. Si gira e torna alla sua sezione.

Deglutisco e controllo di nuovo. Nessuno. Mi avvio verso la sezione 3. Ho passato ieri il pomeriggio a capire dove mandare chiunque per poter restare solo per un quarto d’ora con il nodo 31.

Gabriel è appoggiato alla paratia accanto al distributore di sali, intento a telefonare con qualcuno. Ridacchia. Scuoto la testa e continuo a camminare. Sasha, una delle poche che sembra prendere davvero il lavoro, sta passando una fialetta in uno scanner. Avrebbero dovuto mettere lei come mia vice, altroché Monica…

Arrivo in fondo al corridoio, svolto a sinistra e arrivo nella sezione 3. Le paratie del lato esterno dello stanzone sono ancora a terra in un paio di pile, la luce delle piastrelle luminose sul soffitto si riflettono sugli incavi e i fori delle viti. La canalina trasparente con i nervi immersi nella soluzione salina e i vari nodi quadrati che li alimentano e gestiscono luccicano per i led e i display. Per lo meno, è tutto verde.

Faccio un passo e qualcosa scricchiola sotto i miei scarponi. Una siringa automatica con il serbatoio incrostato. Gli strumenti che abbiamo usato nei giorni scorsi per accelerare la crescita dei nervi del ramo della rete neurale che doveva essere collegata alla memoria centrale del computer di bordo sono sparsi in giro: era compito di Monica assicurarsi che venissero lavati, puliti e riposti nel magazzino.

«E io la difendo davanti al Capo Scott.» sussurro. «Mi sa che ha ragione Ekaterina quando mi paragona al suo animale scemo…»

Attraverso la sezione e mi accosto al nodo 31. Lancio un’ultima occhiata alle mie spalle, verso la porta. Non c’è nessuno. E se dovesse arrivare qualcuno, di certo pesterà qualcosa e farò in tempo a nascondere i miei strumenti.

Prelevo l’involto dalla tasca, mi accoscio e lo appoggio a terra. Premo il tappo quadrato del nodo e questo si solleva: lo afferro e lo appoggio accanto all’involto. I cavi all’interno sono piegati a novanta gradi, sovrapposti gli uni sugli altri. Se avessi fatto un lavoro simile in cantiere, di certo la mia capa Elena mi avrebbe licenziato sul posto.

Sospiro. Dovrò ricordarmi un giorno che siamo meno incasinati di metterlo a posto.

Apro l’involto e prendo il blocco di sintozomi. Afferro la fialetta e la inserisco nell’uscita 1. Lo nascondo dietro il mio corpo e controllo di nuovo la porta. Nessuno.

Il cuore mi batte in gola, la bocca è secca.

Innesto il blocco nell’attacco del nodo e il led accanto si illumina di verde. Ottimo. Prendo la siringa, la scuoto un paio di volte e infilo il beccuccio nell’orifizio 4.

Mi passo la mano libera sulla fronte imperlata di sudore. «Spero tu non abbia sbagliato a cablare l’interno del nodo, Monica, o qui succede il disastro…»

Inspiro a fondo, espiro e premo il tasto della siringa automatica. Il serbatoio si riempie d’aria con un sibilo.

Gli enzimi che ho sintetizzato ieri hanno il compito di raggiungere dei gangli specifici presenti nella sezione 4 del nodo, stimolare il rilascio di neurotrasmettitori e comandare al computer principale di trasmettere i fascicoli di Ekaterina e del Comandante Farah; se non ci sono quei gangli specifici, si creerà una reazio—

«Ehi, che diavolo ci fai lì?»

Le gambe sono attraversate da una scossa, pronte a lanciarmi via da… Mi volto, una mano a terra per non cadere: Monica è a qualche metro da me, le mani sui fianchi, le sopracciglia aggrottate. Lei sa dove sono gli attrezzi sparsi sul pavimento.

«E allora, capo? Che ci fai con le mani nel mio nodo?»

Cerco di rallentare il respiro. «Lo stavo controllando. Mi… mi è arrivato un messaggio di allarme.»

«Credi che non sia capace di farlo io?»

Dopo che l’hai sistemato quattro volte nell’ultima settimana… «Ti avevo mandata a controllare le serre.»

«Non ci vuole un genio per quello: anche una scimmia riesce a vedere se è tutto verde e a mettere il mangime.» Il suo sguardo si concentra sul nodo. «Quel blocco lì non ce l’ho lasciato io.»

Merda, i sintozomi! L’ha visto! «Sì… l’ho… montato io. Volevo… fare un controllo.»

«Controllo di cosa? Gli attacchi sono standard, montati in fabbrica. Sono garantiti.» Gli occhi della ragazza si stringono. «Non è che…»

La testa mi gira. Sta capendo qualcosa? Stringo le dita di una mano a pugno. «Il cablaggio che hai fatto fa schifo!» Mi alzo in piedi. «Ti sembra qualcosa di decente? In cantiere lavoravi così male?»

Gli occhi di Monica sono spalancati. Fa un passo indietro. «Ma che bastardo… chi cazzo ti credi di essere?»

Tremo, e non so se per la rabbia verso di lei o per la vergogna. Apro la bocca per scusarmi, ma lei si gira puntandomi contro il dito medio e raggiunge la porta. Scalcia la siringa che ho calpestato e si ferma. «Bastardo, questa è l’ultima che mi fai! Ho parecchie cose da raccontare al Capo Scott, ti faccio spaccare il culo, stronzo!»

Faccio un passo avanti e alzo una mano. «Aspetta, Monica, lasciami…»

Ma lei non risponde. Il rumore dei suoi passi, pestati sul pavimento, si affievoliscono fino a scomparire.

Abbasso il braccio. «Merda…» Se la cosa poteva andare male, è andata forse anche peggio… Se il Capo Scott mi scopre qui, che sto scaricando dati dalla rete, sono nei guai. Grossi guai.

Mi volto e mi inginocchio davanti al nodo. Sul blocco di sintozomi compare la scritta “Operazione completata” e il vetro della fialetta è diventato opaco, così da proteggere le proteine all’interno dai raggi ultravioletti.

Almeno questo.

Stacco il blocco, sfilo la fialetta che si è chiusa in automatico e la infilo in tasca. Richiudo il tappo del nodo e getto il blocco e la siringa a terra: meglio che passino per abbandonati che farmeli trovare in tasca da qualcuno. Il panno, invece, me lo riporto dietro.

⁂

L’orologio vibra e si accende di blu. Spengo il tablet con i grafici dei sensori della sezione 4: questa dev’essere calibrata alla perfezione perché sarà quella che comanderà armi e difese della Alabarda degli Astri, e quando ci sarà la battaglia simulata con altre navi della Flotta Astrale controllate da computer tradizionali, quantici o da umani, dovremo stracciarli.

Sospiro e mi lascio andare sullo schienale della sedia. Questo è un problema per domani: il turno di oggi è finito.

Porto la mano alla tasca, la fialetta è ancora lì, come lo era tre ore fa. E da altrettante ore Monica non si è più fatta vedere. Spero solo che non sia andata davvero dal Capo Scott a lamentarsi del mio rimprovero. Deglutisco. Mi sono dovuto gettare a capofitto nel lavoro, cercare soluzioni a qualsiasi problema, anche il più insignificante, per non pensare a come l’ho trattata male per non farle scoprire la mia infrazione informatica…

Tocco l’orologio e attivo la chat. Seleziono il contatto di Gianni.

Io
Possiamo vederci al tuo alloggio? O c’è la tua coinquilina?

Gianni
Agata arriva dopo. Hai i due pacchetti di patatine?

Eh? Di cosa diamine sta… Ah, certo.

Io
Sì, li ho con me.

Gianni
E io ho la birra giusta. Ti aspetto.
Non farmi aspettare!

«Arrivo, arrivo…»

Apro il cassetto della scrivania e prelevo il lettore di proteine. Quello della Flotta è molto più piccolo di quelli usati dai civili: una barretta lunga cinque centimetri rossa e bianca con un foro dove infilare la fialetta ed un attacco per collegarla ai tablet o ai computer. Sarà meglio disattivare ogni connessione con la rete della nave, quando lo useremo: non vorrei che scatti qualche allarme per violazione. E poi resettare il tablet prima di ricollegarlo.

Magari è solo paranoia, ma oggi è tutto il giorno che sono certo che qualcosa andrà male. Molto male.

Prima di andare avanti…

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