Alabarda degli Astri

Capitolo 7 - «...credo abbia fatto pure la puttana d’alto bordo con la sorella.»

Carlo è esausto: Monica lo sfida con le sue tette enormi, il Capo lo minaccia e a casa lo aspetta Ekaterina. Ogni sera la bionda stronza si sdraia nuda sul letto, attiva il telero impiantato e si fa venire gemendo forte davanti a lui, figa bagnata e tette che ballano, solo per torturarlo. Gianni gli propone un patto pericoloso: hackerare i fascicoli riservati di Ekaterina e del comandante Amira Farah in cambio del codice. La tentazione di scoprire i segreti della russa troia è sempre più forte…

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Mi lascio cadere sulla poltroncina del bar. Il mio petto si svuota nel sospiro che esce dal mio naso.

Gianni abbassa il boccale di birra e si passa una mano sulle labbra. «Mi sa che è stata un’altra giornata di merda, giù in officina.»

Scuoto la testa. «Lascia perdere, è un inferno.» Passo una mano sul proiettore al centro del tavolino: uno schermo olografico appare davanti a me con le consumazioni disponibili. Le prime in cima sono quelle che il computer di bordo ha imparato che ordino di solito: sfioro l’immagine del tè verde senza zucchero.

«Forse dovresti ubriacarti…» Gianni beve un altro sorso di birra. È quella della Flotta Astrale, priva di alcool che possa dare alla testa. E il sapore fa schifo.

«Il mal di testa me lo farà venire Ekaterina quanto tornerò all’alloggio.» Sono felice che il Capo Scott e il resto della gente nel Ponte Motori credano che faccio gli straordinari per portare avanti il lavoro che la mia squadra non compie e non per stare lontano della mia coinquilina e dal suo atteggiamento sprezzante.

Un gruppo di una dozzina di ragazze entra dalla porta chiacchierando. Le loro voci acute sono stilettate nelle mie orecchie. Si siedono a due tavolini affiancati. Un paio devono essere delle ricercatrici: le vedo ogni tanto entrare nel Ponte Scientifico quando vado al lavoro. Che stiano festeggiando qualche scoperta?

Basta che non facciano baccano.

Gianni si volta verso le ragazze e solleva una mano a salutare qualcuno. Una ragazza dai capelli castani risponde con un sorriso e un cenno. Il mio amico si gira verso di me e la indica con un dito. «È Agata, la mia coinquilina. È nella squadra della xenobiologia.»

Sollevo le sopracciglia. «Si interessa di alieni? Io fuggirei a gambe levate pure davanti ad uno sezionato.»

Al pensiero di un alieno fatto a pezzi le labbra di Gianni si arricciano. «E io ti sarei davanti nella fuga. Ma a lei interessano.» Fa un cenno al gruppo di ragazze. «Tra l’altro, a gestire il gruppo è quella ragazza con i capelli castani e lunghi.»

Mi sporgo un po’ da una parte per scorgere oltre Gianni senza essere notato. Una ragazza dall’aspetto molto giovane, che tiene lo sguardo verso il basso e muove gli occhi da una parte all’altra, a seconda di chi sta parlando, si stringe tra le braccia come a farsi piccola. Ha la pelle olivastra, da Sudamericana.

Gianni abbassa la voce. «L’ho conosciuta l’altro giorno. Si chiama Juliana: bella figa, ma diciamo che non è il tipo di donna che ti fa sudare le orecchie a chiacchiere.»

Torno a sedermi. «Compenserebbe parecchio Ekaterina, quella ha una radio al posto della bocca.»

Un robot alto quanto il tavolo ci raggiunge e si ferma accanto a noi. Sulla testa piatta ha la tazza di tè che ho ordinato: la prendo e la appoggio davanti a me.

Il mio amico si sporge in avanti. «Ma continua ad andare così male con lei?»

«Almeno adesso ha smesso di prendermi in giro in continuazione ma mi ignora del tutto.» Porto la tazza alle labbra e sorbisco un sorso. Il liquido è caldo ma il sapore è solo un’approssimazione scadente del vero tè verde. Cosa aspettarsi da polverine messe in acqua scaldata dal calore in eccesso del motore della nave? «Continua a parlare con la sua amica Nao e un altro paio che le girano attorno.» Avvicino la tazza di nuovo alla bocca ma mi fermo. L’immagine di Ekaterina nuda, che si contorce nel letto tra gemiti e orgasmi, compare davanti ai miei occhi. «E quando arrivo dal lavoro la trovo ad usare quel dannato telero che si è fatta impiantare nella colonna vertebrale. Aspetta che arrivi. Ogni giorno. Ogni dannato giorno.»

Uno scoppio di risate si solleva dal gruppo di scienziate nell’angolo: è una stilettata nella mia testa.

«Ah!» Le labbra di Gianni si sollevano in un sorriso. «Dev’essere uno spettacolo, con il corpo che si ritrova vederla godere!»

Il profumo appena percettibile della bevanda bollente si insinua nelle mie narici. La tazza di metallo scalda le mie mani. Le mie, di labbra, si abbassano. «È come essere invitati ad un pranzo di gala affamati e non poter mangiare nemmeno le briciole.» E poi chiudersi in bagno e scaricarsi nel telero da poveri regalato da Chiara…

Chiudo gli occhi, la tazza solleva un suono metallico quando la poso sul tavolo. La mia dolce Chiara… Sospiro. Temeva la tradissi con qualche ragazza, ma non poteva immaginare in che situazione mi sarei ritrovato.

«Sai che cosa dovresti fare?» Gianni mi punta un dito contro. «Usare qualche informazione privata su di lei e… che ne so… minacciarla di divulgarla e farle fare una figuraccia. Sono certo che ci tiene alla sua rispettabilità di fronte agli altri.»

«Ekaterina? Ma se le uniche cose che so di lei - e che ho sentito quando parla con Nao – è che ha un passato che… cazzo, credo abbia fatto pure la puttana d’alto bordo con la sorella e se ne vanta pure!»

L’interesse illumina il volto del mio amico. «Davvero? E che altro?»

Sollevo le spalle. «Ma che ne so. Più in là del cognome non so nulla, a parte che i suoi sembra abbiano una barca di soldi e che il padre sia una specie di imprenditore interstellare. E questo dovrebbe darle potere sulla Alabarda degli Astri, o almeno lei lo crede.» Ekaterina che viene trattata come pezza da piedi dall’Ufficiale di Coperta è il pensiero che mi ricorda che lei non è una divinità ma una che, forse, è della mia stessa specie. Dello stesso ordine, più che della stessa specie….

Le ragazze all’angolo esplodono in un’altra risata. La moretta - Juliana, giusto? – ha un sorriso imbarazzato. Solleva lo sguardo verso di noi ma lo abbassa subito. Che ragazza strana.

Mi tendo verso Gianni. «Hai idea di chi possa essere? Sei tu l’esperto di… uhm… figa famosa su Internet.»

Lui incrocia le braccia sul petto e si appoggia allo schienale della sedia. Si passa una mano sul pizzetto e solleva lo sguardo. «Mi ricorda qualcuno, ma non posso esserne certo.» Mi guarda. «Di certo usava un qualche nickname quando faceva le olotrasmissioni porno, giusto? E sai quante bionde lo fanno, ogni giorno?»

 Appoggio la testa su una mano e sospiro. «Gianni, eri la mia ultima possibilità di scoprire qualcosa su di lei…»

Lui finisce la birra e appoggia il boccale. «Beh, puoi chiederlo al computer centrale.»

Sollevo i palmi delle mani. «E come? Mica posso entrare nel Ponte Informatico e chiedere di scaricare dei dati. Io posso stare solo nella sezione delle reti neurali del Ponte Motore: manco ci vogliono vedere nel resto dell’officina, come la chiami tu.»

«E qual è il problema?» Gianni si appoggia con i gomiti sul tavolo e abbassa la voce. «Secondo la roadmap del progetto a cui fai capo, nei prossimi giorni dovreste iniziare i collegamenti delle reti neurali alla memoria centrale del computer della nave…»

Già, sempre ammesso che il nodo 31 non collassi per colpa di Monica e della sua trascuratezza sul lavoro, dovremmo connetterci dopodomani. Scuoto la testa, che idee mi sto facendo? «No, non ho intenzione di farlo. Non posso scaricare dei dati sensibili dalla rete. Sarebbe violazione di privacy.» E non mi va di aumentare i miei problemi, visto che già sono a rischio per lo scarso rendimento della squadra. «E poi sono file protetti da password.»

Gianni sorride. «Al codice di decriptazione ci penso io.»

Un’altra risata si alza dal gruppo di ragazze. Si stanno divertendo parecchio. Anche troppo per il mio mal di testa.

Stringo gli occhi. «E come fai ad averlo?»

Il sorriso del mio amico si allarga ancora di più. «Essere guardiamarina ha i suoi vantaggi, e poi ho i miei contatti.»

Se sono come quello che doveva farci avere l’alloggio insieme… «Beh, non se ne parla, mi rifiuto di farlo.»

Gianni annuisce. «Certo. Poi, quando questa sera Ekaterina ti farà impazzire di nuovo, ne riparleremo.»

Porto la tazza alle labbra e bevo un paio di sorsi. Il tè si sta raffreddando. Fisso lo spazio fuori dagli oblò panoramici, la conformazione delle costellazioni oltre la Nube di Oort inizia a differire da quella visibile dalla Terra.

Il mio amico incrocia le dita davanti al volto. «Allora siamo d’accordo? Tu scarichi i fascicoli di Ekaterina e del Comandante Farah, e io ti fornisco la chiave di decriptazione.»

Il poco vapore che si solleva dal tè offusca appena il sorriso di Gianni. «Cosa c’entra Amira? Non stavamo parlando solo di Ekaterina?»

«Ognuno di noi ha la sua ossessione, Carlo.  La tua è nell’alloggio, la mia sul posto di lavoro.» Cava l’orologio dal taschino e legge qualcosa sullo schermo. Si alza. «Scusami, ma mi cercano.» Fa un passo verso la porta del bar ma si ferma e si volta. «Tu porta i fascicoli di Ekaterina e di Amira, e io ti fornisco il codice.»

Inghiotto il tè. «Stai tranquillo che non succederà.»

Annuisce. «Certo. Per dopodomani dovrei avere il codice. Fai tra tre giorni.» Non aspetta una risposta e si avvia verso l’uscita. Saluta le ragazze che stanno ancora ridendo ricevendo un paio di cenni e se ne va.

Abbasso la testa. Il mio sguardo mi fissa dalla superficie del tè nella tazza. Chiudo gli occhi e sospiro. No, non succederà, è inutile che mi tenti…

Gli schiamazzi del gruppo di ragazze salgono di volume.  Possibile che non sappiano evitare di fare baccano? Sono tutte uguali a Ekaterina o Monica, su questa dannata astronave?

L’idea di tornare all’alloggio e ritrovarmi la mia coinquilina che mi…

Il rumore della sedia davanti a me mi fa sollevare la testa e aprire gli occhi. Una ragazza alta, con degli abiti dozzinali troppo larghi per il suo corpo esile, è in piedi dall’altra parte del tavolo. Si morde le labbra non truccate, sembra voler nascondere il volto dietro i lunghi capelli neri. Prova a spostare il suo volto verso di me ma a stento riesce a tenercelo per più di un istante.

Nel gruppo delle ragazze in fondo al bar, la responsabile del gruppo di xenobiologia manca. È lei quella di fronte a me?

Ha una mano sullo schienale della sedia e la sua voce è un sussurro a stento udibile, come se avesse paura di disturbare. «Po… posso sedermi?» Un sorriso appena accennato prova ad alzare i lati delle sue labbra.

Il mal di testa pulsa nelle tempie come un palloncino spinoso che si gonfia e sgonfia, le spalle mi fanno male quasi che le braccia stiano per staccarsi per la stanchezza. «Se vuoi…»

Le gambe della sedia artigliano il pavimento di metallo e lo trafiggono: uno stridio esplode nelle mie orecchie. Cazzo… Stringo gli occhi.

Lei si siede e spinge la sedia in avanti con un paio di balzetti che sono i colpi di grazia per il pavimento agonizzante e la mia testa. Il gruppo di ragazze ci fissano senza dire una parola, come se fossero in attesa di qualcosa.

«Ciao…» La ragazza solleva lo sguardo verso di me. Ha la pelle scura e il viso stretto. Se sorridesse davvero sarebbe bellissima. Forse non al livello di Ekaterina o Nao, ma avrebbe la coda di spasimanti. «Il mio nome è Juliana.» Ha una voce musicale, un po’ nasale. In un altro momento la troverei divertente.

Trattengo un sospiro. «Carlo.»

Alza lo sguardo verso di me, lo abbassa. Sotto la pelle scura, un tocco di rosso ravviva le sue guance. «Io… scusa se ti disturbo, ma… ma le mie amiche mi hanno detto di venire a parlarti.»

Le sue amiche si guardano l’un l’altra, si mettono la mano davanti alla bocca o parlano nelle orecchie delle altre. Si stanno divertendo parecchio… Forse un po’ troppo.

Annuisco. «Ok.» Mi sta prendendo in giro? Un altro spasmo si contorce nella mia testa. Devo passare per la farmacia e farmi dare qualcosa.

Lo sguardo di Juliana è rivolto verso qualche molecola di polvere sul tavolo. Le mani sono nascoste dallo stesso, e se le starà torturando, e si succhia le labbra.

Dovrei dire qualcosa, intrattenerla, chiederle del suo lavoro nel Ponte Scientifico, ma… chissenesbatte.

Mi porto alle labbra il tè freddo, ne inghiotto la metà di quanto rimasto e mi alzo in piedi.

Lei segue il mio movimento con lo sguardo. Ha gli occhi dei cerbiatti dei cartoni animati. Sembra spaventata dal mio comportamento

Appoggio la tazza sul tavolino. «Devo andare.»

Mi avvio alla porta, le sue amiche mi fissano: hanno smesso di chiacchierare e di ridere, muovono la testa come torrette mitragliatrici che mi seguono, gli occhi sgranati.

Al mal di testa si aggiunge la consapevolezza di essere stato uno stronzo…

La pastiglia non ha eliminato del tutto l’emicrania, ma quanto basta per affrontare un’altra serata con Ekaterina. Passo la mano sullo scanner e la porta dell’alloggio 42 si apre con un sibilo.

Dovrei annunciarmi con un “Sono a casa, tesoro” mentre entro? No, forse non è il caso di esagerare con Ekater…

Mi fermo sulla porta. Lei è seduta in cima al letto, i piedi nudi sulle coperte; Nao è accanto, in piedi, ad un passo di distanza, con in mano il pennellino e la boccetta dello smalto per le unghie. Il fetore chimico del cosmetico ha colmato l’aria della stanza e è come acido muriatico nelle mie narici.

Le due mi fissano. Le ho interrotte a metà di qualche loro chiacchierata - Ekaterina che parla con l’altra che annuisce e le dà ragione a prescindere - profonda quanto una pozzanghera.

Mi sfugge un colpo di tosse per l’odore. «Buonasera, ragazze.»

«Carlo,» Ekaterina usa di nuovo quel tono di voce che sembra stia parlando con un bambino stupido, «hai questa curiosa abitudine di restare sulla porta, lasciandola aperta. Mi riporti sempre alla mente il mio cucciolo di tigre dai denti a sciabola.» Si volta verso la ragazza giapponese, ferma e con la schiena dritta. «Te ne ho parlato, vero, Nao?»

Lei annuisce con il capo, i capelli castani lunghi fino alle spalle ondeggiano. «Sì, Ekaterina. Era molto… molto sciocco, mi hai raccontato.»

Faccio un passo avanti, la porta si chiude alle mie spalle. «Io avevo un cane. Gli ho insegnato diversi comandi.» Sorrido appena. «Forse è a causa di chi lo istruisce.»

Il volto di Ekaterina non cambia di una virgola. La mia bordata sembra non aver avuto nessun effetto. «Dici, Carlo. Eppure, mio padre aveva chiamato uno dei più importanti addestratori al mondo.» Si rivolge di muovo alla sua amica. «Hai mai assistito ai numeri del Circo Zallingher di Mars City, Nao?»

«Se è quello con i dinosauri, no, Ekaterina.» La ragazza abbassa gli occhi scuri. «La mia famiglia non è mai riuscita ad avere gli inviti.»

«Lo so, è molto esclusivo.» La russa solleva una mano come a scacciare una sciocchezza. «Quanto torneremo sulla Terra, ricordami di farvene avere qualcuno. Mio padre li regala ai suoi dipendenti più meritevoli.»

«Grazie, Ekaterina.» La voce di Nao è un sussurro. «Te ne saremo grata.»

«I dinosauri sono addestrati dallo stesso che abbiamo chiamato per la mia tigre.» La stronza non prova nemmeno a guardarmi, ma gli angoli delle labbra si sollevano appena. «Non c’era proprio verso di farlo stare via dalla porta, quello stupidone.»

Nao annuisce senza dire una parola. Mi lancia un’occhiata ma subito torna a guardare i piedi di Ekaterina.

La russa fa un cenno verso le proprie estremità nude. «Puoi continuare.»

«Sì, Ekaterina.»

Scuoto la testa. Come fa Nao a ridursi in questo modo, a lasciarsi trattata così da Ekaterina? Saprà che termini usa per descrivere lei e il suo lavoro di assistente al morale dell’equipaggio?

La russa mi fissa, un sorriso beffardo compare sul suo volto, la punta della sua lingua lecca il labbro superiore. Ha il grosso seno bene in vista sotto la maglietta bianca tesa sul petto. Un singulto che nasconde una risata la scuote appena e torna a fissarsi i piedi, muovendo le dita divise da batuffoli di cotone.

Nao sposta il pennellino con un gemito, gli occhi sbarrati, come se avesse appena compiuto un sacrilegio sulla statua di una divinità vendicativa.

Stringo le labbra. Cosa voleva Gianni per farmi avere il codice di decriptazione? Il fascicolo del Comandante Farah?


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