Stringo a me Chiara per l’ultima volta. L’ultima volta per molto tempo. Qualcuno alle mie spalle sta piangendo, io sono solo più forte di lui nel nascondere i miei sentimenti. «Mi mancherai, gioia…»
Chiara apre bocca per parlare ma le escono solo dei singulti. Si porta la mano alle labbra, le lacrime le scendono lungo le gote. «Ti amo, Carlo. Torna…»
Gli occhi mi bruciano. Nemmeno io riesco a dire nulla. Posso solo salutarla con la mano, la gola è stretta al punto che mi fa male. Mi volto prima di scoppiare in un pianto pure io e attraverso la folla che mi divide dall’imbarco. Tiro su con il naso.
Nei tre anni che ho aspettato questo momento della mia vita, non ho mai immaginato una sola volta che sarebbe stato tanto doloroso. Mi faccio strada tra i gruppi di persone, i sospiri e i singulti giungono da qualsiasi parte.
Mi fermo accanto ad un parapetto, abbasso la testa e mando giù un respiro che sembra graffiarmi la gola tanto stretta da far male. Passo le mani sugli occhi per togliere l’umido che si sta formando.
Una pacca sulla schiena mi fa sobbalzare.
È Gianni. Un sorriso solleva un angolo della sua bocca. «Questo è il grande giorno! Sei pronto, Carlo? Oggi diventiamo ufficialmente astronauti.»
Deglutisco a vuoto. Mi schiarisco la voce con un suono che sembrano due fogli di carta vetrata che strofinano tra di loro. «S… sì, erano anni che lo aspettavamo.»
Lui indica i finestroni accanto al punto di imbarco. «Andiamo a vedere: la Alabarda si starà avvicinando.»
Lo seguo. Un paio di ragazzi e qualche ufficiale di mezza età ha già avuto la stessa idea, ma il posto per vedere nello spazio c’è anche per noi. Gianni si appoggia al vetro con una mano e scruta tra le stelle a sinistra e a destra. «Eccola là!» Punta il dito verso una luce azzurra.
Sbatto gli occhi per togliere il velo di lacrime che si stava formando. Il mio riflesso mi fissa sovrapposto al firmamento, uno spicchio di Luna e… Stringo le palpebre. Le apro.
Un’astronave scivola davanti alla striscia luminosa della Via Lattea, illuminata dai fari della stazione orbitale. La parte superiore ha la forma di una mezza pallottola blu con strisce più scure, dove si trovano i generatori dei proiettori Kazula-Klein. Tre lunghe pinne ospitano i propulsori laterali, che si accendono e si spengono per far virare la nave; sotto, per tutta la lunghezza dello scafo, le stelle si riflettono sul cannone della Lancia Relativistica. Quando spara, dicono vibri l’intera nave…
«Sembrava più grande nelle foto,» il fiato di Gianni crea un alone sul vetro. «È solo un centinaio di metri di lunghezza…» Solleva le spalle. «Andrà bene per cominciare la carriera da ufficiale.»
«A me sembra bellissima…» Non riesco a staccarle gli occhi di dosso, le luci scivolano sullo scafo come le mani di un amante, le curve prendono forma al suo virare. Non vedo l’ora di salirci.
Gianni mi dà un colpo sulla spalla. «Prepariamoci.» Mi fa segno di seguirlo.
⁂
Uno scossone attraversa la navetta , il segnale rosso sopra la camera di equilibrio diventa verde. Le persone attorno a me riprendono a parlare: per tutto il viaggio dalla stazione orbitale all’astronave le voci erano calate di volume.
Gianni apre la sua cintura di sicurezza e si alza. «Andiamo!» Esce nel corridoio tra i sedili e si avvia tra i primi nella fila.
Mi asciugo i palmi delle mani sudati sui pantaloni e mi alzo, aspetto che la coda finisca e lo seguo. Scendo dalla scaletta e mi trovo in mezzo ad una ventina di ragazzi che si guardano attorno, facce confuse e spaventate in mezzo ad altre con le bocche spalancate quanto gli occhi luccicanti.
L’hangar è largo la metà della Alabarda e ospita tre navette da trasporto, una delle quali sta ancora atterrando; è abbastanza grande da farci stare tre volte la casa dove abitiamo Chiara e io. Tocco la tasca dei pantaloni: il telero che mi ha regalato è ancora lì.
Un magone mi stringe la gola al pensiero della mia ragazza sola sulla stazione orbitale, sperduta a quasi cinquantamila chilometri dalla superficie della Terra. Sposto lo sguardo verso il largo ingresso dell’hangar, dove la Stazione Janus brilla in mezzo alle stelle. Chiara mi starà guardando? I nostri sguardi si stanno incontrando?
Gianni mi indica una porta dove è presente un ufficiale nella sua uniforme grigia e ha in mano un tablet. «Andiamo, raggiungiamo la sala comune.»
Già, la presentazione degli ufficiali… «Ok.»
Il ponte che attraversiamo è squadrato, molto più spoglio di quanto mostrino le olopellicole: il pavimento è formato da qualche materiale ceramico al posto del tappeto grigio o rosso che mi aspettavo, le paratie sono lisce con pochi schermi e con porte di tanto in tanto. Il soffitto è attraversato da una striscia luminosa bianca, che annulla ogni ombra negli angoli; una luce rossa la percorre, precedendoci.
L’ufficiale, una donna nera dall’aria annoiata, indica la luce rossa con lo stilo che ha in mano. «Seguite il segnale per raggiungere la sala comune, vi aspettano.» Si volta verso il resto dei cadetti. «Anche voi, muovete il culo che non abbiamo tutto il giorno.»
La sala comune è in fondo al corridoio, una decina di porte dopo. Un locale grande la metà dell’hangar è pieno di sedie richiudibili voltate verso un palco. Una dozzina di persone hanno già preso posto.
«Ci sediamo davanti?»
Gianni solleva una mano. «Davanti si siedono gli insicuri, e noi siamo sicurissimi, o sbaglio?»
«Ah, sì…» Ci accomodiamo a metà dell’ultima fila.
Il resto del gruppo raggiunge la sala e prende possesso delle sedie rimanenti. Fingo di guardare qualcosa sull’orologio, ma non riesco a smettere di controllare chi passa: ragazzi e ragazze della nostra età sfilano uno dopo l’altro. Non c’è nessuno che conosco o ricordo dai tempi dell’Accademia.
Gianni mi fa un segno con la mano e indica una ragazza orientale dai capelli lisci e neri. «Ma quella non è la…» Fa schioccare un paio di volte le dita. «Oddio, come si chiama… la Kirishima!»
Gli lancio un’occhiata. «Chi?»
«Nao Kirishima.» Gianni si appoggia alla sua seggiola. «È una influencer giapponese.»
Scuoto la testa. «Non mi sono mai interessato di queste cose.»
«Suo padre è il fondatore della Kirishima Deep Fa… qualcosa. Sono quelli che hanno sviluppato la tecnologia per ricavare energia dalle faglie tettoniche.» Sul viso del mio amico compare un sorriso. «E ti assicuro che lei ne sa qualcosa di tettoniche.»
Cerco Nao nella folla che si sta formando. È ferma accanto ad una ragazza con i capelli biondi lunghi.
«E cosa ci fa su una nave da guerra?»
«Io un paio di idee su cosa farle fare le avrei.» Il sorriso di Gianni si allarga. «Comunque, parecchie di queste ragazze che vogliono diventare famose, visto che quasi tutte si danno a qualche forma di…» Fa le virgolette con le dita. «… “esibizionismo” in rete, più o meno spinto, cercano di entrare nella Flotta Astrale per far sembrare che facciano qualcosa di utile per l’umanità senza far vedere a tutti le parti intime.»
Lancio un’ultima occhiata alla ragazza giapponese ma è sparita. «E dici che possa essere in grado di fare qualcosa, sulla Alabarda.»
«Di certo più di cantare o ballare… ma occhio, che inizia lo spettacolo di benvenuto!»
