Capitolo 4 - «Figa a frotte! Ora capisci cosa intendo? Quella ho intenzione di sedurla e scoparmela.»
Carlo, giunto finalmente a bordo della Alabarda degli Astri, scopre che una buona parte dell'equipaggio femminile, partendo dal Comandante Farah, mostra delle caratteristiche fisiche che renderanno complicato mantenere la promessa di fedeltà fatta a Chiara.
6 ore fa
Stringo a me Chiara per l’ultima volta. L’ultima volta per molto tempo. Qualcuno alle mie spalle sta piangendo, io sono solo più forte di lui nel nascondere i miei sentimenti. «Mi mancherai, gioia…»
Chiara apre bocca per parlare ma le escono solo dei singulti. Si porta la mano alle labbra, le lacrime le scendono lungo le gote. «Ti amo, Carlo. Torna…»
Gli occhi mi bruciano. Nemmeno io riesco a dire nulla. Posso solo salutarla con la mano, la gola è stretta al punto che mi fa male. Mi volto prima di scoppiare in un pianto pure io e attraverso la folla che mi divide dall’imbarco. Tiro su con il naso.
Nei tre anni che ho aspettato questo momento della mia vita, non ho mai immaginato una sola volta che sarebbe stato tanto doloroso. Mi faccio strada tra i gruppi di persone, i sospiri e i singulti giungono da qualsiasi parte.
Mi fermo accanto ad un parapetto, abbasso la testa e mando giù un respiro che sembra graffiarmi la gola tanto stretta da far male. Passo le mani sugli occhi per togliere l’umido che si sta formando.
Una pacca sulla schiena mi fa sobbalzare.
È Gianni. Un sorriso solleva un angolo della sua bocca. «Questo è il grande giorno! Sei pronto, Carlo? Oggi diventiamo ufficialmente astronauti.»
Deglutisco a vuoto. Mi schiarisco la voce con un suono che sembrano due fogli di carta vetrata che strofinano tra di loro. «S… sì, erano anni che lo aspettavamo.»
Lui indica i finestroni accanto al punto di imbarco. «Andiamo a vedere: la Alabarda si starà avvicinando.»
Lo seguo. Un paio di ragazzi e qualche ufficiale di mezza età ha già avuto la stessa idea, ma il posto per vedere nello spazio c’è anche per noi. Gianni si appoggia al vetro con una mano e scruta tra le stelle a sinistra e a destra. «Eccola là!» Punta il dito verso una luce azzurra.
Sbatto gli occhi per togliere il velo di lacrime che si stava formando. Il mio riflesso mi fissa sovrapposto al firmamento, uno spicchio di Luna e… Stringo le palpebre. Le apro.
Un’astronave scivola davanti alla striscia luminosa della Via Lattea, illuminata dai fari della stazione orbitale. La parte superiore ha la forma di una mezza pallottola blu con strisce più scure, dove si trovano i generatori dei proiettori Kazula-Klein. Tre lunghe pinne ospitano i propulsori laterali, che si accendono e si spengono per far virare la nave; sotto, per tutta la lunghezza dello scafo, le stelle si riflettono sul cannone della Lancia Relativistica. Quando spara, dicono vibri l’intera nave…
«Sembrava più grande nelle foto,» il fiato di Gianni crea un alone sul vetro. «È solo un centinaio di metri di lunghezza…» Solleva le spalle. «Andrà bene per cominciare la carriera da ufficiale.»
«A me sembra bellissima…» Non riesco a staccarle gli occhi di dosso, le luci scivolano sullo scafo come le mani di un amante, le curve prendono forma al suo virare. Non vedo l’ora di salirci.
Gianni mi dà un colpo sulla spalla. «Prepariamoci.» Mi fa segno di seguirlo.
⁂
Uno scossone attraversa la navetta , il segnale rosso sopra la camera di equilibrio diventa verde. Le persone attorno a me riprendono a parlare: per tutto il viaggio dalla stazione orbitale all’astronave le voci erano calate di volume.
Gianni apre la sua cintura di sicurezza e si alza. «Andiamo!» Esce nel corridoio tra i sedili e si avvia tra i primi nella fila.
Mi asciugo i palmi delle mani sudati sui pantaloni e mi alzo, aspetto che la coda finisca e lo seguo. Scendo dalla scaletta e mi trovo in mezzo ad una ventina di ragazzi che si guardano attorno, facce confuse e spaventate in mezzo ad altre con le bocche spalancate quanto gli occhi luccicanti.
L’hangar è largo la metà della Alabarda e ospita tre navette da trasporto, una delle quali sta ancora atterrando; è abbastanza grande da farci stare tre volte la casa dove abitiamo Chiara e io. Tocco la tasca dei pantaloni: il telero che mi ha regalato è ancora lì.
Un magone mi stringe la gola al pensiero della mia ragazza sola sulla stazione orbitale, sperduta a quasi cinquantamila chilometri dalla superficie della Terra. Sposto lo sguardo verso il largo ingresso dell’hangar, dove la Stazione Janus brilla in mezzo alle stelle. Chiara mi starà guardando? I nostri sguardi si stanno incontrando?
Gianni mi indica una porta dove è presente un ufficiale nella sua uniforme grigia e ha in mano un tablet. «Andiamo, raggiungiamo la sala comune.»
Già, la presentazione degli ufficiali… «Ok.»
Il ponte che attraversiamo è squadrato, molto più spoglio di quanto mostrino le olopellicole: il pavimento è formato da qualche materiale ceramico al posto del tappeto grigio o rosso che mi aspettavo, le paratie sono lisce con pochi schermi e con porte di tanto in tanto. Il soffitto è attraversato da una striscia luminosa bianca, che annulla ogni ombra negli angoli; una luce rossa la percorre, precedendoci.
L’ufficiale, una donna nera dall’aria annoiata, indica la luce rossa con lo stilo che ha in mano. «Seguite il segnale per raggiungere la sala comune, vi aspettano.» Si volta verso il resto dei cadetti. «Anche voi, muovete il culo che non abbiamo tutto il giorno.»
La sala comune è in fondo al corridoio, una decina di porte dopo. Un locale grande la metà dell’hangar è pieno di sedie richiudibili voltate verso un palco. Una dozzina di persone hanno già preso posto.
«Ci sediamo davanti?»
Gianni solleva una mano. «Davanti si siedono gli insicuri, e noi siamo sicurissimi, o sbaglio?»
«Ah, sì…» Ci accomodiamo a metà dell’ultima fila.
Il resto del gruppo raggiunge la sala e prende possesso delle sedie rimanenti. Fingo di guardare qualcosa sull’orologio, ma non riesco a smettere di controllare chi passa: ragazzi e ragazze della nostra età sfilano uno dopo l’altro. Non c’è nessuno che conosco o ricordo dai tempi dell’Accademia.
Gianni mi fa un segno con la mano e indica una ragazza orientale dai capelli lisci e neri. «Ma quella non è la…» Fa schioccare un paio di volte le dita. «Oddio, come si chiama… la Kirishima!»
Gli lancio un’occhiata. «Chi?»
«Nao Kirishima.» Gianni si appoggia alla sua seggiola. «È una influencer giapponese.»
Scuoto la testa. «Non mi sono mai interessato di queste cose.»
«Suo padre è il fondatore della Kirishima Deep Fa… qualcosa. Sono quelli che hanno sviluppato la tecnologia per ricavare energia dalle faglie tettoniche.» Sul viso del mio amico compare un sorriso. «E ti assicuro che lei ne sa qualcosa di tettoniche.»
Cerco Nao nella folla che si sta formando. È ferma accanto ad una ragazza con i capelli biondi lunghi.
«E cosa ci fa su una nave da guerra?»
«Io un paio di idee su cosa farle fare le avrei.» Il sorriso di Gianni si allarga. «Comunque, parecchie di queste ragazze che vogliono diventare famose, visto che quasi tutte si danno a qualche forma di…» Fa le virgolette con le dita. «… “esibizionismo” in rete, più o meno spinto, cercano di entrare nella Flotta Astrale per far sembrare che facciano qualcosa di utile per l’umanità senza far vedere a tutti le parti intime.»
Lancio un’ultima occhiata alla ragazza giapponese ma è sparita. «E dici che possa essere in grado di fare qualcosa, sulla Alabarda.»
«Di certo più di cantare o ballare… ma occhio, che inizia lo spettacolo di benvenuto!»
Un uomo con l’uniforme bianca compare sul palco e raggiunge un microfono posto su un’asta. Ha il volto rotondo e mostra almeno cinquant’anni. Le rughe profonde e le sopracciglia folte mostrano ogni singolo giorno che ha passato in questo universo. Non dev’essere più alto di un metro e sessanta e ha delle spalle forse ancora più larghe. Un applauso scroscia attorno a me. Mi metto anch’io a battere le mani. Dal colore dell’abito, dev’essere qualcuno in alto nella gerarchia.
L’uomo prende il microfono e fa un paio di passi avanti, fino al bordo del palco. «Buongiorno e benvenuti a bordo della FAU Alabarda degli Astri. Sono Luis Gomez, e copro il ruolo di capitano della nave.»
Un nuovo scroscio di applausi esplode nella sala comune. Un “bravo” detto da una voce femminile si solleva da qualche parte.
Mi accosto all’orecchio di Gianni che sta battendo anche lui le mani. «Sta suscitando molto entusiasmo.»
«Ma hai vissuto in una grotta in Antartide? Ha ucciso ben due alieni di persona, è ovvio che chiunque lo consideri un eroe di guerra!»
Un brivido mi stringe lo stomaco. L’uomo sul palco ha incontrato degli alieni… e ha pure avuto il coraggio di affrontarli in un combattimento. Il ricordo delle olografie di extraterrestri che avevo visto all’Accademia mi scioglie le viscere. Quello delle vittime umane me le spingono sia verso la bocca che verso l’ano.
Gomez continua a parlare come se non si fosse mai trovato davanti un mostro nato sotto la luce di un altro sole. «…principale della Alabarda degli Astri sarà testare la tecnologia delle reti neurali nello spazio e, in futuro, in situazioni di combattimento simulato con altre navi della Flotta Astrale. Il Trattato Thalassiano è scaduto in questi giorni e…»
Gianni si avvicina a me. «In pratica sta dicendo che sei la persona più importante a bordo.»
«Cosa?» Trattengo un sorriso. Non voglio ammetterlo davanti al mio migliore amico, ma, cazzo, è proprio così.
«Se sei stato chiamato per dirigere la squadra che deve lavorare sulle reti neurali della Alabarda, avrai risorse illimitate e l’ultima parola su tutto. E sai cosa significa?»
Certo che lo so: mostrare il mio valore.
Gianni ridacchia. «Figa a frotte.»
«Eh? Cosa?»
«Ma dai…» Mi da una gomitata al braccio. «Le donne vogliono gli uomini con il potere, che comandano e vengono riveriti.» Solleva le spalle. «Per quale altro motivo pensi sia un guardiamarina e voglia diventare capitano? Figa a frotte…»
La mano scende alla tasca e stringe il telero che Chiara mi ha regalato. Con questo potrò fare sesso a distanza con la mia amata e solo con lei. Io… io non voglio altre donne oltre a lei. Io non ho bisogno di altre donne oltre a—
Un applauso si alza dalla folla seduta nella sala comune e mi riporta alla realtà. Il capitano Gomez si sposta dal centro del palco e, alzando un braccio, accoglie una persona che esce dalle quinte. «Il secondo in comando, il comandante Farah.»
Inizio a battere le mani anch’io.
Gianni salta sulla sedia. «È lei, è lei! Amira! Non è uno schianto?»
Una donna attraversa il palco con passo deciso, la sua espressione stoica non viene scalfita dall’applauso. Si ferma accanto al capitano, una testa più alta rispetto al suo superiore. I capelli neri tagliati fino alle spalle non si muovono di un millimetro, gli occhi scuri passano in rassegna la futura truppa. L’uniforme marrone è impeccabile, la indossa come una fotomodella indosserebbe un abito firmato, il suo fisico a clessidra sembra più adatto ad un sogno erotico che a servire nello spazio.
Mi ritrovo con le mani ferme a venti centimetri di distanza una dall’altra, le dita aperte come se stessi palpando le due grosse tette che riempiono l’uniforme. Adesso capisco perché Gianni è così felice di essere sulla Alabarda a servire…
Lui si avvicina di nuovo al mio orecchio. «Figa a frotte! Ora capisci cosa intendo? Quella ho intenzione di sedurla e scoparmela.»
Deglutisco e mi sistemo meglio sulla sedia. Qualcosa nella tasca dei pantaloni preme sulla coscia.
⁂
Seduto alla scrivania del suo ufficetto, l’Ufficiale di Coperta, un uomo che non mostra più di trentacinque anni con un paio di ciocche bianche proprio sopra le tempie, alza lo sguardo dal tablet che sta consultando. Ci guarda con l’interesse che rivolgerebbe alla pubblicità del cibo per cani. «Il tuo nome e cognome?»
«Gianni Rinna.»
«Rinna…» L’uomo scorre lo schermo un paio di volte, poi preme qualcosa. «Ti carico le informazioni sull’orologio.» Lo sguardo che usa per guardare il mio amico è quello di qualcuno che ha appena ripetuto la stessa cosa per la trentesima volta. «Comunque, fermati alla seconda porta a sinistra per farti dare il pacco dal furiere con uniformi e tutto il resto. Il tuo alloggio è il 37, secondo ponte. L’orologio può guidarti a destinazione.»
Il taschino della camicia di Gianni si illumina per un istante: il suo orologio a cipolla ha completato il download dei dati.
Il mio amico si sposta per lasciarmi il posto, così entreremo nel nostro alloggio insieme.
«Carlo Clerici.» Continuo a spostare il peso da un piede all’altro.
L’uomo scorre ancora un po’ lo schermo. «Ok, i dati sono stati inviati.»
Gli risparmio la menata di ripetere un’altra volta «Ho sentito dove dobbiamo andare: prima furiere e poi alloggio 37.» Lancio un’occhiata a Gianni, lui alza il pollic—
«No.» L’Ufficiale di Coperta mi fissa sopra il tablet. «Sei Clerici, no? Qui indica l’alloggio 42, terzo ponte.»
Il cuore perde un colpo. «Come…» Inspiro, l’aria respirata da decine di persone in un’ambiente chiuso striscia sulla mia lingua. «Noi siamo nello stesso alloggio.»
L’uomo sospira e sembra svuotarsi. «No: Clerici al 42, Rinna al 37.»
Gianni fa un passo avanti. «Noi avevamo…» Si interrompe e mi guarda, la sua faccia diventa una maschera priva di espressione. Non possiamo dire a qualcuno che un suo conoscente nel Comando della Flotta ha cercato di aiutarci già ancora prima di prendere servizio?
Che figura ci faremmo, se non proprio rischiare guai ancora più seri?
L’uomo non ci guarda nemmeno. «La Alabarda degli Astri non è un albergo, dove si prenotano le stanze doppie. Adesso levatevi che bloccate la fila.»
Afferro Gianni per il braccio e lo trascino in corridoio, lontano quanto basta per non essere sentiti dagli altri. «Cos’è questa storia? Avevi detto che… il tuo amico…» Lo lascio andare, respiro tra i denti. «Scusa.»
«Oh, Carlo, cosa vuoi che sia?» Gianni si spiana le pieghe della manica. «Non saremo coinquilini ma ci troveremo a conoscere nuove persone. Non vedo quale sia il problema.»
Mi passo la mano sulla gamba dei pantaloni. «Sì, ma… Certo.»
✒️ Cosa ne pensi? Dimmi nei commenti cosa ti è piaciuto di più di questo capitolo e cosa ti aspetti succeda nel prossimo… Sono curioso di leggerti.
💖 Ti è piaciuto? Se Carlo, le sue astronaute e i suoi casini ti hanno fatto eccitare o incuriosire, lascia un cuore.
⭐ Valuta la storia Se stai seguendo la discesa di Carlo, lascia 4 o 5 stelle. Mi aiuta tantissimo a capire se la storia vale la pena di essere continuata.
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