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Erotika
Alabarda degli Astri · Cap. 3
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Capitolo 3 di 28 10 min di lettura

«Mi… mi hai preso un sex toy?»

In attesa dell'imbarco sulla Alabarda degli Astri, sicura che Carlo troverà molte tentazioni tra le sue nuove colleghe, Chiara fa un regalo particolare al suo ragazzo perchè non si dimentichi di lei.

William Kasanova
4 mesi fa · 1.4k letture · 0

Chiara si appoggia al finestrone panoramico e guarda in basso. Il fiato che esce dalla sua bocca aperta crea un alone sul vetro polimerico indistruttibile. La voce è rotta dall’emozione e appena udibile nel brusio che riempie l’aria della stazione orbitale. «È… bellissimo.»

Mi appoggio con il sedere alla parete. «È la prima volta che vedi la Terra dall’orbita?»

Lei si volta verso di me. Gli occhi le brillano, le lacrime si raccolgono sulle ciglia, pronte a scendere a fiumi lungo il suo viso illuminato dal Sole per metà ancora nascosto dal globo e da miliardi di stelle. «Sì…»

«Che sciocchina…» Adesso fa commuovere anche me, che sono stato su una stazione orbitale già due volte. Prendo il fazzoletto dalla tasca e le tampono gli occhi.

«Scusa… credevo di essere pronta a…» Il suo sguardo torna al mondo che si sta svegliando, le nuvole rosse e il terminatore che si sposta tra le ombre delle montagne e le pianure che si illuminano. Chiude gli occhi e geme. «No, non sono pronta.»

Le cingo le spalle e la allontano dal finestrone. «Non preoccuparti, gioia, poche persone riescono a non essere sopraffatti dall’emozione davanti a qualcosa di simile.» Distolgo lo sguardo dalla superficie a miliardi di chilometri sotto di noi. Ma quanto cazzo siamo in alto?

Inspiro. L’allontano dal finestrone, prima che inizino a tremarmi le gambe davanti a tutti…

Il corridoio centrale della Stazione Orbitale Janus è gremito di gente, cadetti accompagnati dai genitori e astronauti con anni di esperienza formano capannelli o camminano in mezzo ad essi sotto la volta trasparente. Un vociare sommesso risuona tra le paratie, i sistemi di aereazione stanno facendo gli straordinari per mantenere l’aria pulita. L’imbarco programmato per l’equipaggio della Alabarda degli Astri è il numero 4, dove c’è maggiore concentrazione di persone.

Chiara stringe la mia mano e avvicina la bocca al mio orecchio. «Non pensavo ci fossero tutte queste persone.»

«Nemmeno io.» Ci sono ragazzi attorniati da decine di parenti, dai fratellini o cuginetti di pochi anni a bisnonni, che gli fanno gli auguri o piangono per la loro partenza.

Chiudo tra le dita la mano di Chiara e le do un bacio sulla guancia. Le appoggia la testa sulla mia spalla.

«Oh, Carlo, alla buon’ora!» Una figura maschile avanza tra due gruppi fermi in mezzo al corridoio. Indossa una maglia grigia con una riga trasversale blu che sta cambiando colore nell’arancione ed un paio di jeans neri con inserti di diamanti al posto dei rivetti – diamanti sintetici, suppongo. Gianni, che non perde occasione di vestirsi all’ultima moda, dovrà indossare un’uniforme uguale a tutti gli altri ufficiali.

Si ferma davanti a noi e sorride, mostrando una schiera di denti bianchissimi. Fa un cenno con il capo, i capelli biondi che formano un tubo sulla testa. Sembra uno di quei cantanti della metà del XX secolo. «Vedo che ti sei fatto accompagnare da Jasmine.»

«Chiara.» La voce della mia ragazza è piatta.

Gianni si porta una mano alla fronte e chiude gli occhi. «Giusto, Chiara: Jasmine era la ragazza con cui stava Carlo ai tempi dell’Accademia.» Si volta verso di me. «Ti ricordi Jasmine, Carlo?» Sorride. «Quella sì che…»

«Stronzo…» La voce di Chiara è un sibilo appena percettibile nel vociare delle persone presenti. La sua mano strizza la mia.

Un sorriso imbarazzato tende le mie labbra. Non so cosa rispondere.

Qualcuno chiama il nome di Gianni, che si gira e fa un segno. Torna a guardarmi. «È mio nonno, quello che aveva servito sull’Aquila Fulgente… Non smette di fare foto per ricordare il giorno in cui il nipote segue le sue orme. Ci vediamo dopo.»

Sollevo il pollice. «A dopo.»

Gianni si volta e torna a scomparire in mezzo alla folla.

Chiara lo fissa come se volesse colpirlo con raggi laser dagli occhi. Mi lancia un’occhiata, apre la bocca con un’espressione come se stesse masticando qualcosa di disgustoso, ma non pronuncia una parola. Sospira e mi abbraccia.

La stringo a me. Il profumo della sua pelle, il calore del suo corpo mi sciolgono il cuore. Le sposto una ciocca di capelli rossi dagli occhi. «Mi mancherai, gioia…» Il fiato vibra nella mia gola all’idea che potrei ritrovarmi a tradirla con un’altra donna… Oltre la sua spalla, diverse ragazze stanno salutando i loro parenti, molte delle quali davvero carine e…

Stringo le palpebre, non devo nemmeno pensare ad una cosa simile: sull’Alabarda dovrò concentrarmi solo sul mio lavoro di ingegnere delle reti neurali, nient’altro. Ogni mio momento dovrà essere dedicato solo ed esclusivamente a quello.

La pressione dell’abbraccio di Chiara diminuisce, lei si stacca da me. Apro gli occhi, lei ha un sorriso appena accennato, ma i suoi occhi non brillano come quando è felice. «Carlo… lo so che nei prossimi mesi sarà difficile…»

Sospiro. Sto per entrare nella Flotta Astrale, e lo so da anni che questo giorno sarebbe arrivato. Certe volte lo immaginavo come qualcosa di fantastico, altre come spaventoso, altre ancora come frastornante. E invece è fantastico, spaventoso e frastornante, tutto insieme e moltiplicato per cento: il cuore mi batte nelle tempie, le gambe mi tremano, voglio salire su quella nave e assurgere a migliore tecnico nella storia umana, e al contempo restare qui con la mia ragazza e non lasciarla più.

Le accarezzo la guancia. «Vuoi venire anche tu?» La gola mi brucia, il fiato a stento vi passa. «Ti nascondo da qualche parte.» La stupidità della mia proposta non si ferma alle mie labbra ma prova ad uscire dai miei occhi.

Chiara balbetta, le sue parole sono arrochite dal pianto che a stento trattiene. «Sciocco, non posso fare la clandestina su un’astronave da guerra.» Infila una mano nella borsetta e ne estrae una scatolina di plastica nera simile ad un grosso tubetto con un logo rosso sopra: un quadrato al cui interno compare un cuore diviso in due metà. Non è più grande di una scatolina di mentine, solo più grossa. «Ho un’idea migliore.»

«Cos’è quell’oggetto, Chiara?»

Lei lo rimette nella borsetta, lancia un’occhiata verso la parete interna della passeggiata fino a trovare qualcosa. «Vieni.»

Mi tiene per una mano e mi guida in mezzo alla gente, passando tra gruppi che ridono e altri che piangono, fino a uscire dalla folla davanti ad una porta con il cartello dei gabinetti. Una coppia della nostra età esce dal corridoio, ci vede e lui ci fa l’occhiolino. Il suo viso, invece di mostrare la mia agitazione, lascia intendere che la sua compagna gli ha fatto qualcosa per rilassarlo.

Li seguo allontanarsi. «Cosa…» Mi volto verso Chiara. Abbiamo scopato fino a poche ore fa, prima di prendere l’ascensore orbitale e raggiungere la stazione Janus, non vorrà farlo un’ultima volta nei cessi?

Prima di andare avanti…

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