Spingo la siringa, l’ago vince la resistenza del tappo e si tuffa nel liquido trasparente nella boccetta. Faccio leva con il pollice sotto lo stantuffo e il cilindro si riempie fino alla quinta tacca. Non ho fatto il calcolo esatto di quanto ne serve, ma dovrebbe bastare… Lancio la boccetta vuota nel sacco nero con un acciottolio di vetri che cozzano. Sollevo la siringa, infilo l’ago nel cono di accompagnamento di plastica e spingo: il gel si oppone appena. Premo il pistone con un movimento lento, la punta nera dello stantuffo percorre la scala graduata in un tempo che sembra infinito.
Il gel azzurro si schiarisce dove la soluzione si espande, assume un colorito verde, torna del colore originale.
Estraggo l’ago con una smorfia. Non mi è piaciuta la colorazione verde che ha assunto il gel…
Il numero sull’ologramma proiettato dallo scanner che ho applicato sopra la canalina della rete neurale, però, sta scendendo: 157… 152… 148…
Muovo la testa a sinistra e sfioro con il mento il comunicatore sulla spalla. Emette un bip. «Come va da te, Michele?»
La voce del mio assistente giunge dopo un paio di secondi. «Qui sta tornano ai livelli normali, Carlo. Sì, ora è tra il 107 e 111.»
Inserisco l’ago nel foro dello sfilatore e si stacca dalla siringa. «Ottimo.» Il problema è stato più semplice di quanto mi aspettassi, siamo riusciti a risolverlo prima che la situazione diventasse irrecuperabile. «Resta lì ancora un momento, Michele, e controlla che non ci siano sorprese.»
«Ricevuto.» La comunicazione si chiude con un altro bip.
Sollevo le braccia all’altezza delle spalle e mi stiro. La mia colonna vertebrale si allunga con uno schiocco. Getto la siringa di plastica sul tavolino accanto a me. Devo ricordarmi di lavarla, prima di usarla la prossima volta. Ammesso ci sarà una prossima volta in cui dovrò usarla…
Mi giro e faccio qualche passo nel pavimento di larghe piastrelle marroni coperte di polvere, il vero colore mostrato solo dai sentieri lasciati dal passaggio mio e del resto degli operai edili. Il vuoto lasciato dalla piastra di plastimento sul muro occidentale che monteranno giovedì si apre sulla città illuminata dai bassi raggi del sole rossi che filtrano tra gli edifici più alti. Le prime luci della sera brillano negli uffici degli stacanovisti.
Sentirò la mancanza di tutto questo, nei prossimi due anni?
Nascosta fino a quel momento nell’ombra dietro al faretto che illumina il locale, Elena si stacca dal telaio della porta a cui era appoggiata con una spalla e scioglie le braccia incrociate sul seno. Indossa come sempre il gilet giallo catarifrangente e il caschetto con la scritta “Sì, questa bambola è la tua capa” copre i lunghi capelli neri ondulati. La camicetta, però, ha un paio di bottoni aperti più del solito e l’ombra che vi si scorge in mezzo si modella in una valle che lascia intuire le dimensioni di cosa cela.
Ormai, vedo quel rigonfiamento nella camicetta della mia capa da tanto di quel tempo che potrei immaginare le dimensioni dei seni e la posizione dei capezzoli con un errore minimo.
Le sorrido. «Cosa fai, Elena, stalkeri i tuoi operai?»
Lei si avvicina a pochi passi da me. Dopo otto ore di cantiere lascia ancora dietro di sé un vago profumo dolce. «No, solo il migliore.»
Sollevo una mano e la muovo come a scacciare quel complimento. «Va là, tra un paio di anni sarà pieno così di tecnici delle reti neurali che dovrai tenerli lontani con il badile.»
Lei allunga una mano e la appoggia sulla mia spalla. Questa intimità mi è nuova, ma non mi dispiace. «Nessuno sarà al tuo livello, lo sai.» Mi guarda negli occhi. Ha messo il rossetto? Questa mattina il colore delle sue labbra non era così carico. «Non riusciremo a trovare qualcuno capace quanto te, Carlo.»
La mano di Elena mi scalda la spalla. Il contatto mi fa sollevare gli angoli delle labbra. E non solo quelle. «Michele è un bravo tecnico.» Quanto sono? Due anni che lo istruisco?
Elena lancia un’occhiata alla porta da cui è entrata. «Michele…» abbassa la voce, «Michele non è poi così… così bravo, ammettilo.»
Il pannello che nasconde la rete neurale in questa stanza è ancora aperto: ci ho lavorato mezz’ora per risolvere un problema che aveva causato Michele e che rischiava di uccidere tutte le terminazioni nervose del palazzo. Quello sì che sarebbe stato un danno da licenziamento, oltre ad altri due mesi di lavoro per farle ricrescere e cablarle correttamente… «No, dai, non è così male. Al limite, è un po’impulsivo.»
Il volto di Elena è arrossato dal tramonto. Toglie la mano dalla mia spalla e si volta. «Se solo tu non avessi avuto la folle idea di volerti arruolare nella Flotta Astrale…» Scuote la testa. «Perdere un operaio come te.»
Il retro dei suoi jeans è modellato sui suoi glutei meravigliosi. Sarà vera la storia che un tempo ha fatto del porno? Non sono mai riuscito a trovarla sulla rete: chissà con che nome si faceva chiam—
Lei si volta e mi fissa, le sopracciglia alzate.
Stacco gli occhi dal suo inguine. «Io… La… La Flotta Astrale… mi ha… ha pagato gli studi a patto che poi diventassi loro ingegnere e…»
La donna sospira. «Lo so, me l’hai raccontato.» Mi toglie una particella di polvere invisibile dalla maglia. «Ma proprio adesso dovevano chiamarti in servizio?»
«Il…» La mano di Elena indugia un po’ troppo a lungo sul mio petto per pulirmi da un peletto che vede solo lei. «Il trattato thalassiano scade proprio domani, e la prima astronave umana dotata di reti neurali può prendere servizio: adesso la Flotta ha fretta di recuperare i decenni che non ha potuto usare per sperimentarla nello spazio. E io sono stato nominato come responsabile capo della rete.» Anni di studi in accademia e quasi altrettanti passati in cantieri civili hanno reso l’attesa interminabile, ma finalmente l’ammodernamento della Alabarda degli Astri è stata completata e quel trattato alieno castrante ha fatto il suo corso…
Solo la metà superiore della sfera del sole è visibile sopra un grattacielo, gli ultimi raggi rossi che getta nel cantiere brillano sulla polvere sul pavimento. I pavimenti dei ponti della Alabarda degli Astri devono essere lucidi, puliti ogni giorno dai robot spazzini… Niente più muratori che si grattano il culo, che bestemmiano e ruttano, solo ufficiali con uniformi impeccabili, saluti militari e la possibilità di dimostrare il proprio vero valore.
Il mio vero valore.
Elena si fissa le dita. «Devi essere coraggioso, Carlo, per andare nello spazio.» Mi guarda negli occhi. Le sue pupille sono nere. Le sue labbra si stringono. «Io sarei terrorizzata a trovarmi davanti un alieno…»
Sopprimo un tremito. Le foto di Voraxii e Lumariani che avevo visto all’accademia, che avevano popolato i miei incubi sia di notte che di giorno, balzano nella mia mente. Mi si strizza lo stomaco, sopprimo un gemito che mi sale dalla gola. «Non… La possibilità di incontrare un alieno è pressoché nulla. Sul serio, la maggior parte degli astronauti non ne ha mai visto uno.» Lo ripeto per me stesso. «Nemmeno uno.»
«Se lo dici tu…» La donna si passa una mano sul collo e sposta una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Si stira, spostando all’indietro le spalle e le braccia con un mugolio. «Ma, secondo me, anche sulla Terra non si sta male…»
Devo fare uno sforzo per immaginare Chiara che mi aspetta a casa. Uno ancora maggiore per distogliere lo sguardo dal rigonfiamento della camicetta che tende i bottoni bianchi. Delle protuberanze più piccole spiccano sulle sommità. «Sì, hai ragione, ma… ehm…» Stringo la mano che mi ritrovo sollevata davanti a me e la abbasso al fianco.
Elena lo nota e sorride. Il profumo floreale diventa più intenso. «Ho sempre apprezzato la tua professionalità, Carlo. Sempre qui, tutti i giorni, a lavorare a testa bassa, senza nulla che ti distragga.»
Chiara mi aspetta a casa.
Amo Chiara.
Le mani della mora prendono i miei polsi e li avvicinano al suo ventre. «Ma oggi è il tuo ultimo giorno qui con me, Carlo. Potremmo rilassarci un po’, socializzare...» Le mie dita si trovano a scivolare sotto la sua camicetta, le sue mani spingono le mie verso l’alto.
Stringo le tette di Elena, la loro pelle vellutata sotto i miei polpastrelli, il calore dell’eccitazione della donna che scalda le mani, i capezzoli rigidi che puntano contro i palmi. Il cuore mi batte nelle orecchie, il fiato rumoreggia nel mio naso. La perenne erezione che ho sempre alla vista di Elena e del suo troieggiare con me diventa di ferro.
I suoi occhi si socchiudono, la sua voce sembra miele. «Ho anche qualcos’altro in serbo per te, Carlo… da molto tempo.»
Un paio di sacchi di stucco sono gettati in un angolo della sala. Non sembrano troppo impolverati o scomodi per adagiarci sopra una donna e… Una mano di Elena lascia il polso, si appoggia sul mio inguine e massaggia la mia eccitazione.
