Capitolo 1 - L'ultimo giorno con Elena
La sera dell'ultimo giorno di lavoro di Carlo sulla Terra potrebbe essere la migliore della sua carriera, grazie alla sua capa Elena...
1 ora fa
Spingo la siringa, l’ago vince la resistenza del tappo e si tuffa nel liquido trasparente nella boccetta. Faccio leva con il pollice sotto lo stantuffo e il cilindro si riempie fino alla quinta tacca. Non ho fatto il calcolo esatto di quanto ne serve, ma dovrebbe bastare… Lancio la boccetta vuota nel sacco nero con un acciottolio di vetri che cozzano. Sollevo la siringa, infilo l’ago nel cono di accompagnamento di plastica e spingo: il gel si oppone appena. Premo il pistone con un movimento lento, la punta nera dello stantuffo percorre la scala graduata in un tempo che sembra infinito.
Il gel azzurro si schiarisce dove la soluzione si espande, assume un colorito verde, torna del colore originale.
Estraggo l’ago con una smorfia. Non mi è piaciuta la colorazione verde che ha assunto il gel…
Il numero sull’ologramma proiettato dallo scanner che ho applicato sopra la canalina della rete neurale, però, sta scendendo: 157… 152… 148…
Muovo la testa a sinistra e sfioro con il mento il comunicatore sulla spalla. Emette un bip. «Come va da te, Michele?»
La voce del mio assistente giunge dopo un paio di secondi. «Qui sta tornano ai livelli normali, Carlo. Sì, ora è tra il 107 e 111.»
Inserisco l’ago nel foro dello sfilatore e si stacca dalla siringa. «Ottimo.» Il problema è stato più semplice di quanto mi aspettassi, siamo riusciti a risolverlo prima che la situazione diventasse irrecuperabile. «Resta lì ancora un momento, Michele, e controlla che non ci siano sorprese.»
«Ricevuto.» La comunicazione si chiude con un altro bip.
Sollevo le braccia all’altezza delle spalle e mi stiro. La mia colonna vertebrale si allunga con uno schiocco. Getto la siringa di plastica sul tavolino accanto a me. Devo ricordarmi di lavarla, prima di usarla la prossima volta. Ammesso ci sarà una prossima volta in cui dovrò usarla…
Mi giro e faccio qualche passo nel pavimento di larghe piastrelle marroni coperte di polvere, il vero colore mostrato solo dai sentieri lasciati dal passaggio mio e del resto degli operai edili. Il vuoto lasciato dalla piastra di plastimento sul muro occidentale che monteranno giovedì si apre sulla città illuminata dai bassi raggi del sole rossi che filtrano tra gli edifici più alti. Le prime luci della sera brillano negli uffici degli stacanovisti.
Sentirò la mancanza di tutto questo, nei prossimi due anni?
Nascosta fino a quel momento nell’ombra dietro al faretto che illumina il locale, Elena si stacca dal telaio della porta a cui era appoggiata con una spalla e scioglie le braccia incrociate sul seno. Indossa come sempre il gilet giallo catarifrangente e il caschetto con la scritta “Sì, questa bambola è la tua capa” copre i lunghi capelli neri ondulati. La camicetta, però, ha un paio di bottoni aperti più del solito e l’ombra che vi si scorge in mezzo si modella in una valle che lascia intuire le dimensioni di cosa cela.
Ormai, vedo quel rigonfiamento nella camicetta della mia capa da tanto di quel tempo che potrei immaginare le dimensioni dei seni e la posizione dei capezzoli con un errore minimo.
Le sorrido. «Cosa fai, Elena, stalkeri i tuoi operai?»
Lei si avvicina a pochi passi da me. Dopo otto ore di cantiere lascia ancora dietro di sé un vago profumo dolce. «No, solo il migliore.»
Sollevo una mano e la muovo come a scacciare quel complimento. «Va là, tra un paio di anni sarà pieno così di tecnici delle reti neurali che dovrai tenerli lontani con il badile.»
Lei allunga una mano e la appoggia sulla mia spalla. Questa intimità mi è nuova, ma non mi dispiace. «Nessuno sarà al tuo livello, lo sai.» Mi guarda negli occhi. Ha messo il rossetto? Questa mattina il colore delle sue labbra non era così carico. «Non riusciremo a trovare qualcuno capace quanto te, Carlo.»
La mano di Elena mi scalda la spalla. Il contatto mi fa sollevare gli angoli delle labbra. E non solo quelle. «Michele è un bravo tecnico.» Quanto sono? Due anni che lo istruisco?
Elena lancia un’occhiata alla porta da cui è entrata. «Michele…» abbassa la voce, «Michele non è poi così… così bravo, ammettilo.»
Il pannello che nasconde la rete neurale in questa stanza è ancora aperto: ci ho lavorato mezz’ora per risolvere un problema che aveva causato Michele e che rischiava di uccidere tutte le terminazioni nervose del palazzo. Quello sì che sarebbe stato un danno da licenziamento, oltre ad altri due mesi di lavoro per farle ricrescere e cablarle correttamente… «No, dai, non è così male. Al limite, è un po’impulsivo.»
Il volto di Elena è arrossato dal tramonto. Toglie la mano dalla mia spalla e si volta. «Se solo tu non avessi avuto la folle idea di volerti arruolare nella Flotta Astrale…» Scuote la testa. «Perdere un operaio come te.»
Il retro dei suoi jeans è modellato sui suoi glutei meravigliosi. Sarà vera la storia che un tempo ha fatto del porno? Non sono mai riuscito a trovarla sulla rete: chissà con che nome si faceva chiam—
Lei si volta e mi fissa, le sopracciglia alzate.
Stacco gli occhi dal suo inguine. «Io… La… La Flotta Astrale… mi ha… ha pagato gli studi a patto che poi diventassi loro ingegnere e…»
La donna sospira. «Lo so, me l’hai raccontato.» Mi toglie una particella di polvere invisibile dalla maglia. «Ma proprio adesso dovevano chiamarti in servizio?»
«Il…» La mano di Elena indugia un po’ troppo a lungo sul mio petto per pulirmi da un peletto che vede solo lei. «Il trattato thalassiano scade proprio domani, e la prima astronave umana dotata di reti neurali può prendere servizio: adesso la Flotta ha fretta di recuperare i decenni che non ha potuto usare per sperimentarla nello spazio. E io sono stato nominato come responsabile capo della rete.» Anni di studi in accademia e quasi altrettanti passati in cantieri civili hanno reso l’attesa interminabile, ma finalmente l’ammodernamento della Alabarda degli Astri è stata completata e quel trattato alieno castrante ha fatto il suo corso…
Solo la metà superiore della sfera del sole è visibile sopra un grattacielo, gli ultimi raggi rossi che getta nel cantiere brillano sulla polvere sul pavimento. I pavimenti dei ponti della Alabarda degli Astri devono essere lucidi, puliti ogni giorno dai robot spazzini… Niente più muratori che si grattano il culo, che bestemmiano e ruttano, solo ufficiali con uniformi impeccabili, saluti militari e la possibilità di dimostrare il proprio vero valore.
Il mio vero valore.
Elena si fissa le dita. «Devi essere coraggioso, Carlo, per andare nello spazio.» Mi guarda negli occhi. Le sue pupille sono nere. Le sue labbra si stringono. «Io sarei terrorizzata a trovarmi davanti un alieno…»
Sopprimo un tremito. Le foto di Voraxii e Lumariani che avevo visto all’accademia, che avevano popolato i miei incubi sia di notte che di giorno, balzano nella mia mente. Mi si strizza lo stomaco, sopprimo un gemito che mi sale dalla gola. «Non… La possibilità di incontrare un alieno è pressoché nulla. Sul serio, la maggior parte degli astronauti non ne ha mai visto uno.» Lo ripeto per me stesso. «Nemmeno uno.»
«Se lo dici tu…» La donna si passa una mano sul collo e sposta una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Si stira, spostando all’indietro le spalle e le braccia con un mugolio. «Ma, secondo me, anche sulla Terra non si sta male…»
Devo fare uno sforzo per immaginare Chiara che mi aspetta a casa. Uno ancora maggiore per distogliere lo sguardo dal rigonfiamento della camicetta che tende i bottoni bianchi. Delle protuberanze più piccole spiccano sulle sommità. «Sì, hai ragione, ma… ehm…» Stringo la mano che mi ritrovo sollevata davanti a me e la abbasso al fianco.
Elena lo nota e sorride. Il profumo floreale diventa più intenso. «Ho sempre apprezzato la tua professionalità, Carlo. Sempre qui, tutti i giorni, a lavorare a testa bassa, senza nulla che ti distragga.»
Chiara mi aspetta a casa.
Amo Chiara.
Le mani della mora prendono i miei polsi e li avvicinano al suo ventre. «Ma oggi è il tuo ultimo giorno qui con me, Carlo. Potremmo rilassarci un po’, socializzare...» Le mie dita si trovano a scivolare sotto la sua camicetta, le sue mani spingono le mie verso l’alto.
Stringo le tette di Elena, la loro pelle vellutata sotto i miei polpastrelli, il calore dell’eccitazione della donna che scalda le mani, i capezzoli rigidi che puntano contro i palmi. Il cuore mi batte nelle orecchie, il fiato rumoreggia nel mio naso. La perenne erezione che ho sempre alla vista di Elena e del suo troieggiare con me diventa di ferro.
I suoi occhi si socchiudono, la sua voce sembra miele. «Ho anche qualcos’altro in serbo per te, Carlo… da molto tempo.»
Un paio di sacchi di stucco sono gettati in un angolo della sala. Non sembrano troppo impolverati o scomodi per adagiarci sopra una donna e… Una mano di Elena lascia il polso, si appoggia sul mio inguine e massaggia la mia eccitazione.
Chissenesbatte se i sacchi sono lerci o acuminati!
Mi manca la voce, il cuore mi batte nelle orecchie. «Elena, voglio scop—»
Un’ombra si muove sulla porta.
Michele ci fissa come se avesse fatto irruzione a sei anni nella camera dei suoi e scoperto papino a sodomizzare mammina. Negli occhi del coglione si spegne la luce del sole, il suo viso è ancora più rosso del tramonto. Muove la mascella come se non si ricordasse come si parla.
«Io… eh…» Indica il corridoio che ha percorso per arrivare dal piano di sopra. «Vado… vado a controllare di nuovo il… eh…» Fa un paio di passi indietro e balza oltre la porta, scomparendo.
Elena stringe le labbra e abbassa lo sguardo. La mano che stava stringendo il mio inguine si apre e mi abbandona. La mia presa sulle sue tette scompare e scivolo fuori dalla sua camicetta. Si chiude i due bottoni in cima.
La donna si schiarisce la voce e fissa le impronte su una piastrella sporca. «Ero… ero passata per chiederti se puoi restare un’ora a fare straordinari.»
La stanza si riempie di ombre, l’ultimo pelo di sole scompare oltre la cima del palazzo. L’ombra si porta via il calore che mi stava bruciando fino ad un istante fa. «Proprio l’ultimo giorno?» La mia voce è un gracchiare.
Elena concentra la sua attenzione sul sacco nero con le fialette vuote. «Mi spiace, ma preferisco che sia tu a terminare la messa a punto della rete neurale dell’edificio piuttosto che…» Lancia un’occhiata alla porta.
Il fiato mi esce dal naso. Le spalle mi si abbassano come il cazzo nelle mutande.
Elena si avvicina alla porta. Non si volta. «È stato bello conoscerti, Carlo.» Una sua mano si appoggia sul muro, come ad accarezzarlo. «Peccato tu te ne vada proprio adesso…»
Non so cosa rispondere. La lascio uscire e scomparire oltre la porta.
La luce della lampada si intensifica, allontanando le ombre dal tavolino da lavoro. Un paio di gocce di liquido nella siringa luccicano: alla fine, mi toccherà lavarla ancora.
⁂
La luna è una sfera bianca in mezzo ai grattacieli, pallida nelle luci della città. Michele e io siamo gli unici due ad uscire dal cantiere. Mi fermo ad aspettare Elena.
Il ragazzo fa qualche passo in più e si volta verso di me. «Se n’è andata dieci minuti fa.» Anche lui trova strano che non ci abbia aspettato, come ha sempre fatto. «Mi ha detto di salutarti.»
Contemplo per l’ultima volta il grattacielo, una colonna alta sessanta piani, il settimo in cui ho lavorato come tecnico delle reti neurali. Laggiù c’è il pozzetto dove ho collocato il semenzaio tre mesi fa e da cui si è sviluppato tutto l’impianto. Mai avrei pensato, quand’ero un trovatello in un orfanotrofio, che un giorno sarei stato un tecnico di computer quantici basati su sintovita. E che sarei stato scelto dalla Flotta Astrale come capo del progetto per testarla su una nave spaziale militare…
Metto le mani nelle tasche del giubbotto e sospiro. Addio, dannati cantieri: adesso Carlo diventa un astronauta, e poi raggiungerà davvero il cielo.
Mi volto e mi avvio accanto a Michele. «Saluta Elena da parte mia, lunedì, quando la vedi.»
Lui annuisce e abbassa lo sguardo. «Mi spiace per prima.»
«Non preoccuparti. Solo, la prossima volta, controlla due volte l’etichetta prima di iniettare il contenuto di una fialetta.»
Lui mi guarda. «No, intendo… dopo.»
«Mh…» L’angolo della bocca che Michele non vede ha una contrazione. «Non è nulla.» Non so con che faccia sarei potuto tornare da Chiara, dopo averla tradita con la donna che mi ha fatto da capo per tre anni.
Però, quelle tette…
Michele raggiunge la sua automobile, un modello economico rosso. Si volta verso di me. «Beh, per quanto possa servire, sono felice che sia stato tu il mio insegnante. Ti avrei voluto anche quando andavo a scuola.»
Mi fermo. «Sei stato un ottimo allievo, Michele.» Anche se spesso hai la testa tra le nuvole. «Ma temo di averti insegnato solo la metà di quello che so.»
Lui sorride. «Se eviterò di fare casini, sono certo che basterà. Anche con le donne.» Mi fa l’occhiolino. «Nadia apprezza parecchie cose che mi hai spiegato.»
«Mi sembra il minimo, tra uomini.»
Il ragazzo fa un cenno verso le stelle a stento visibili. «In bocca… all’alieno.»
Mi si stringe lo stomaco. Lui non sa cosa possono fare agli umani che catturano, quello che vede negli horror è la versione edulcorata. Molto edulcorata. Non avrei voluto saperlo nemmeno io, ma l’Accademia ci teneva a farcelo scoprire… «Crepi.» Letteralmente.
«Io mi cagherei addosso a vederne uno…» Michele apre lo sportello della macchina. «Vuoi un passaggio?»
Da quando ho venduto la mia in vista della mia vita da astronauta, me l’ha chiesto almeno un paio di volte alla settimana. «No, grazie: prendo un taxi, così mi fermo a prendere qualcosa per cena.»
«Quando sei in licenza, vieni a trovarmi.»
Annuisco. «Certo.»
Lui fa un cenno di saluto con la mano e sale a bordo. L’auto si accende, si solleva di qualche centimetro dall’asfalto del parcheggio e si allontana.
Sospiro. «E anche Michele se ne va. Restano solo due persone, ormai.»
Ritiro la manica sinistra, l’orologio segna le 21:47. L’abbiamo presa lunga, questa sera. Ma la rete è a posto: la manutenzione annuale potranno farla altri.
Sfioro lo schermo dell’orologio e lo avvicino alle labbra. «Chiama un taxi per tornare a casa.»
L’assistente virtuale emette un bip. «Eseguito. L’arrivo è previsto tra due minuti.»
Almeno questo… Mi avvicino all’ingresso del parcheggio, verso la pensilina sotto un lampione che getta un cono di luce arancione. Un tizio che mostra trent’anni e indossa una tuta dai colori cangianti passeggia con un piccolo dinosauro bipede al guinzaglio. Dev’essere uno di quei tirannosauri nani che vanno di moda quest’anno, dopo che quel tizio delle olopellicole si è fatto vedere con un paio di quelli. Quello che cammina e gorgheggia ad un paio di metri da me non è di certo della stessa qualità di quello dell’attore: il suo DNA non è della stessa qualità, poche persone possono sganciare tutti quei soldi per un dinosauro nano che campi più di tre o quattro anni prima di raggiungere la Pangea celeste per il codice genetico raffazzonato.
Mi fermo accanto alla fermata dell’autobus e mi appoggio alla pensilina. Non trattengo un sorriso: quando avrò raggiunto l’alta società e Chiara ed io vivremo su Olimpo, potrei comprarmi una tigre dai denti a sciabola. Ho anch’io il diritto a fare sfoggio di un vero palomestico di ultima generazione, e non quei giocattoli da borsetta…
L’orologio vibra. «Chiamata in arrivo da Gianni Rinna. Vuoi accettarla?»
Sollevo il braccio e scopro l’orologio dalla manica. «Non devi nemmeno chiedermelo!»
Il mezzobusto di Gianni compare nel piccolo ologramma. «Ehi, ho provato a chiamarti prima.»
«L’orologio blocca le chiamate mentre sono al lavoro.»
Un pugno di Gianni si alza e inizia a muoverlo come se stesse bussando. «Quella figa della tua capa ti ha fatto fare gli straordinari l’ultima sera, eh?»
Mi stringo la punta del naso che prude. «Eh, grosso modo.»
«Comunque, ti ho chiamato per confermarti che il mio amico al Comando della Flotta ce l’ha fatta a metterci nello stesso alloggio.»
Stringo i pugni. «Sì, fantastico!»
«Sono felice anch’io di averti come coinquilino.» Gianni solleva i pollici. «Insieme domineremo l’Alabarda, e non hai idea di chi ho scoperto essere il Primo Ufficiale.» Un sorriso illumina il suo volto. In quanto destinato al Ponte di comando, si è fatto le sue ricerche sugli ufficiali della Alabarda degli Astri.
Io nemmeno so chi è a capo della Sala Macchine o della Sezione Ingegneria…
La notifica dell’arrivo imminente del taxi compare sotto l’ologramma di Gianni. «Ci vediamo su Janus lunedì.»
Il taxi esce dallo scarso traffico e si accosta al marciapiede. Una portiera si solleva ed entro. «Fermati alla prima pizzeria aperta che trovi lungo la strada per casa mia.»
Il computer di bordo emette un trillo e il mezzo parte.
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