«Un attacco alieno.» Le parole escono dalla mia bocca, ma è impossibile – non voglio credere - che stia succedendo davvero. «La nave si muove per proteggere un trasporto.»
Ekaterina porta le mani alla bocca, il lenzuolo si tende. «No…»
La nave trema di nuovo. Siamo usciti dall’iperspazio un’altra volta.
Sollevo lo sguardo verso il soffitto ma le luci non cambiano: non tornano ad essere tutte rosse, la sirena d’allarme resta silenziosa.
Ekaterina mi guarda. «Non… non entriamo in allarme rosso?»
La tensione nei muscoli si allenta, un senso di stanchezza ne prende il posto. Era un errore? Non c’era nessun attacco alieno? La comunicazione era sbagliata, troppo disturbata e non hanno…
Lo schermo olografico dell’alloggio si accende da remoto davanti alla porta. La scritta “Comunicazione urgente” è in rosso su campo nero. Un’inquadratura dalla plancia la sostituisce, le luci rosse lampeggiano sul volto scuro del Capitano Gomez.
L’uomo sullo schermo fissa la telecamera. Ha le braccia dietro la schiena, sullo sfondo il Comandante Farah si china davanti alla console tattica con l’addetto che le indica qualcosa su uno schermo olografico. La voce del Capitano è forte, ma non riesce a nascondere un’ombra di tensione. «Pochi minuti fa la nave da trasporto Jacob Fugger ci ha trasmesso una richiesta di soccorso perché sotto attacco da parte di un vascello alieno e siamo balzati nell’iperspazio per prestarle aiuto, ma al nostro arrivo la nave nemica si è distaccata dalla Fugger…» Un video sgranato prende il posto del Capitano: un oggetto scuro con linee luminose verdi si allontana da una lunga nave simile ad un tubo segmentato grigio per qualche secondo, diventa abbagliante e scompare. «…ed è fuggita nell’iperspazio.»
Sotto il peso del terrore che mi sta schiacciando il petto, una minuscola piuma solletica la mia soddisfazione di vedere Ekaterina terrorizzata quasi più di me. Un angolo delle mie labbra a stento si solleva, la schiena mi si raddrizza un po’ nel peso della stanchezza di questa giornata orribile che sta riuscendo a peggiorare ancora di più.
Potrei… potrei approfittarne. Gli angoli della bocca si sollevano davvero. Faccio un passo verso di lei. «Non preoccuparti, ti proteggerò io dagli alieni.»
I suoi occhi si postano verso i miei. Scintillano. Le sue labbra si sollevano in un sorriso.
Il petto mi si gonfia. Inizia a vedermi sotto una luce diversa, inizia a vedermi come un eroe.
Ekaterina scoppia in una risata. È la risata più forzata che abbia mai sentito. «Cosa vuoi proteggere? Sei bianco come questo lenzuolo, sei terrorizzato!»
«Io…» Il cuore perde un colpo, quella parvenza di coraggio scompare e la forza che tendeva i muscoli si dissolve.
«Gli alieni se ne sono andati perché hanno paura dell’Alabarda.» Ekaterina abbassa la coperta fino al seno nudo, gli occhi puntati sullo schermo. Espira, la maschera di terrore che aveva sul volto inizia a incrinarsi. «Non c’è più nessun pericolo.» Ridacchia. Mi fissa di nuovo in quel modo. Che animale sciocco che sei, Carlo.
Deglutisco. La realtà mi ha gettato addosso una secchiata di umiltà.
Il Capitano Gomez torna a occupare lo schermo olografico. «L’attacco e lo sbarco sul trasporto ha causato danni ingenti alla nave civile, e saranno necessarie delle riparazioni urgenti per permettere alla Jacob Fugger di proseguire fino ad un bacino dove essere sistemata.»
«Il capitano…» La ragazza fissa lo schermo. Non c’è un filo di ironia nella sua voce. «Lui è un eroe, lui non ha paura degli alieni.» I suoi occhi si spostano su di me. «Lui non diventa pallido quando se ne trova uno davanti.»
Il cuore mi batte nelle tempie tanto forte che quasi copre le parole di Gomez alle mie spalle. «Richiedo quindi dei volontari per formare una squadra di sbarco - medici, psicologi, ingegneri – e portare un primo aiuto all’equipaggio del trasporto e alle strutture della nave.»
Vacillo a quelle parole. Scendere su un vascello che è appena stato attaccato dagli alieni… morti, distruzione, gas tossici ovunque… bisogna essere pazzi. Bisogna…
Inspiro, l’aria colma di profumo di orgasmo femminile e fetore di paura mi riempie i polmoni.
«Ci vado…» Le parole che escono dalla mia bocca sono spinte dai battiti del mio cuore. Ekaterina mi fissa. «Devo andare ad aiutarli.»
Un brivido caldo scende lungo la mia schiena, la testa mi gira. Davvero ho detto qualcosa di simile per fare bella figura davanti ad una ragazza che mi detesta? Davvero sono così stupido da promettere qualcosa che potrebbe essermi letale per mettermi in mostra davanti a lei?
Il suo sorriso di superiorità mi aggradisce. «Che coraggio, adesso che gli alieni non ci sono più.»
Stringo le dita nel divisorio. I bordi si conficcano nella carne. L’espressione spavalda che mi metto in faccia non nasconde il fiato mozzato. «Cosa ti fa credere che non ne sia restato qualcuno?»
Le labbra di Ekaterina non cambiano di una virgola, ma gli occhi si aprono appena. «N… non ce ne sono.» Inspira, le dita artigliano la coperta. «Non rischi nulla, Carlo.» Il tono della sua voce ha perso ogni superiorità.
Lascio il divisorio e mi volto. «Resta pure qui a nasconderti sotto il letto, io vado a fare il mio dovere.»
Attraverso lo schermo olografico che sfavilla al mio passaggio e la porta si apre con un sibilo. Il corridoio è illuminato di rosso, non c’è in giro nessuno. Faccio un paio di passi, la porta si chiude alle mie spalle.
Barcollo e crollo contro la paratia con una spalla, a stento non mi accascio a terra.
Sto per vomitare.
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Un giorno sarò un grande scrittore, ma al momento sono solo un erotomane con una tastiera, molta fantasia, qualche libro di narratologia letto di troppo e un eccesso di autostima. Scene di sesso molto esplicite prossime alla pornografia, politically correct non rilevato.
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