Percorriamo il corridoio immerso in una luce fredda, azzurrognola, su cui si aprono una decina di porte automatiche a sinistra e a destra. Più della metà mostrano la dicitura olografica “occupato” davanti e da una esce una coppia di qualche anno più di quella di prima, con entrambi che si sistemano i vestiti spiegazzati. Chiara raggiunge la penultima porta libera e mi fa segno di entrare con lei.
Dietro di noi non arriva nessuno e la coppia che ha appena finito se ne va come se non fosse successo nulla. Entro nel gabinetto.
Il water è in fondo allo stretto stanzino, tutt’uno con il muro come se ne fosse una protuberanza. Il lavandino, di lato, è incassato nell’altro muro. La porta si chiude alle nostre spalle e si accende una luce azzurra che si riflette su ogni superficie di metallo. Tutto sembra fatto per invogliare l’utilizzatore a uscire il prima possibile.
«Ho un regalo per te, Carlo.» La voce di Chiara è strana, piena di ansia. Prende di nuovo la scatolina dalla tasca e la solleva davanti a me. Sembra un grosso ditale di plastica. «Sai cos’è?»
«No…» È l’oggetto più strano che possa immaginare come regalo.
«Ti ho preso un telero!»
Sbatto gli occhi. «Un…» Quella parola non mi è nuova, la mia memoria gira a vuoto cercando un significato a… Resto a bocca aperta. Oh, cazzo! «Mi… mi hai preso un sex toy?»
Il suo sorriso non riesce a nascondere l’imbarazzo. O il terrore che io lo rifiuti. Con quello che costano quei cosi, dovrei essere scemo a non volerlo. Soprattutto se è Chiara a regalarmelo. «Sì, così potremo continuare a fare l’amore anche quando sei nello spazio.» Me lo porge.
Lo prendo con due dita. È davvero un pezzo di plastica, peserà un paio di etti al massimo. Ora che so cos’è, non faccio fatica a capire a cosa serve la parte cava.
Il viso di Chiara è più rilassato. «Passalo sull’orologio.»
Lo faccio: sul display compare la scritta: “Telero Pistis di Carlo Clerici – Installazione”. Un istante dopo viene sostituita da: “Installazione completata – Collegare con telero Pistis di Chiara Caruso?”
Sollevo lo sguardo sulla mia ragazza. «Ne hai uno anche tu?»
Lei prende dalla borsetta una scatolina rossa con il logo nero simile ad un rossetto. «Sì. Il mio si usa appoggiandolo al clitoride.» Indica il mio orologio. «Accetta il collegamento.»
Premo lo schermo finché tutto il perimetro dello stesso non diventa verde. «Come funziona?»
«Sostanzialmente, quando pensi intensamente a me mentre lo stai usando e ti seghi, il telero lo riconosce e trasmette un segnale al mio e, quando lo indosso, io verrò.» Gli occhi di Chiara luccicano. «Lo stesso vale al contrario: se mi ditalino pensando a te, quando te lo metterai avrai un orgasmo.»
Giro il telero tra le dita, il riflesso azzurro della luce del gabinetto corre sulla plastica. «Figata… Ma se sarò ad anni luce dalla Terra… Non mi sembra abbia un trasmettitore a tachioni.»
«Sono fatti apposta per collegarsi con la rete delle astronavi della Flotta. Sono usati da molti astronauti che vogliono continuare ad avere rapporti con i loro partner.» La mia ragazza sposta il peso da un piede all’altro come se ballasse sul posto. «Dai, provalo!»
Fisso il telero. «E come…»
Chiara si avvicina a me, mi sbottona i jeans e me li abbassa. Il parlare di sesso a distanza le fa trovare nelle mie mutande il cazzo già nella sua massima estensione. Mi scappella e prende dalla mia mano il telero. Lo volta e infila il glande all’interno della cavità. «Così. Senti qualcosa?»
La sensazione sulla punta del pene mi fa sorridere. «Sì, un formicolio sulla cappella.»
«La stessa cosa che provo quando uso il mio: sono le nanomacchine che si attaccano alla mucosa.»
Sopprimo una smorfia: l’idea di avere dei robot microscopici sulla punta del cazzo mi piace poco. «Ok, ma… voglio dire: come fa a funzionare se…»
La ragazza lascia la scatola sulla mia cappella. Mi sorride. «Prima di uscire di casa, quando sono andata in bagno, mi sono ditalinata pensando a te. Hai un orgasmo che ti aspetta.» Mi fa l’occhiolino.
Il prurito cresce, diventa più intenso, è come quando mi spruzzo l’acqua della doccia sul glande. «Ehi, è piacevole, mi…» Un fremito mi esplode sulla punta del cazzo, mi scuote la schiena. Non trattengo un gemito. Il fiato mi si fa corto. «Cazzo, è… è fantastico!» Assomiglia a quando Chiara mi cavalca, anche se meno umido.
Mi appoggio alla parete del gabinetto. Ansimo, le gambe mi tremano, le palle si contraggono.
Chiara mi prende la testa e mi bacia, la sua lingua scivola oltre le mie labbra e incontra la mia.
La stringo a me, il telero che si pone tra i nostri corpi.
La sborra scorre nella mia uretra e schizza bollente nella cavità di plastica. Il piacere è intenso, chiudo gli occhi e la mia mente vacilla. Devo appoggiarmi con una spalla alla paratia fredda. L’odore di sperma riempie l’aria del gabinetto.
Chiara esce dalla mia bocca.
«Cazzo…» Boccheggio. «È stato fantastico.»
Il prurito rimane sulla punta del cazzo. Metto la mano sul telero. «Posso toglierlo?»
«Sì, ma se gli lasci un minuto dovrebbe pulire il glande.»
La pulizia non è meno spiacevole di quanto lo fosse il momento in cui le nanomacchine si erano installate sulla mia cappella. Restituisco il bacio a Chiara. «È stata un’idea fantastica, gioia. Sei un genio.»
I suoi occhi luccicanti si abbassano un po’. «Purtroppo, il modello Pistis è quello più economico…»
«Non importa: lo userò ogni giorno! Anzi, voglio restituirti subito il fav—»
Una voce sintetica riecheggia per il loculo. «Equipaggio della Alabarda degli Astri, presentarsi al punto di imbarco 4 per l’inizio delle procedure di imbarco. Equipaggio della Alabarda degli Astri, presentarsi…»
Il cuore sembra sciogliersi nel mio petto. L’espressione sul viso di Chiara è la stessa del mio. «Devo andare…»
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Un giorno sarò un grande scrittore, ma al momento sono solo un erotomane con una tastiera, molta fantasia, qualche libro di narratologia letto di troppo e un eccesso di autostima. Scene di sesso molto esplicite prossime alla pornografia, politically correct non rilevato.
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