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Erotika
Alabarda degli Astri · Cap. 1
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Capitolo 1 di 28 13 min di lettura

"Sarà vera la storia che un tempo ha fatto del porno?"

"Stringo le tette di Elena, la loro pelle vellutata sotto i miei polpastrelli, il calore dell’eccitazione della donna che scalda le mani, i capezzoli rigidi che puntano contro i palmi. Il cuore mi batte nelle orecchie, il fiato rumoreggia nel mio naso. La perenne erezione che ho sempre alla vista di Elena e del suo troieggiare con me diventa di ferro."

William Kasanova
4 mesi fa · 1.8k letture · 1

Chissenesbatte se i sacchi sono lerci o acuminati!

Mi manca la voce, il cuore mi batte nelle orecchie. «Elena, voglio scop—»

Un’ombra si muove sulla porta.

Michele ci fissa come se avesse fatto irruzione a sei anni nella camera dei suoi e scoperto papino a sodomizzare mammina. Negli occhi del coglione si spegne la luce del sole, il suo viso è ancora più rosso del tramonto. Muove la mascella come se non si ricordasse come si parla.

«Io… eh…» Indica il corridoio che ha percorso per arrivare dal piano di sopra. «Vado… vado a controllare di nuovo il… eh…» Fa un paio di passi indietro e balza oltre la porta, scomparendo.

Elena stringe le labbra e abbassa lo sguardo. La mano che stava stringendo il mio inguine si apre e mi abbandona. La mia presa sulle sue tette scompare e scivolo fuori dalla sua camicetta. Si chiude i due bottoni in cima.

La donna si schiarisce la voce e fissa le impronte su una piastrella sporca. «Ero… ero passata per chiederti se puoi restare un’ora a fare straordinari.»

La stanza si riempie di ombre, l’ultimo pelo di sole scompare oltre la cima del palazzo. L’ombra si porta via il calore che mi stava bruciando fino ad un istante fa. «Proprio l’ultimo giorno?» La mia voce è un gracchiare.

Elena concentra la sua attenzione sul sacco nero con le fialette vuote. «Mi spiace, ma preferisco che sia tu             a terminare la messa a punto della rete neurale dell’edificio piuttosto che…» Lancia un’occhiata alla porta.

Il fiato mi esce dal naso. Le spalle mi si abbassano come il cazzo nelle mutande.

Elena si avvicina alla porta. Non si volta. «È stato bello conoscerti, Carlo.» Una sua mano si appoggia sul muro, come ad accarezzarlo. «Peccato tu te ne vada proprio adesso…»

Non so cosa rispondere. La lascio uscire e scomparire oltre la porta.

La luce della lampada si intensifica, allontanando le ombre dal tavolino da lavoro. Un paio di gocce di liquido nella siringa luccicano: alla fine, mi toccherà lavarla ancora.

⁂

La luna è una sfera bianca in mezzo ai grattacieli, pallida nelle luci della città. Michele e io siamo gli unici due ad uscire dal cantiere. Mi fermo ad aspettare Elena.

Il ragazzo fa qualche passo in più e si volta verso di me. «Se n’è andata dieci minuti fa.» Anche lui trova strano che non ci abbia aspettato, come ha sempre fatto. «Mi ha detto di salutarti.»

Contemplo per l’ultima volta il grattacielo, una colonna alta sessanta piani, il settimo in cui ho lavorato come tecnico delle reti neurali. Laggiù c’è il pozzetto dove ho collocato il semenzaio tre mesi fa e da cui si è sviluppato tutto l’impianto. Mai avrei pensato, quand’ero un trovatello in un orfanotrofio, che un giorno sarei stato un tecnico di computer quantici basati su sintovita. E che sarei stato scelto dalla Flotta Astrale come capo del progetto per testarla su una nave spaziale militare…

Metto le mani nelle tasche del giubbotto e sospiro. Addio, dannati cantieri: adesso Carlo diventa un astronauta, e poi raggiungerà davvero il cielo.

Mi volto e mi avvio accanto a Michele. «Saluta Elena da parte mia, lunedì, quando la vedi.»

Lui annuisce e abbassa lo sguardo. «Mi spiace per prima.»

«Non preoccuparti. Solo, la prossima volta, controlla due volte l’etichetta prima di iniettare il contenuto di una fialetta.»

Lui mi guarda. «No, intendo… dopo.»

«Mh…» L’angolo della bocca che Michele non vede ha una contrazione. «Non è nulla.» Non so con che faccia sarei potuto tornare da Chiara, dopo averla tradita con la donna che mi ha fatto da capo per tre anni.

Però, quelle tette…

Michele raggiunge la sua automobile, un modello economico rosso. Si volta verso di me. «Beh, per quanto possa servire, sono felice che sia stato tu il mio insegnante. Ti avrei voluto anche quando andavo a scuola.»

Mi fermo. «Sei stato un ottimo allievo, Michele.» Anche se spesso hai la testa tra le nuvole. «Ma temo di averti insegnato solo la metà di quello che so.»

Lui sorride. «Se eviterò di fare casini, sono certo che basterà. Anche con le donne.» Mi fa l’occhiolino. «Nadia apprezza parecchie cose che mi hai spiegato.»

«Mi sembra il minimo, tra uomini.»

Il ragazzo fa un cenno verso le stelle a stento visibili. «In bocca… all’alieno.»

Mi si stringe lo stomaco. Lui non sa cosa possono fare agli umani che catturano, quello che vede negli horror è la versione edulcorata. Molto edulcorata. Non avrei voluto saperlo nemmeno io, ma l’Accademia ci teneva a farcelo scoprire… «Crepi.» Letteralmente.

«Io mi cagherei addosso a vederne uno…» Michele apre lo sportello della macchina. «Vuoi un passaggio?»

Da quando ho venduto la mia in vista della mia vita da astronauta, me l’ha chiesto almeno un paio di volte alla settimana. «No, grazie: prendo un taxi, così mi fermo a prendere qualcosa per cena.»

«Quando sei in licenza, vieni a trovarmi.»

Annuisco. «Certo.»

Lui fa un cenno di saluto con la mano e sale a bordo. L’auto si accende, si solleva di qualche centimetro dall’asfalto del parcheggio e si allontana.

Sospiro. «E anche Michele se ne va. Restano solo due persone, ormai.»

Ritiro la manica sinistra, l’orologio segna le 21:47.  L’abbiamo presa lunga, questa sera. Ma la rete è a posto: la manutenzione annuale potranno farla altri.

Sfioro lo schermo dell’orologio e lo avvicino alle labbra. «Chiama un taxi per tornare a casa.»

L’assistente virtuale emette un bip. «Eseguito. L’arrivo è previsto tra due minuti.»

Almeno questo… Mi avvicino all’ingresso del parcheggio, verso la pensilina sotto un lampione che getta un cono di luce arancione. Un tizio che mostra trent’anni e indossa una tuta dai colori cangianti passeggia con un piccolo dinosauro bipede al guinzaglio. Dev’essere uno di quei tirannosauri nani che vanno di moda quest’anno, dopo che quel tizio delle olopellicole si è fatto vedere con un paio di quelli. Quello che cammina e gorgheggia ad un paio di metri da me non è di certo della stessa qualità di quello dell’attore: il suo DNA non è della stessa qualità, poche persone possono sganciare tutti quei soldi per un dinosauro nano che campi più di tre o quattro anni prima di raggiungere la Pangea celeste per il codice genetico raffazzonato.

Mi fermo accanto alla fermata dell’autobus e mi appoggio alla pensilina. Non trattengo un sorriso: quando avrò raggiunto l’alta società e Chiara ed io vivremo su Olimpo, potrei comprarmi una tigre dai denti a sciabola. Ho anch’io il diritto a fare sfoggio di un vero palomestico di ultima generazione, e non quei giocattoli da borsetta…

L’orologio vibra. «Chiamata in arrivo da Gianni Rinna. Vuoi accettarla?»

Sollevo il braccio e scopro l’orologio dalla manica. «Non devi nemmeno chiedermelo!»

Il mezzobusto di Gianni compare nel piccolo ologramma. «Ehi, ho provato a chiamarti prima.»

«L’orologio blocca le chiamate mentre sono al lavoro.»

Un pugno di Gianni si alza e inizia a muoverlo come se stesse bussando. «Quella figa della tua capa ti ha fatto fare gli straordinari l’ultima sera, eh?»

Mi stringo la punta del naso che prude. «Eh, grosso modo.»

«Comunque, ti ho chiamato per confermarti che il mio amico al Comando della Flotta ce l’ha fatta a metterci nello stesso alloggio.»

Stringo i pugni. «Sì, fantastico!»

«Sono felice anch’io di averti come coinquilino.» Gianni solleva i pollici. «Insieme domineremo l’Alabarda, e non hai idea di chi ho scoperto essere il Primo Ufficiale.» Un sorriso illumina il suo volto. In quanto destinato al Ponte di comando, si è fatto le sue ricerche sugli ufficiali della Alabarda degli Astri.

Io nemmeno so chi è a capo della Sala Macchine o della Sezione Ingegneria…

La notifica dell’arrivo imminente del taxi compare sotto l’ologramma di Gianni. «Ci vediamo su Janus lunedì.»

Il taxi esce dallo scarso traffico e si accosta al marciapiede. Una portiera si solleva ed entro. «Fermati alla prima pizzeria aperta che trovi lungo la strada per casa mia.»

Il computer di bordo emette un trillo e il mezzo parte.


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Un giorno sarò un grande scrittore, ma al momento sono solo un erotomane con una tastiera, molta fantasia, qualche libro di narratologia letto di troppo e un eccesso di autostima. Scene di sesso molto esplicite prossime alla pornografia, politically correct non rilevato.

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