Il poco vapore che si solleva dal tè offusca appena il sorriso di Gianni. «Cosa c’entra Amira? Non stavamo parlando solo di Ekaterina?»
«Ognuno di noi ha la sua ossessione, Carlo. La tua è nell’alloggio, la mia sul posto di lavoro.» Cava l’orologio dal taschino e legge qualcosa sullo schermo. Si alza. «Scusami, ma mi cercano.» Fa un passo verso la porta del bar ma si ferma e si volta. «Tu porta i fascicoli di Ekaterina e di Amira, e io ti fornisco il codice.»
Inghiotto il tè. «Stai tranquillo che non succederà.»
Annuisce. «Certo. Per dopodomani dovrei avere il codice. Fai tra tre giorni.» Non aspetta una risposta e si avvia verso l’uscita. Saluta le ragazze che stanno ancora ridendo ricevendo un paio di cenni e se ne va.
Abbasso la testa. Il mio sguardo mi fissa dalla superficie del tè nella tazza. Chiudo gli occhi e sospiro. No, non succederà, è inutile che mi tenti…
Gli schiamazzi del gruppo di ragazze salgono di volume. Possibile che non sappiano evitare di fare baccano? Sono tutte uguali a Ekaterina o Monica, su questa dannata astronave?
L’idea di tornare all’alloggio e ritrovarmi la mia coinquilina che mi…
Il rumore della sedia davanti a me mi fa sollevare la testa e aprire gli occhi. Una ragazza alta, con degli abiti dozzinali troppo larghi per il suo corpo esile, è in piedi dall’altra parte del tavolo. Si morde le labbra non truccate, sembra voler nascondere il volto dietro i lunghi capelli neri. Prova a spostare il suo volto verso di me ma a stento riesce a tenercelo per più di un istante.
Nel gruppo delle ragazze in fondo al bar, la responsabile del gruppo di xenobiologia manca. È lei quella di fronte a me?
Ha una mano sullo schienale della sedia e la sua voce è un sussurro a stento udibile, come se avesse paura di disturbare. «Po… posso sedermi?» Un sorriso appena accennato prova ad alzare i lati delle sue labbra.
Il mal di testa pulsa nelle tempie come un palloncino spinoso che si gonfia e sgonfia, le spalle mi fanno male quasi che le braccia stiano per staccarsi per la stanchezza. «Se vuoi…»
Le gambe della sedia artigliano il pavimento di metallo e lo trafiggono: uno stridio esplode nelle mie orecchie. Cazzo… Stringo gli occhi.
Lei si siede e spinge la sedia in avanti con un paio di balzetti che sono i colpi di grazia per il pavimento agonizzante e la mia testa. Il gruppo di ragazze ci fissano senza dire una parola, come se fossero in attesa di qualcosa.
«Ciao…» La ragazza solleva lo sguardo verso di me. Ha la pelle scura e il viso stretto. Se sorridesse davvero sarebbe bellissima. Forse non al livello di Ekaterina o Nao, ma avrebbe la coda di spasimanti. «Il mio nome è Juliana.» Ha una voce musicale, un po’ nasale. In un altro momento la troverei divertente.
Trattengo un sospiro. «Carlo.»
Alza lo sguardo verso di me, lo abbassa. Sotto la pelle scura, un tocco di rosso ravviva le sue guance. «Io… scusa se ti disturbo, ma… ma le mie amiche mi hanno detto di venire a parlarti.»
Le sue amiche si guardano l’un l’altra, si mettono la mano davanti alla bocca o parlano nelle orecchie delle altre. Si stanno divertendo parecchio… Forse un po’ troppo.
Annuisco. «Ok.» Mi sta prendendo in giro? Un altro spasmo si contorce nella mia testa. Devo passare per la farmacia e farmi dare qualcosa.
Lo sguardo di Juliana è rivolto verso qualche molecola di polvere sul tavolo. Le mani sono nascoste dallo stesso, e se le starà torturando, e si succhia le labbra.
Dovrei dire qualcosa, intrattenerla, chiederle del suo lavoro nel Ponte Scientifico, ma… chissenesbatte.
Mi porto alle labbra il tè freddo, ne inghiotto la metà di quanto rimasto e mi alzo in piedi.
Lei segue il mio movimento con lo sguardo. Ha gli occhi dei cerbiatti dei cartoni animati. Sembra spaventata dal mio comportamento
Appoggio la tazza sul tavolino. «Devo andare.»
Mi avvio alla porta, le sue amiche mi fissano: hanno smesso di chiacchierare e di ridere, muovono la testa come torrette mitragliatrici che mi seguono, gli occhi sgranati.
Al mal di testa si aggiunge la consapevolezza di essere stato uno stronzo…
⁂
La pastiglia non ha eliminato del tutto l’emicrania, ma quanto basta per affrontare un’altra serata con Ekaterina. Passo la mano sullo scanner e la porta dell’alloggio 42 si apre con un sibilo.
Dovrei annunciarmi con un “Sono a casa, tesoro” mentre entro? No, forse non è il caso di esagerare con Ekater…
Mi fermo sulla porta. Lei è seduta in cima al letto, i piedi nudi sulle coperte; Nao è accanto, in piedi, ad un passo di distanza, con in mano il pennellino e la boccetta dello smalto per le unghie. Il fetore chimico del cosmetico ha colmato l’aria della stanza e è come acido muriatico nelle mie narici.
Le due mi fissano. Le ho interrotte a metà di qualche loro chiacchierata - Ekaterina che parla con l’altra che annuisce e le dà ragione a prescindere - profonda quanto una pozzanghera.
Mi sfugge un colpo di tosse per l’odore. «Buonasera, ragazze.»
«Carlo,» Ekaterina usa di nuovo quel tono di voce che sembra stia parlando con un bambino stupido, «hai questa curiosa abitudine di restare sulla porta, lasciandola aperta. Mi riporti sempre alla mente il mio cucciolo di tigre dai denti a sciabola.» Si volta verso la ragazza giapponese, ferma e con la schiena dritta. «Te ne ho parlato, vero, Nao?»
Lei annuisce con il capo, i capelli castani lunghi fino alle spalle ondeggiano. «Sì, Ekaterina. Era molto… molto sciocco, mi hai raccontato.»
Faccio un passo avanti, la porta si chiude alle mie spalle. «Io avevo un cane. Gli ho insegnato diversi comandi.» Sorrido appena. «Forse è a causa di chi lo istruisce.»
Il volto di Ekaterina non cambia di una virgola. La mia bordata sembra non aver avuto nessun effetto. «Dici, Carlo. Eppure, mio padre aveva chiamato uno dei più importanti addestratori al mondo.» Si rivolge di muovo alla sua amica. «Hai mai assistito ai numeri del Circo Zallingher di Mars City, Nao?»
«Se è quello con i dinosauri, no, Ekaterina.» La ragazza abbassa gli occhi scuri. «La mia famiglia non è mai riuscita ad avere gli inviti.»
«Lo so, è molto esclusivo.» La russa solleva una mano come a scacciare una sciocchezza. «Quanto torneremo sulla Terra, ricordami di farvene avere qualcuno. Mio padre li regala ai suoi dipendenti più meritevoli.»
«Grazie, Ekaterina.» La voce di Nao è un sussurro. «Te ne saremo grata.»
«I dinosauri sono addestrati dallo stesso che abbiamo chiamato per la mia tigre.» La stronza non prova nemmeno a guardarmi, ma gli angoli delle labbra si sollevano appena. «Non c’era proprio verso di farlo stare via dalla porta, quello stupidone.»
Nao annuisce senza dire una parola. Mi lancia un’occhiata ma subito torna a guardare i piedi di Ekaterina.
La russa fa un cenno verso le proprie estremità nude. «Puoi continuare.»
«Sì, Ekaterina.»
Scuoto la testa. Come fa Nao a ridursi in questo modo, a lasciarsi trattata così da Ekaterina? Saprà che termini usa per descrivere lei e il suo lavoro di assistente al morale dell’equipaggio?
La russa mi fissa, un sorriso beffardo compare sul suo volto, la punta della sua lingua lecca il labbro superiore. Ha il grosso seno bene in vista sotto la maglietta bianca tesa sul petto. Un singulto che nasconde una risata la scuote appena e torna a fissarsi i piedi, muovendo le dita divise da batuffoli di cotone.
Nao sposta il pennellino con un gemito, gli occhi sbarrati, come se avesse appena compiuto un sacrilegio sulla statua di una divinità vendicativa.
Stringo le labbra. Cosa voleva Gianni per farmi avere il codice di decriptazione? Il fascicolo del Comandante Farah?
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Un giorno sarò un grande scrittore, ma al momento sono solo un erotomane con una tastiera, molta fantasia, qualche libro di narratologia letto di troppo e un eccesso di autostima. Scene di sesso molto esplicite prossime alla pornografia, politically correct non rilevato.
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