Sylwie sorride scuotendo la testa. «Sono così orgogliosa di loro, di come si amano.»
No, vomito in faccia a questa troia! Come porca puttana si fa a…
La mano della donna si appoggia su una mia coscia e scivola verso l’alto. Molto verso l’alto. Non stacca lo sguardo dalla figlia e la nipote che si passano l’uccello di Stepan, succhiandone la punta e strappandoselo quasi di bocca l’una all’altra. Sylwie si tormenta il labbro inferiore con i denti. Le pupille della donna si allargano, la sua mano sale sulla mia gamba fino a raggiungere l’inguine. Mi stringe il pacco che si sta ingrossando.
Merda…
Sylwie si volta verso di me. Si passa la punta della lingua tra le labbra. «Sei eccitato anche tu, Carlo…» Il suo sorriso si allarga e avvicina la bocca al mio orecchio. «Chi ti arrapa di più? La mia bambina o Ekaterina? O, magari, Stepan?» Abbassa la voce. «Ha uno stuolo di ragazze che gli corrono dietro, e anche parecchi ragazzi…»
La mente sembra essersi svuotata da qualsiasi ombra di intelligenza, sostituita dalla consapevolezza dell’eccitazione che la vista delle due ragazze intente a fare sesso mi provoca. Apro la bocca per parlare, ma riesco solo ad ingurgitare aria irrespirabile.
La lingua della donna passa sul mio padiglione auricolare come la mia scivolerebbe tra le labbra di una figa. Prende una mia mano e la appoggia su una sua grossa tetta. «O anch’io te lo faccio diventare duro?»
Il cavallo dei pantaloni diventa troppo stretto e una vampata di calore si scarica sul mio volto. Gocce di sudore prudono, pronte a schizzare fuori dai pori come la sborra di Stepan sul viso delle sue ragazze. Dico qualcosa ma il battito del cuore nei timpani copre le mie stesse parole.
La mano della madre tra le mie gambe inizia a trafficare con il bottone. «Mentre loro si salutano, possiamo dirci addio anche noi, che ne dici?»
Sylwie è bellissima, ha un corpo da favola e due tette che possono gareggiare con quelle della figlia e della nipote. E a letto potrebbe anche insegnare qualcosa, almeno a Nastasia.
Ma…
Ma ‘fanculo…
La merda che ho nello stomaco sta diventando più dura del mio cazzo, sembra voler pesare come un macigno, uscire dalla bocca come plasma in una conduttura crepata, e al contempo trasformarsi in acido nello stomaco.
Non ne posso più di questa roba.
Mi alzo in piedi, la sedia quasi cade dietro di me. «No. Io…»
Sylwie mi guarda con gli occhi strabuzzati. Dev’essere la prima volta in vita sua che qualcuno, uomo o donna, non voglia scoparsela.
Deglutisco. «Io… voglio dire… è l’ultimo giorno che potete avere con voi Ekaterina.» Il sorriso peggio riuscito della mia vita tende le mie labbra. «Dovreste… ehm… passarlo con lei.»
E questa è la prima volta nella mia vita che dico a qualcuno di scopare un’altra persona al mio posto. Quando dicevano che nella Flotta Astrale si vivono situazioni inimmaginabili, la mia fantasia non si sarebbe mai spinta fino a questi livelli.
Il sorriso di Sylwie è più sincero del mio – per quanto possa esserlo quello di una che per lavoro stipula contratti da fame con gente che lavora in miniere sottomarine su un pianeta alieno – e annuisce. «Hai ragione, Carlo: non vedrò la mia amata nipote per molto tempo, soprattutto adesso che è nell’esercito. Ma questa sera, voglio ancora fare l’amore con l’unico cacciatore di alieni che conosca.»
«Aspetterò questa sera con ansia.» Devo proprio imparare a fare sorrisi falsi più convincenti.
Faccio un passo indietro.
Stepan ha la testa sollevata all’indietro, la bocca aperta e ansima con una mano sulla testa di sua sorella, ancora inginocchiata, che sta emettendo suoni liquidi con la bocca nemmeno stesse bevendo della minestra. Ekaterina, accanto, non si rifiuta di sfidare la cugina a chi farà godere di più il ragazzo.
Sylwie si alza in piedi.
Mi volto ed esco dalla cucina. Se vedo pure la madre spompinare il cazzo di Stepan giuro che vomito.
⁂
Alle mie spalle si chiude la porta d’ingresso del… beh, chiamarlo alloggio non rende giustizia alla casa degli Yegorov. Dev’essere grande quanto un ponte dell’Alabarda degli Astri o poco meno, e tra collaboratori e servitù ci devo aver visto una dozzina di persone.
Il giardino… cazzo, non ho mai pensato si potesse avere un giardino su una stazione spaziale. Un paio di ragazze – tutte le ragazze della servitù sono pefette, appena un pollice sotto l’aspetto divino delle donne della famiglia – stanno controllando i sensori interrati lungo un’aiuola in cui crescono fiori iridescenti simili a dei tulipani alti mezzo metro. Un’altra percorre il prato, controllando che i robot falciaerba non abbiano lasciato ciuffi tra le gambe dei tavoli e delle sedie.
Se non sono intente ad essere scopare da qualcuno della famiglia, ammazzano il tempo facendo i lavori più assurdi che possa immaginare.
E voglio sperare che il canto degli uccelli che si spande per il giardino sia prodotto da altoparlanti nascosti e non veri passeri e merli che vivono sugli alberi.
Espiro a fondo, le spalle mi scendono.
Scuoto la testa. La casa di Chiara, con il suo giardino, è grande quanto la piscina dove abbiamo fatto il bagno ieri. E scopato. Di nuovo.
Mi volto e proseguo fino a raggiungere la paratia su cui compare un ologramma paesaggistico tanto sofisticato e realistico che sembra di poter camminare per chilometri senza incontrare un muro di metallo. Oggi è un luogo delle campagne inglesi nel periodo preindustriale, ieri doveva essere l’esterno di una qualche colonia agricola nel sistema di Ross 248.
Una guardia, uno dei due uomini presenti nella servitù, mi squadra e apre le porte scorrevoli. La classica che riempie la passeggiata della stazione invade il giardino, le luci colorate si contorcono lungo gli spigoli e le curve dell’architettura folle di Olimpo.
Attraverso il varco e le porte si sbarrano dietro di me. Un odore ben diverso da quello di prato appena falciato riempie l’aria. Ma sempre meglio di quello di sesso continuo che impregna Villa Yegorov.
Una panchina è a qualche decina di metri da me, accanto ad una colonna a sei facce che sembra cambiare il materiale di cui è composta. Mi siedo e lascio cadere la testa all’indietro.
Sospiro e chiudo gli occhi.
Le parole di Chiara risuonano di nuovo nella mia mente: Non sono certa che ti piacerà…
È la decima volta che la risento da quando… Mi bruciano gli occhi… da quando mi sono ritrovato in un’orgia incestuosa durante un banchetto. Da quando ho visto Ekaterina essere scopata dal fratello di suo padre e dal figlio di quest’ultimo… e lei era quella che, nei tre, ci metteva più entusiasmo.
«Ma dove cazzo sono finito? Non è–-»
«Carlo?»
Spalanco gli occhi al suono di quella voce maschile inconfondibile. Balzo in piedi. «Gianni?»
Il mio amico è a pochi metri da me, sorridente. Agata è sottobraccio, ancora più soddisfatta di lui, e mi saluta a sua volta.
Balzo in piedi e mi avvicino a loro. Gli abiti sono stropicciati e sporchi, gli zaini sembrano quelli di due sopravvissuti ad un atterraggio di fortuna e camminato per giorni per raggiungere la civiltà. Hanno l’aspetto di qualcuno che ha vissuto un’avventura e non vede l’ora di raccontarla per filo e per segno. Oltre ad avere uno strano odore.
Stringo le mani che mi allungano. «Com’è andata, ragazzi?»
Gianni scuote la testa. «Non puoi immaginare. I tre giorni migliori della mia vita.» Stringe a sé Agata, che sobbalza e gli sorride. «E non solo per aver visto pesci alieni.»
La ragazza apre la bocca per ribattere ma lui la precede. «Lo so, amore, non sono pesci, ma se stanno nell’acqua per me lo sono. Anche perché non ricorderò mai il nome corretto.»
Lei sogghigna. «Volevo dire che Carlo non deve preoccuparsi perché abbiamo abbastanza fotografie e filmati da fargli sorbire.»
