Forse, l’unica cosa che non la soddisfaceva del proprio corpo era la propria figa, che trovava esteticamente brutta, sebbene nessun ragazzo, era certa, l’avrebbe criticata. Studiandola allo specchio o in foto scattate con il telefonino, la vedeva come un paio di lembi di pelle appena più scuri di quella dell’inguine che si sovrapponevano in una linea storta come un impermeabile tagliato male. La lumachina, posta sulla sommità della passera, si nascondeva nelle grinze, e quando si erigeva era grossa, fin troppo sensibile, e allora dall’utero cominciava a colare bava in quantità disgustose, colandole tra le gambe.
Francesca era contenta di avere delle tette così grosse, che facessero distogliere l’attenzione dei ragazzi da cosa aveva tra le gambe e si limitassero a infilarci il cazzo, spingendo fino a quando erano suoi schiavi.
Ci volle un momento prima che qualcuno riuscisse a parlare. Per un attimo Francesca pensò che qualcuno le avesse battuto le mani, ma si era resa conto che il suono, in realtà, erano Michele ed Enrico che, estratti i relativi cazzi dai pantaloni, avevano cominciato a menarseli, sopraffatti dall’eccitazione alla vista di tale perfezione femminile.
Anche Adriano aveva abbassato i pantaloni, scalciandoli per toglierseli nonostante indossasse ancora le scarpe, e poi le mutande. Il suo uccello era già in tiro e la cappella viola svettava sulla cima, pronta a divertirsi con Francesca. «Beh, non c’è bisogno di dire che sono io il capo, e me la scopo per…»
«No!» esclamò la ragazza, alzando una mano davanti lui, perentoria e al tempo stesso impaziente, «mi scoperete tutti, ma per primo Daniele».
Il ragazzo citato sorrise soddisfatto, cominciando a spogliarsi con una sapienza di gesti studiati tipici delle persone che lo facevano spesso davanti ad un’amante impaziente e bagnata, mentre Adriano scuoteva la testa, come se non avesse capito, sbattendo gli occhi. «No, c’è una scala gerarchica che…»
«‘fanculo la gerarchia, la figa è mia e decido io l’ordine,» lo interruppe la ragazza, decisa, poi guardò il giovane di cui era innamorata. Aveva finito di togliersi maglietta e mostrava pettorali scolpiti, spalle larghe e una quantità industriale di addominali. Non si era ancora tolto i pantaloni, ma il tratto di inguine che Francesca poteva ammirare la fece comunque eccitare al punto tale da sentire lo sfintere dell’utero aprirsi sotto la pressione di una grossa goccia di desiderio che le scivolò tra le gambe e un improvviso capogiro la colse.
Adriano si lasciò sfuggire un sospiro, allargando le braccia. «E Daniele sia…» concesse, sconfitto.
Spogliandosi con una grazia che sembrava fuori luogo in quel locale che aveva cominciato a riempirsi dell’afrore di maschio eccitato e di esalazione di desiderio femminile, Daniele si tolse i pantaloni, mostrando un paio di gambe ben modellate, dai muscoli lunghi e poco sviluppati, e poi le mutande, sotto il quale celava un pene di dimensioni normali, non troppo grosso. Francesca l’aveva adorato con la sua bocca, amando il succo che ne era sgorgato, suggendolo con ingordigia.
Si inginocchiò davanti a quello scettro, ammirandolo, contemplandolo, accarezzandolo e pronta a…
«No! Niente bocca!» li richiamò Adriano, che non riusciva a nascondere il disappunto di non essere stato il primo. «Pompini solo durante la gara».
Francesca seppe velare la delusione di non poter succhiare il suo amato meglio di Adriano. In fondo, era in un altro buco del suo corpo che voleva ospitare Daniele, e quello non glielo aveva affatto vietato.
Lui non si fece comunque pregare. Completamente nudo si avvicinò alla ragazza, appoggiando il suo sguardo in quello di lei, facendole allargare ancora di più il sorriso e luccicare gli occhi per il desiderio, poi le pose le mani sul culo, spingendola contro di sé. Gli occhi di Francesca si spalancarono percependo il suo utero bagnato che si apriva nell’ospitare il cazzo del bel ragazzo.
Il fiato della mora si bloccò mentre lo sentiva scivolare dentro il suo corpo, quindi fermarsi. Le labbra di lui si appoggiarono alle sue e vi posò un bacio. Lei si avvinghiò con le braccia al suo busto, le unghie che si piantavano nella sua schiena nemmeno avesse paura di essere strappata da lui. Il grosso seno si era appiattito sui pettorali di Daniele, due cuori che battevano all’unisono.
Lui le sussurrò in un orecchio: «Adesso io e te ci divertiamo».
«Sì, Daniele, scopami! Scopami!» urlò lei, quasi con le lacrime agli occhi.
I cinque minuti successivi raccolsero la migliore scopata della vita di Francesca, qualcosa che avrebbe ricordato con gioia per sempre: il cuore del ragazzo che batteva contro una sua tetta, le dita che affondavano nelle sue chiappe, il profumo della sua pelle e l’odore della sua sborra quando le era venuto dentro, la sensazione che la sua cappella, muovendosi nel suo utero, le aveva donato, le sue grida di gioia ad ogni colpo infertole da quello splendido maschio, prima in piedi contro un muro, poi sdraiata sul divano con lui che la scopava con foga.
Ci furono anche gli altri tre: le dissero che era una splendida mignotta, che aveva un bel culo, uno le venne sul pube.
Quando tornò a sedersi sul suo motorino, la sua bava e la sborra proveniente da otto testicoli diversi che colavano sulle sue gambe erano la ceralacca sul contratto con cui i quattro giudici si impegnavano ad annunciare sulla pagina della gara su Facebook la squalifica di Linda il giorno prima della finale.
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Un giorno sarò un grande scrittore, ma al momento sono solo un erotomane con una tastiera, molta fantasia, qualche libro di narratologia letto di troppo e un eccesso di autostima. Scene di sesso molto esplicite prossime alla pornografia, politically correct non rilevato.
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