In un’altra occasione Francesca sarebbe stata felice di scoprire che Linda stava piangendo disperata, in posizione fetale su una panchina nel parco dove la fidanzata pazza del ragazzo di cui si erano, in periodi diversi, innamorate tutte e due, l’aveva presa a schiaffi. Ma, mentre sostava a meno di un metro dalla porta d’ingresso dell’appartamento di Adriano, era troppo agitata per poter pensare a qualsiasi cosa che non fosse il presente e l’immediato futuro.
Il ragazzo abitava nel piano superiore della casa dei suoi genitori, dove in teoria avrebbe dovuto vivere da solo o, eventualmente, con una fidanzata, mentre, in realtà, era sempre in compagnia dei suoi tre amici della banda dei quattro. Nella casa erano entrate parecchie ragazze, sebbene nessuna ne avesse mai parlato troppo bene, lamentando disordine e sporco in quantità semi-industriali, dimostrando di essere l’appartamento di un ragazzo single. Si vociferava che il padre, stanco di vedere estranei che andavano a venivano per il suo appartamento ad ogni ora, avesse fatto costruire una comoda scala in metallo all’esterno per accedere all’appartamento del figlio, dove in quel momento si trovava Francesca. Le scale, in realtà, sembravano quelle delle uscite antincendio di certi edifici, e chi aveva tinteggiato il muro attorno alla porta che permetteva di accedere al primo piano non aveva perso il sonno nel trovare la corretta gradazione di giallo del resto della casa.
Il giorno precedente si era svolta l’ultima giornata delle semifinali della gara di pompini, e le sfidanti erano state solo tre. Francesca vi aveva assistito di persona: dopo che la stronza bionda aveva dimostrato di non essere semplicemente una nerda capace esclusivamente di passare le giornate su un libro ma di avere delle inaspettate frecce alla sua faretra, soprattutto per quanto riguardava il sesso, la mora aveva deciso di vedere di persona le capacità di chi sarebbe stata la sua ultima sfidante alla finale.
Non era stato uno spettacolo emozionante come quello dato da Linda, aveva ammesso, e con un certo sollievo: Anna, una ragazza ripetente, aveva succhiato Michele, dimostrando che ripassare qualche lezione di pompini, insieme a matematica e storia, non le avrebbe fatto male; Diana, che quel giorno aveva sostenuto di essere la reincarnazione della dea della caccia, la quale, a suo dire, spesso suonava lo zufolo di Pan, con grande soddisfazione del mostriciattolo dalle zampe di capra, avrebbe fatto una figura migliore andando per caprioli nel bosco attorno alla vecchia segheria, sebbene Adriano non disdegnò il ben poco eccelso assolo. In realtà quello che ebbe davvero soddisfazione fu Enrico, il ragazzo sfigato che era entrato per ultimo nel gruppo, e che aveva avuto il piacere di avere attorno al cazzo le labbra di Vincenza, la moretta carina che faceva girare la testa a parecchi ragazzi. Non che avesse fatto nulla che Francesca non sarebbe riuscita a surclassare anche con il mal di gola e il naso tappato, ma l’idea della sua sfidante di coccolare l’uccello su una guancia prima di metterselo in bocca non le era sembrata particolarmente cattiva.
Con grande rammarico, Francesca dovette comunque ammettere che le dispiaceva non aver potuto assistere di persona all’esibizione di Linda: per quanto il video mostrasse la bravura della stronza attraverso le reazioni di Michele, si limitava a riprenderla di spalle e non c’era modo di capire cosa facesse realmente, rendendo così impossibile rubare la sua tecnica e poi migliorarla.
Comunque, Linda si era dimostrata l’unica che potesse cercare di rubarle la vittoria. Marianna e Vincenza sarebbero state stracciate senza troppi problemi alla finale, ma la nerda… Beh, lei la preoccupava per davvero. Più volte in quel paio di giorni la ragazza si era chiesta come avesse fatto a passare da nullità in campo sessuale a pornostar venerata da ogni studente dotato di cazzo in quella dannata scuola superiore. Che avesse imparato dai libri, o avuto una vita sessuale ben maggiore di quanto avesse dato a vedere?
La cosa puzzava a Francesca. E appariva come una situazione ben poco sportiva. Linda sembrava un dannato maratoneta dopato che si fosse presentato ad una corsa campestre destinata ai ragazzini delle elementari per vincere senza il timore di trovare un avversario al proprio livello.
L’unica soluzione era far squalificare Linda, o almeno applicare degli handicap, un po’ come si faceva in certi sport. Per quel motivo il giorno prima, una volta tornata a casa dalla gara, aveva deciso di chiamare Adriano, il capo dei giudici, e dirgli che aveva intenzione di parlare con lui quel pomeriggio.
Avevano avuto un lungo scambio di messaggi, giungendo alla conclusione che la ragazza avrebbe dovuto presentarsi verso le cinque di sera per presentare le sue lamentele riguardo Linda. Ovviamente, aveva specificato il ragazzo, ci sarebbero stati anche gli altri giudici, e sarebbero stati necessarie delle motivazioni davvero “grosse”.
Francesca aveva controllato due volte. Sì, Adriano aveva usato il termine “grosse”. Non che ci fossero stati dubbi su cosa avesse inteso con quella frase. Era per quel motivo che, nonostante fosse il tardo pomeriggio di una calda primavera, la ragazza aveva attraversato sul motorino tutta Caregan indossando un impermeabile color cammello che le arrivava fino a metà dei polpacci e che, solitamente, usava solo in pieno inverno.
Più per una motivazione legata al rischio di essere fermata dai carabinieri in giro per il paese che per pudore, aveva indossato un paio di pantaloncini durante il viaggio in motorino, ma una volta davanti alla porta, dopo aver controllato che non ci fosse nessuno nei paraggi, se li era sfilati e li aveva nascosti in una tasca.
Francesca prese una profonda boccata d’aria, cercando di rilassarsi, di frenare un po’ la corsa impazzita del suo cuore. Era qualcosa che poteva gestire senza troppa difficoltà, si disse. Poi si ricordò che ci sarebbe stato il suo meraviglioso Daniele, che il giorno prima non era stato presente alla gara… Quindi cosa faceva lì, impalata come una cretina, quando avrebbe dovuto spalancare quella porta con il sorriso sul volto?
Con quella sicurezza appoggiò l’indice destro sul pulsante accanto alla porta dell’appartamento di Adriano. La più classica delle campanelle risuonò attutita dal muro che la divideva dall’interno della casa. Allo stesso modo, furono attutiti il suono di voci maschili e i passi di qualcuno che si avvicinava alla porta. Un istante dopo la porta fu aperta.
Adriano fissò la ragazza, scendendo con lo sguardo dal viso radioso della ragazza al busto fasciato in un impermeabile pesantemente deformato dalle curve del tronco, alle gambe lunghe e affusolata. Non riuscì a trattenere un luccichio negli occhi e la lingua saettò brevemente tra le labbra, umettandole. «Benvenuta, Francesca,» disse infine, tornando con un certo sforzo agli occhi neri della mora. Si spostò dalla porta, invitandola ad entrare.
Lei ringraziò con un sorriso dietro al quale nascose la sua agitazione. Fatto un passo si trovò nella casa di Adriano, lanciando un’occhiata attorno. Sì, pensò, la mano di una donna con una scopa, dei detersivi e del buon gusto in fatto di arredamento interno avrebbe fatto solo del bene a quel posto, ma non era comunque una discarica come avevano sostenuto certe che vi erano passate prima di lei. Non c’erano le iconiche scatole di cartone della pizza sporche e lattine di birra sul pavimento o piatti con resti di cibo sparsi sui tavoli, ma i mobili erano di seconda mano e molti non erano nemmeno dello stesso colore o materiale. Gli unici oggetti per i quali era stato speso del denaro con convinzione erano un televisore con un decoder e uno stereo con casse acustiche alte e strette tirati a lucido.
