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Erotika
Linda la nerd · Cap. 14
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Capitolo 14 di 39 19 min di lettura

"No, Mauro, aspetta…"

Spinta dalla paura che Linda possa davvero raggiungere un livello in grado di batterla, Francesca accetta di vedersi con Mauro. Non si fa illusioni su cosa pretenderà l'uomo come pagamento per il nome dell'amante della biondina...

William Kasanova
1 anno fa · 309 letture · 0

Francesca era seduta sul suo scooter, parcheggiata accanto al Bar Griso. Qualcuno era convinto che quel nome derivasse dal termine “grigio” in qualche dialetto settentrionale, ma i più istruiti sostenevano che fosse in realtà uno dei cattivi dei Promessi Sposi. La ragazza non aveva idea di chi avesse ragione, ma di certo, guardando il locale dall’esterno, non avrebbe scommesso sulla seconda ipotesi. A meno che i camionisti e i motociclisti non amassero leggere noiosi libri scritti secoli prima.

Era entrata lì dentro una sola volta con un ragazzo che sfoggiava un barbone e si credeva una specie di ribelle contro il sistema, senza mai specificare cosa diavolo fosse questo “sistema”, ma si era dimostrato il tipico imbecille che pensava di essere alternativo sebbene sembrasse fatto con lo stesso stampino con cui erano stati creati milioni di altri suoi simili. In ogni caso, quella bettola era il suo ambiente naturale: sporca, buia, con un pesante odore di alcolici, lo schiocco delle palle da biliardo che si scontravano intervallato da bestemmie e imprecazioni. L’unica cosa che le mancava per sembrare uno di quei bar da film americano era la puzza di fumo, ma, a quanto ne sapeva lei, quand’era piccola, le sigarette erano state bandite nei locali pubblici.

Il locale si trovava nella periferia di Caregan, nella contrada di San Dario, affacciandosi sulla SS50, dove chiunque avesse avuto bisogno di fermarsi poteva trovare ristoro presso il Griso, se non era particolarmente schizzinoso. Ovvio, pensò la ragazza, se davvero fosse stato questa fogna che sembrava, le forze dell’ordine l’avrebbero fatto chiudere, o appioppato multe su multe: se ciò non accadeva, significava che non era così disgustoso come sembrava a lei. Nonostante questo, non ci sarebbe entrata se non costretta, soprattutto per la clientela.

Una macchina rallentò davanti al bar, uscendo dalla Statale senza nemmeno mettere la freccia e parcheggiando accanto ad un vecchio pickup scassato. Era una Subaru sportiva blu con quella ridicola aletta in fondo, sul bagagliaio, nemmeno fosse stata una macchina da Formula1. Aggrediva la vista tanto era tirata a lucido, senza un granello di sporco sulla carrozzeria, mentre i finestrini erano oscurati come a nascondere l’identità del conducente; sembravano vibrare tanto era elevato il volume della radio della macchina, intento a vomitare musica metal il cui testi sembrarono alla ragazza gente che vomitava a 120 decibel. Francesca non ebbe difficoltà ad indovinare chi ci fosse a bordo: non che ci fossero tanti imbecilli in zona che giravano con auto da trenta e passa mila euro facendo più fracasso di una gara di rally.

«Dev’essere bello essere il figlio di un assessore della provincia divorziato,» mormorò con una forte dose di acida ironia. Non scese dal motorino, ma attese che fosse Mauro a raggiungerla. In fondo lei era una donna, ed un minimo di rispetto quel cretino doveva pur portarglielo, soprattutto se voleva qualcosa per la sua informazione.

La portiera si aprì, riversando nel parcheggio onde sonore dolorose come pugni nel petto della ragazza. Ci volle qualche secondo prima che l’uomo decidesse che quelle grida più adatte ad un film dell’orrore lo avessero soddisfatto e desse fine a quello strazio spegnendo la radio. Uscì dall’abitacolo mettendo faticosamente una gamba fuori, poi afferrò il tettuccio e si spinse fuori, mostrandosi in tutta la sua altezza.

Ed era davvero alto, constatò di nuovo Francesca. Non era due metri, ma uno e novanta lo raggiungeva senza problemi. In più, era magro da fare paura, come se la rabbia che lo animava bruciasse calorie meglio di qualunque corso di aerobica che la ragazza avesse mai frequentato. In pieno contrasto con la macchina costosa, indossava abiti di poco prezzo, spesso scelti la mattina dall’armadio con la luce spenta, o più probabilmente raccolti dal pavimento dove li abbandonava la sera precedente, senza la minima concezione di come abbinare colori e stili.

Non chiuse a chiave la macchina ma si diresse verso Francesca mettendo le mani nelle tasche della maglia con cappuccio, nemmeno avesse avuto sedici anni, e alzando le spalle, come per sembrare ancora più alto, quasi volesse sembrare ancora più aggressivo. Sarebbe stato uno sforzo inutile, pensò lei: bastava guardarlo in faccia per desiderare di attraversare la strada e passare sull’altro marciapiede, anche con il rischio di farsi investire da un camion. Il viso era magro e allungato, con gli occhi azzurri e i capelli biondi tagliati corti. Ma quello che spiccava su tutto era il ghigno sbilenco che gli distorceva il volto in continuazione: Francesca non riusciva a comprendere se fosse quello dell’eccitazione sessuale, di derisione, o tutto insieme uniti alla smorfia di un attacco cardiaco. In ogni caso, le dava i brividi, e le sembrava l’equivalente dei colori brillanti negli animali velenosi per indicare quanto fosse mentalmente instabile.

Mauro si avvicinò a pochi passi da lei, nella sua bocca semiaperta si vedeva una caramella muoversi, sospinta dalla lingua, intrisa di saliva. La ragazza scommise con sé stessa che adesso l’avrebbe chiamata “bella figa”, come chiamava qualsiasi ragazza minimamente chiavabile. Anzi, avrebbe scommesso che chiamava pure sua madre “bella figa”.

«Bella figa, hai fatto bene a venire qui,» la salutò lui. Il volume della voce era basso, sibilante, come quello che avrebbe avuto un serpente.

«Sì, sì,» tagliò corto lei. «È bello essere qui con te, in questo splendido luogo. Adesso che mi hai fissato le tette e hai materiale per una zangolata questa sera, dimmi chi è il coraggioso che si fotte Linda e lasciami tornare a studiare».

Lui rise, o per lo meno emise un verso vagamente paragonabile ad una risata beffarda. «Allora vuoi diventare intelligente anche tu come quella bella figa? Perché non preferisci invece imparare questa nerchia?» domandò lui, estraendo le mani dalle tasche e portandosele all’inguine, come se stesse mostrando il premio finale di un quiz.

Francesca non avrebbe voluto guardarlo in faccia perché era sicura che, mentre lui si sarebbe sparato una zangolata immaginando di coprirle le tette di sborra, lei avrebbe avuto gli occhi sbarrati nel letto, incapace di prendere sonno con l’immagine di quel ghigno nella mente. E ancora meno avrebbe voluto abbassare lo sguardo sul suo pacco, ma lo fece.

Deglutì quando, sotto il tessuto di tela beige di un paio di pantaloni di infimo valore, notò un inconfondibile rigonfiamento che partiva dal centro dell’inguine e scivolava nella gamba sinistra. Probabilmente, pensò la ragazza, non indossava le mutande nemmeno lui…

Doveva essere lungo più di una spanna, riconobbe, ed era ancora moscio…

Improvvisamente Francesca sentì un forte malessere tra le gambe che, come un crampo, si diffuse fino allo stomaco, quasi avesse mangiato molto senza bere a sufficienza… Pensò che un sorso capace di spegnere quel fastidio avrebbe potuto facilmente trovarlo lì, tra le gambe di Mauro.

D’accordo, era un coglione, dava fastidio sentirlo parlare e se non ti insultava era perché era intento a metterti le mani addosso ma, forse, anche lui aveva una qualche qualità nascosta. O nemmeno troppo celata.

Ok, non avrebbe mai confessato alle sue amiche di essersi scopata Mauro, e se fosse girata la voce avrebbe negato perfino davanti all’evidenza, ma una cavalcata su quel cazzone… Dopotutto, era convinta che una con un paio di tette come le sue avesse il diritto di accoppiarsi con un uomo che possedesse le sue stesse perfezioni, sebbene virate al maschile, e non aveva mai trovato nessuno che rispecchiasse quelle caratteristiche.

Certo, non gliel’avrebbe data come se nulla fosse, ma la scusa di pagarlo per il nome che l’aveva portata fino a quel buco di bar non l’avrebbe fatta passare per un’arrapata che si scopava chiunque, anche perché non si sarebbe aspettata nessun’altra richiesta da uno come lui.

«Dai, non mi importa nulla del tuo uccello,» disse, faticando a distogliere lo sguardo proprio dal soggetto della sua frase. Sentiva in realtà la sua fica cominciare a bagnarsi, come se fosse stata una bocca pronta a degustare qualche leccornia. «Dammi quel nome e poi lasciami andare!»

Quella raccapricciante risata uscì nuovamente dalla bocca di Mauro. «Solo perché sei una bella figa ti do il nome senza volere niente? Io voglio una cosa, o niente nome».

«E cosa?» domandò lei.

Il ghigno si allargò ulteriormente, perdendo ancora più la sua labile illusione di intelligenza e rivelando la vera natura del desiderio dell’uomo. Non sarebbe stato necessario spiegarlo con le parole, anche solo considerando come Mauro fissò l’inguine della ragazza.

Lei si sentì improvvisamente indisposta nei suoi confronti, come se il suo cervello avesse ripreso il sopravvento sulla sua vagina e la ragione cominciato ad avere più voce del bisogno di soddisfazione sessuale. Valeva davvero la pena di abbassare le proprie difese davanti ad uno come Mauro, che sembrava l’ultima persona al mondo a cui affidare la propria sicurezza? Francesca poteva nominare parecchi ragazzi ben poco raccomandabili che si era portata a letto, soprattutto per il suo interesse, e che sua madre non avrebbe approvato, ma nessuno si avvicinava all’essere sbavante davanti a lei. Buona parte dei ragazzi che si consideravano dei bastardi che lei conosceva non erano altro che sciocchi che credevano di poter impressionare una donna imprecando e fingendo di essere dei duri, ma nessuno di loro era anche solo lontanamente al livello di Mauro. Lui era pericoloso.

Prima di andare avanti…

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