Un lungo sospiro di frustrazione sfuggì dalle labbra voluttuose di Francesca. Appoggiò il viso tra i palmi delle mani, coprendosi gli occhi, cercando di isolare il resto del mondo dalla sua mente, ma non ce la fece. Quel dannato televisore in cucina continuava a fare chiasso, la voce di gente che recitava battute idiote che solo sua madre riusciva ad apprezzare risuonava anche in salotto. E le apprezzava per tutto il fottuto pomeriggio, assisa su una sedia a rincoglionirsi con quelle idiote telenovelas in costume, con gente che non faceva altro che corrersi dietro per poi non fare nulla una volta acchiappato il proprio amato.
Doveva studiare per gli esami, aveva bisogno di concentrarsi e cercare di capire qualcosa sulle formule finanziarie di Excel. Aprì gli occhi, sollevando la testa, e trovò ancora sullo schermo, sopra la griglia di celle, la barra della formula che la fissava, perfida, con quel segno di uguale solitario, in attesa di essere accompagnato da qualche astrusa stringa di comandi, che sembrava un sorriso di derisione verso la sua incapacità nell’usare un programma che, secondo il suo professore, le avrebbe semplificato la vita sul lavoro.
«Semplificato un cazzo…» sussurrò astiosa verso il muro fatto di celle invece che di mattoni che occupava quasi tutto lo schermo. «Altroché da segretaria, dovevo studiare da muratore!»
Sbuffò di nuovo, afferrando il mouse e posizionando il cursore sull’icona a forma di libro sulla cui copertina sembravano disegnate tre monete impilate. “Ma sarà un cazzo di grafico a coso, là… grafico a torta 3d, più che una pila di monete, oca!”, si rimproverò. Quando poi fece click, la situazione precipitò come il menu a tendina in cui comparvero una sfilza di termini finanziari che a lei sembravano insulti alla sua intelligenza limitata.
«Porca puttana…» imprecò, sconfitta.
E più cercava di concentrarsi, più il pensiero della sua esibizione della gara di pompini di domenica s’insinuava tra i suoi pensieri, finendo con il prendere possesso di tutta la sua attenzione. Sapeva di essere brava, glielo diceva ogni ragazzo a cui l’avesse succhiato, e solo un paio di ragazze potevano mettere a rischio la sua vittoria, ma sperò che le gambe molli non sarebbero venute solo a lei, quando si sarebbe inginocchiata davanti a Daniele, sotto lo sguardo di tutti, ma anche alle altre, facendo fare loro delle figuracce. Sì, dannazione: avrebbe fatto faville, e poi trovato un pollo che si sarebbe innamorato della sua capacità di succhiatrice che l’avrebbe mantenuta a vita. E soprattutto non avrebbe mai più dovuto vedere un dannato foglio elettronico.
Ma anche senza saper dare piacere con la bocca a livelli olimpici, il suo magnifico corpo avrebbe fatto cadere ai suoi piedi qualsiasi uomo. Era una delle ragazze più alte della scuola, slanciata, con un fisico modellato da anni di palestra. Aveva i capelli corvini, con leggeri riflessi marroni, che le scendevano morbidi fino oltre le spalle, e gli occhi erano di un nero che nemmeno le notti più scure potevano vantare. Il viso che la guardava sullo schermo era leggermente allungato, con le gote accentuate sotto gli occhi, con la mascella che sfumava in un mento appena pronunciato, sopra il quale si potevano ammirare un paio di labbra voluttuose sempre impreziosite dal rossetto. Le gambe erano lunghe e tornite, che riteneva un peccato nascondere in qualcosa che fosse più lungo di un paio di pantaloncini, e che depilava in continuazione.
Ma quello di cui andava davvero fiera, e che calamitava l’attenzione di chiunque, era il suo seno. Era incredibile quanto fosse grosso e tondo, qualcosa che faceva eccitare lei stessa quando si vedeva allo specchio nuda, reso ancora più maestoso dalla pancia perfettamente piatta. Fino a sedici anni sembrava fosse stata destinata ad avere un bel viso ed un corpo su cui lavorare per essere appetibile e basta, ma nel giro di breve tempo, che a lei, ripensandoci, sembrava quello che separava la sera dalla mattina, il suo petto aveva cominciato a lievitare, a ingrandirsi, a renderla quel gran bel pezzo di fica che adorava contemplare allo specchio. Considerava le sue tette la sua arma nucleare nella guerra della seduzione e bastava che si mettesse appena appena in posizione, mostrando per bene quelle due meraviglie, per avere il controllo di ogni uomo.
Francesca non amava indossare intimo sotto i vestiti, se non in quei giorni. Non che lo facesse per togliersi meno abiti quando faceva sesso con qualcuno, quanto piuttosto per un senso di libertà. Di ribellione. Le piaceva sentire il tessuto muoversi sulle labbra della sua vagina quando camminava, e finchè il seno fosse rimasto su da solo… Solitamente indossava una maglietta con qualche stampa, che risultava comunque illeggibile tanto veniva deformata dalle grosse tette, spesso con due punte in rilievo causate dai capezzoli piccoli ma continuamente turgidi, ed un paio di short in jeans. E amava le scarpe, quelle costose: Moschino, Armani, magari un Versace ogni tanto. Tutte rigorosamente con tacchi bassi: già gli uomini facevano fatica a guardarla negli occhi, se poi si fosse alzata al punto tale da nascondersi il viso dietro al seno…
Nel frattempo, comunque, sarebbe stato comunque meglio cercare di capire come far calcolare al computer l’ammortamento di un…
Il cellulare prese vita, vibrando, guadagnandosi uno sguardo di brace da parte della ragazza.
«E adesso chi cazzo rompe i coglioni?» strepitò, appoggiando il mouse sul tavolo prima di scagliarlo contro un muro nell’impeto della rabbia che l’aveva colta. Afferrò il telefonino, aprendo la custodia in finta pelle rosa che lo proteggeva e leggendo chi la stava chiamando. Solo il rumore del televisore impedì a sua madre di sentirla imprecare di nuovo.
Se Francesca avesse potuto scegliere chi non avesse dovuto avere il suo numero di telefono, avrebbe scelto sicuramente quel coglione di Mauro. Anzi, non avrebbe mai nemmeno voluto conoscerlo. Ebbe un brivido di ribrezzo quando il suo volto le apparve nella mente.
Certo, era colpa sua se il ragazzo aveva il suo numero nella rubrica, avendoglielo dato anni prima, non ricordava nemmeno in che occasione… forse durante una gita o una festa. In ogni caso, andava detto che lui non l’aveva mai chiamata fino a quel momento, e lei si era perfino dimenticata dell’accaduto. Nonostante ciò, lei ne aveva disgusto, come praticamente ogni altra ragazza della scuola, se non addirittura paura.
Francesca non avrebbe saputo dire quanti anni avesse davvero Mauro, ma cinque o sei in più di lei di sicuro. E nonostante questo frequentava ancora la quinta superiore per elettricisti, dopo aver provato quasi ogni possibile altro indirizzo, ed essere stato bocciato in continuazione per poca dedizione allo studio e troppa al bullismo. Sì, perché, nonostante non si potesse definire proprio brutto ma nemmeno bello, ciò che davvero rendeva difficile una buona convivenza con Mauro era il suo cocktail di profonda ignoranza, completa mancanza di empatia verso chiunque e la convinzione di avere diritto a qualsiasi cosa, compreso quello di mettere le mani addosso a chicchessia.
«E quel pezzo di merda,» sussurrò la ragazza, chiedendosi ancora se rispondere alla chiamata o se bloccarla, lo schermo dello smartphone davanti al volto, «dicono abbia un pitone in mezzo alle gambe». Ma, pensò, doveva essere una leggenda quanto l’abominevole uomo delle nevi o i fantasmi, perché nessuna donna avrebbe fatto sesso con quello stronzo.
Tentennò nel bloccare la chiamata, chiedendosi cosa volesse. Perché improvvisamente aveva deciso di telefonarle? Doveva studiare. Doveva farlo assolutamente. Ma qualcuno urlava alla televisione in cucina, e quell’”uguale” solitario nella barra della formula continuava a deriderla… “Fanculo”, si disse, avrebbe potuto studiare anche più tardi, magari con più calma in casa e nella sua mente.
