Si alzò dalla sedia con in mano il telefonino e si avvicinò alla portafinestra, aprendola e uscendo nella terrazza: sua madre sarebbe stata in cucina a guardare i suoi stupidi spettacoli, ma preferiva non rischiare che s’impicciasse nei suoi affari. E poi ne aveva piene le palle di sentire tutti quegli schiamazzi recitati, cazzo.
Una leggera brezza le accarezzò il volto e le lunghe chiome nere, soffiando via un po’ di rabbia che era montata in lei. Si appoggiò alla ringhiera, ammirando per un attimo il panorama che si apriva davanti a lei, nonostante lo conoscesse a memoria e avrebbe potuto disegnarlo a occhi chiusi.
La sua famiglia aveva guadagnato un piccolo capitale con l’azienda di trasporti e, quand’era ancora piccola, Francesca aveva abbandonato l’appartamento nel centro del paese, in un vicolo, per abitare in una villetta con i muri esterni in pietra, in una zona periferica. Avevano abbandonato le comodità, aveva pensato allora, ma crescendo aveva compreso che, in realtà, avevano guadagnato molto più in tranquillità: a parte qualche trattore durante i periodi di sfalcio dei prati, o una manciata di escursionisti desiderosi di percorrere qualche sentiero poco battuto, non c’era praticamente nessuno nei pressi della loro abitazione. La campagna si apriva attorno alla casa, prati divisi da fosse e rogge attorno alle quali crescevano bassi salici piantati in file ordinate; la mattina, quando una bassa foschia scivolava tra i fili d’erba, spesso si udivano i richiami di caprioli usciti dai boschi delle montagne ad ovest. Il paese era raggiungibile in una mezz’ora a piedi ed in un attimo con lo scooter che le avevano regalato per i sedici anni lungo la strada che il suo stesso padre aveva fatto asfaltare dagli operai del comune, coprendo gli avvallamenti della strada sterrata devastata da decenni di traffico composto da mezzi agricoli.
La ragazza fece scorrere il pollice sullo schermo, accettando la chiamata. Appoggiò il telefono all’orecchio. «Pronto?» chiese, accorgendosi che la sua voce aveva un’inflessione di astio appena percettibile che credeva di aver perso in quegli istanti di contemplazione del paesaggio.
Per qualche motivo, la voce che rotolò fuori dal piccolo altoparlante diede alla ragazza l’idea di una creatura informe, simile a quelle di gelatina dei film dell’orrore, che si rivoltasse su sé stessa, con un suono liquido quando si contorceva. Le parole erano strascicate, come se un colpo di spugna sonora sbavasse i fonemi, sfumandone uno nel successivo, rendendo le parole piatte e il tutto una cantilena fastidiosa.
«Eeeh… Francesca…» biascicò il telefono. Alla ragazza sembrò che le sue orecchie si stessero riempiendo di ovatta tanto quella voce era priva di inflessioni e monotona nel tono. Già si pentì di avere accettato la telefonata. «Perché non fai aspettare tanto, bella fica?»
No, si corresse la ragazza: nella voce di Mauro, in realtà, poteva riconoscere fino all’ultimo grammo di desiderio di metterla a pecorina e fotterla con violenza. Una smorfia di disgusto si disegnò sulle sue labbra sensuali. «Senti, Mauro, non ho tempo per te».
«Oh, non hai tempo per un cazzone come il mio?» domandò l’altro. «Lo hai mai visto? Ti mando la foto, dopo, così poi ne hai voglia e corri qui a succhiarmelo».
“Che coglione…”, pensò lei. No, sarebbe stato meglio restare in casa a venire scema davanti allo schermo del computer con il sottofondo di gente che blaterava di amori mancati e corna piuttosto che perdere il proprio tempo con Mauro. Spostò il dito sul tasto rosso per sbattere virtualmente la cornetta in faccia all’idiota, quando lo stesso pronunciò sei parole che la fecero desistere all’ultimo istante.
«Io so chi si scopa Linda».
Francesca portò il telefono all’orecchio. «Lo so anch’io: con una donna. L’ho vista un paio di giorni fa baciarla mentre saliva sulla sua auto».
Mauro rise, ma il suono che emise fece di tutto tranne che rallegrare la ragazza. «No, ti stai sbagliando. Non è una donna».
«Cosa…» mormorò Francesca, confusa. La ragazza era convinta, da una serie di avvenimenti accaduti nella sua vita, di essere dotata di un cervello dalle scarse capacità, come per l’uso di programmi informatici. In realtà, in quel momento, avrebbe potuto constatare che non lo era affatto, per lo meno per quanto riguardava il calcolo delle conseguenze in base alle informazioni che aveva a disposizione. Il fatto che Linda facesse sesso con un uomo aveva fatto scattare una lampadina di allarme nella mente di Francesca: la bionda si stava davvero addestrando per i pompini? Era intelligente, Linda, non una capra come lei, si disse. Lei era autodidatta, ma la nerd probabilmente poteva avere accesso ad informazioni che Francesca non avrebbe nemmeno potuto immaginare.
No, si disse, cercando di calmare il cuore che, improvvisamente, aveva cominciato a correre come un forsennato. Linda non aveva mai visto un cazzo prima di allora, e non poteva certo recuperare l’esperienza che lei poteva vantare in tutti quegli anni. E poi, da quando un uomo si preoccupava di come gli venisse fatto un pompino? Bastava che si trovasse l’uccello nella bocca di una ragazza e che quando lo tirasse fuori non avesse segni di denti, e poi tutto il resto era grasso che colava. Se Linda non glielo avesse tranciato via, lui non avrebbe fatto tante storie una volta venuto nella sua bocca o in faccia. Un uomo che non la sa leccare non va a rompere le balle ad una donna perché non sa succhiarlo, si convinse, con un sorriso.
Sì, decise, non avrebbe avuto senso preoccuparsi di Linda durante la gara. Quelle da tenere d’occhio erano Vincenza e Marina. O Martina. O come cazzo si chiamava quella bionda simpatica quanto le dita negli occhi.
«Ma sei sicuro… non te lo stai inventando?»
«Li vedo con il binocolo dalla finestra della mia casa. Mi piace guardare Linda quando fa i compiti. Mi zangolo perché Linda è una bella figa».
La ragazza ebbe un brivido a pensare che qualcuno osservasse Linda e si masturbasse guardandola studiare. Quanto doveva essere malato?
Il malato ignorava i pensieri della mora, ma chiese: «Io lui lo conosco. Tu vuoi sapere chi è?»
Francesca ci pensò mezzo secondo al massimo. «Sì, dimmelo,» rispose. Conoscere il nome del pessimo amante di Linda sarebbe stato ottimo per prenderla per il culo dopo aver fatto la sua infame figuraccia alla gara di pompini. La ragazza sorrise. “Tizio non ha provato a insegnarti a fare i pompini? Ma, dopotutto, che avrebbe dovuto aspettarsi da una come te: che glielo avresti succhiato bene? Tanto valeva limitarsi a scoparsi ed accontentarsi.”
Mauro emise di nuovo quella risata fastidiosa. «Pensi che sono scemo? Mica te lo dico così, gratis».
«E allora cosa vuoi?» chiese lei, tagliente.
«Ci incontriamo al Bar Griso tra mezz’ora,» rispose lui, e chiuse la comunicazione.
Francesca sbattè le palpebre, fissando sorpresa lo schermo dello smartphone. Lui l’aveva fregata, lo riconosceva, lasciandola con l’acquolina in bocca, desiderosa di conoscere il nome del coraggioso che si scopava Linda. Ma andare al Bar Griso, quella bettola di terz’ordine? Ne valeva la pena? Con Mauro, soprattutto?
Poi lo sguardo della ragazza scivolò oltre le vetrate della portafinestra e si posò sul tavolo in salotto, dove lo schermo del computer era ancora illuminato e il segno di uguale continuava a guardarla, sogghignando. Il bel viso di Francesca venne sconvolto da una smorfia di fastidio. Mise il cellulare in tasca, entrò, prese le chiavi del motorino e disse a sua madre che sarebbe uscita un momento. La donna annuì senza distogliere gli occhi dal dramma amoroso di Fernando e Carmelita.
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Un giorno sarò un grande scrittore, ma al momento sono solo un erotomane con una tastiera, molta fantasia, qualche libro di narratologia letto di troppo e un eccesso di autostima. Scene di sesso molto esplicite prossime alla pornografia, politically correct non rilevato.
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