Tommaso controllò per l’ultima volta il contenuto dello zaino, quindi strinse i lacci e bloccò le cinghie.
«Siamo a posto?» domandò Tania, che sembrava impaziente di fare sfoggio dell’abbigliamento sportivo che indossava: un paio di pantaloncini corti rossi e arancioni ed una maglietta in goretex verde che, come al solito, aveva comprato una taglia o due troppo piccola. Il grosso seno era poi messo ulteriormente in risalto dall’azione degli spallacci di uno zainetto che non sembrava contenere molto. «Non è che dobbiamo andare nella giungla per una settimana».
Il ragazzo sollevò il proprio zaino, mettendoselo sulle spalle. «Non si sa mai».
«Senti, mi dispiace di averti promesso che saremmo andati in Val Morelli a mangiare al rifugio,» disse per la terza volta la ragazza, scusandosi, «e adesso andiamo solo in Val Sosio».
Tommaso fece mostra di un sorriso di accondiscendenza. «Non preoccuparti, Tania: apprezzo comunque la tua volontà di portarmi in montagna anche solo la mattina. Non è colpa tua se nel pomeriggio devi andare a sostituire un collega al lavoro».
«Già, bisogna mangiare,» rispose lei, annuendo.
«Un’altra volta faremo un gran bel viaggio, magari un finesettimana alle Dolomiti, che ti piacciono tanto».
Lui la abbracciò e la baciò. «L’importante è che ci sia tu, poi ogni posto va benissimo,» le disse.
Tania sorrise felice, accarezzandogli dolcemente l’inguine, sebbene attraverso il tessuto tecnico dei pantaloni.
Tommaso non lo diede a vedere, ma mentre pronunciava quelle parole, per qualche motivo, si sentì morire. Per nascondere un eventuale, incontrollabile smorfia che avrebbe svelato alla ragazza il suo reale stato d’animo si avvicinò alla porta, l’aprì e precedette Tania all’esterno, la via del paese illuminata dalla luce quasi orizzontale dell’alba.
«Andiamo con la mia auto,» propose la ragazza, trotterellando al suo seguito, e prendendo da una tasca la chiave della Fiesta rossa di seconda mano accanto alla Punto di Tommaso. «Così ci fermiamo a fare benzina».
***
Seduta sul suo motorino parcheggiato un paio di metri più in là rispetto alla volta precedente, terminando una sigaretta che aveva rollato un paio di minuti prima, Francesca si chiese se ci fossero davvero sempre così pochi clienti nel bar Griso o se l’impressione fosse dovuta al parcheggio davvero ampio, che un tempo aveva ospitato anche le automobili dei clienti di un paio di altre attività commerciali che erano state chiuse ormai da tempo. In alcuni angoli, probabilmente quelli dove venivano lasciate meno macchine, l’asfalto era crepato e tra le strisce bianche ce n’erano altre verdi con un paio di macchie gialle.
La ragazza era arrivata presto, con un buon venti minuti di anticipo, intenzionata a voler vedere di nuovo il luogo tra l’edificio del bar e quello che doveva essere stato in passato un’officina meccanica dove era stata scopata contro un muro da Mauro, come se questo avesse potuto esorcizzare la volta successiva che, quella mattina, si sarebbe di nuovo trovata quella trave di carne nella sua povera fica. Perché era certa che si sarebbe di nuovo trovata accanto alla pila di pallet puzzolenti, con quello stronzo che spingeva dentro di lei nemmeno dovesse sfondare una porta con un ariete…
«Finchè si limiterà al buco davanti…» cercò di consolarsi, me l’idea di ritrovarsi a novanta gradi come Linda, ma con un cazzo sovradimensionato che le avanzava lungo l’intestino le causò un senso di nausea che risalì al volto nella forma di una smorfia di dolore.
Invece di andare nel vicolo, che comunque ci sarebbe stata ugualmente più tardi, approfittando anche del fatto che non ci fossero molti clienti, gettò il mozzicone della sigaretta a terra e, dopo aver controllato i suoi fondi trovati nelle tasche, fece un salto veloce nel bar, dove ordinò un cappuccino e prese una brioche.
Dieci minuti dopo e alleggerita di una banconota di cinque euro ma con un pacchetto di caramelle alla menta in tasca, Francesca uscì di nuovo, pronta ad affrontare qualsiasi scopata adesso che aveva una colazione calda nello stomaco. E doveva ammettere che, pur non essendo il bar più bello o alla moda di Caregan o nelle vicinanze, il Griso non era poi così pessimo quanto lo ricordava.
Tornò a sedersi al motorino, sentendosi più tranquilla, desiderosa di una seconda sigaretta, ma il risultato di lunghe sessioni di squat fece appena in tempo a toccare il sedile che una Subaru blu luccicante e tirata a lucido sobbalzò rumorosamente svoltando dalla statale ed entrando nel parcheggio. Il riflesso occhieggiò un paio di volte sullo spoiler posto sopra il baule mentre i freni facevano stridere le gomme a poco più di un metro dalla ragazza.
Il finestrino oscurato del guidatore si abbassò mostrando il volto disgustoso di Mauro, che le piantò gli occhi sul seno generoso. «Ciao, bella figa,» disse, prevedibile quasi più del sorgere del sole a oriente.
Francesca aveva respirato a fondo per rilassarsi già quando aveva riconosciuto l’automobile, ma il cuore batteva comunque all’impazzata, e non era quel battito felice che aveva accolto ogni apparizione del bel Daniele. «Ciao, Mauro,» disse lei, cercando di non mostrare nessuna emozione. «Ho bisogno del tuo aiuto».
«Lo so, bella figa,» rispose lui, appoggiando un braccio nel vano del finestrino. «E tu sai cosa voglio io».
Questa volta Francesca non riuscì a celare un’espressione di disprezzo sul suo volto. Scivolò dal sellino del motorino e, guardando Mauro gli disse: «Ti aspetto nel vicolo». “Lurido pezzo di merda” riuscì a pensarlo soltanto senza farlo uscire dalla propria bocca. «Quando sarai in tiro troverai il posto dove infilarlo».
L’uomo mostrò quel sorriso sghembo che lo rendeva ancora più «Oh, no. Oggi niente vicolo».
Francesca, che aveva percorso quasi un paio di metri, tornò indietro. L’idea di farsi fottere in un vicolo non le piaceva, ma, in quel caso, una variazione di cosa temeva quasi la terrorizzò. «Cosa?»
«Sali in macchina, bella figa,» le ordinò Mauro, indicando il sedile del passeggero con un cenno del capo. «Andiamo in un posto migliore».
Francesca non apprezzò molto la proposta, la sua mente che ripescava ogni possibile problema collegato alla sua presenza su un’auto da sola con quel pervertito, che non avrebbe avuto problemi ad allungare le mani e metterle ovunque.
E poi odiava fare sesso su un’auto, soprattutto su quella.
Ma, nonostante questo, dopo qualche istante trascorso a pensare, non vedendo alternative, decise comunque di accettare la proposta di Mauro. Girò attorno al cofano, aprì la portiera e salì a bordo.
Fu stupita nello scoprire quanto fosse pulita l’auto, nemmeno fosse uscita mezz’ora prima dalla concessionaria: non c’era un pezzo di carta a terra o una particella di polvere sulla plastica della plancia. Evidentemente, quando Mauro non era a scuola a fare il coglione, o a cercare di impalare qualche “bella figa” con il suo cazzo sovradimensionato, si prendeva cura della sua auto. Cura maniacale della sua auto, più esattamente. Il sedile era uno di quelli da rally, che avvolse la ragazza fino a causarle un senso di claustrofobia, scomodo più di quanto si fosse aspettata. Però, pensò, tutto sembrava indicare che, almeno, non avrebbero fatto sesso in auto: di certo, l’uomo non avrebbe voluto sporcare gli interni di sborra o bava.
«Legati, bella figa,» le ordinò Mauro, impaziente di partire.
Francesca controllò a destra, ma non vide l’ancoraggio pendere dal telaio. Confusa si guardò intorno, notando solo in quel momento che il pilota indossava una cintura da rally, a quattro punti.
“Dannazione” pensò, avendone indossati un paio in precedenza, e trovandoli inutilmente scomodi. Sollevando una spalla dopo l’altra, afferrò e fece scivolare davanti al suo corpo le due metà della cintura, bloccandole davanti all’ombelico infilando la fibbia nell’ancoraggio con un sonoro click. Se le cinture normali delle auto le davano fastidio perché le si infilavano tra i grossi seni, queste, simili a bretella, le premevano i capezzoli dolorosamente.
La macchina fece un balzo all’indietro, Mauro che nemmeno si sporse per vedere attraverso il lunotto ma controllando la repentina manovra dallo specchietto retrovisore esterno ed interno, quindi, ancora prima che l’auto riuscisse a fermarsi del tutto, scattò in avanti, la mano del piota che sembrava non avesse finito di riposizionare l’asta del cambio.
Francesca si lasciò scappare un grido di spavento, afferrando con una mano il lato del sedile e con l’altra la maniglia sopra la portiera. «Non correre!» lo implorò.
L’uomo ridacchiò, poi si immise nella statale senza nemmeno assicurarsi che non giungesse qualcuno. L’auto scodò, quasi volesse scagliare il bagagliaio oltre la strada, poi, con qualche movimento di assestamento, la Subaru si raddrizzò, procedendo a grande velocità lungo la striscia asfaltata. In pochi istanti gli edifici e gli alberi che affiancavano la statale cominciarono a sfrecciare ben oltre il limite di velocità riportato sui cartelli rotondi bianchi e rossi.
«Mauro… rallenta, per favore,» lo implorò Francesca. Si sentiva come se lo scomodo sedile la volesse fagocitare come le amebe facevano con batteri più piccoli nei filmati che aveva visto nelle ore di scienze.
