Vai al contenuto
Erotika
Linda la nerd · Cap. 33
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 33 di 39 20 min di lettura

"Voglio fottermi la tua bocca fino in fondo"

Mentre Tania accompagna Tommaso in montagna con l'intenzione di fargli dimenticare Linda, Francesca vende l'anima al diavolo...

William Kasanova
1 anno fa · 288 letture · 0

Lui sogghignò a quelle parole. «Quale favore volevi, bella figa?»

Lei non distolse un istante lo sguardo dalla strada che, a quella velocità, sembrava dovesse terminare da un istante all’altro. Il camion che passò sull’altra corsia e che lanciò una strombazzata di clacson in risposta alla guida folle fu una macchia sfuocata visto dal finestrino del guidatore. «Io… oggi pomeriggio tu devi… ehm, dovresti fermare Linda e vietarle di arrivare alla vecchia segheria e…» lanciò un grido quando il lato destro del sedile le balzò addosso, la macchina perse aderenza sull’asfalto e iniziò a ruotare su sé stessa e…

Poi, con un sospiro di sollievo, Francesca si rese conto che, in realtà, Mauro aveva fatto una svolta ad alta velocità, facendo stridere le gomme nemmeno stessero imprecando, e ora la Subaru sobbalzava lungo una strada sterrata in mezzo alla campagna, tra prati che si perdevano verso le montagne a sinistra e si infrangevano contro un bosco a destra. Una nuvola di polvere si alzavano dietro di loro mentre i copertoni sembravano litigare con i sassolini della strada, gettandoli a manciate ovunque.

Con la medesima grazia dimostrata nell’uscire dalla strada statale, Mauro frenò accanto ad uno spiazzo sulla carrareccia, facendo sovrasterzare l’auto e palesando a Francesca per quale motivo la sua Subaru fosse equipaggiata con quelle particolari cinture, nonostante sembrava volessero conficcarle i capezzoli all’interno delle tette. I battiti cardiaci della ragazza avevano raggiunto livelli sperimentati poche volte fuori dalla palestra.

La polvere sollevata dalla frenata impiegò qualche secondo ad essere sospinta via dal vento, le sospensioni che finivano di dissipare l’energia accumulata durante il testacoda facendo dondolare leggermente l’auto.

«Cosa mi dicevi, bella figa?» domandò Mauro, dopo aver tirato il freno a mano e slacciato la cintura. Si sporse verso la ragazza.

Francesca ebbe bisogno di qualche istante per riprendere il fiato e lasciare che il suo cuore rallentasse, osservando, senza guardare, l’ambiente oltre il parabrezza che iniziava ad affiorare dalla polvere in aria. Si chiese chi avesse avuto la folle idea di dare una patente di guida a quello stronzo, poi ricordò che il padre era un politico e probabilmente, dopo una telefonata, la foto e i dati anagrafici di Mauro erano stati stampigliati su una tessera di plastica rosa senza che qualcuno avesse fiatato.

Vide una mano di Mauro avvicinarsi a lei: si aspettò che le palpasse una tetta, ed invece posò un dito sulla placca in metallo sul suo ventre, percependo la costrizione della cintura allentarsi. Ma subito dopo la mano le afferrò davvero un seno, stringendo un po’ e muovendolo.

Se fosse stato chiunque altro, Francesca gli avrebbe piantato una gomitata in faccia, ma Mauro, nonostante tutto, le incuteva terrore. Davanti a tutti si comportava come un coglione prepotente, ma la ragazza temeva che, lontano dalla vista delle altre persone, potesse essere anche peggiore, e, al pari di una fiala di nitroglicerina, non voleva che esplodesse facendolo agitare.

Nonostante ciò, quella mano sembrava le stesse stringendo il cuore, provocandole un senso di fastidio che faceva fatica a contenere. Dovette trattenersi dal colpire quel braccio quando disse, chiudendo gli occhi per non vedere l’eccitazione sulla faccia di Mauro: «Questo pomeriggio c’è la finale della gara di pompini, e ti chiedo, per favore, di impedire a Linda di raggiungere la vecchia segheria per tutta la durata della finale,» Aggiunse anche il percorso che aveva scoperto aveva seguito la bionda la volta precedente e l’ora di inizio dell’esibizione.

La mano di Mauro continuava a tastate il seno, quasi volesse mungerla. «Ok, bella figa».

«E nessuno deve sapere che te l’ho chiesto io».

«Ok, bella figa,» ribatté divertito. «Pensi che sono stupido da dire che mi hai mandato tu?»

Francesca ritenne più salubre non rispondere. Aprì gli occhi quando finalmente il suo seno si trovò libero da quella morsa. Vide Mauro aprire la porta e mettere un piede fuori, poi voltarsi verso di lei.

«Scendi anche tu, bella figa».

Francesca lo fissò per un istante, poi guardò fuori dal finestrino e dal parabrezza la campagna attorno a loro. Di colpo, la macchina non le sembrò così scomoda e ciò che li circondava le apparve come un luogo remoto in mezzo al nulla, disperso in una pianura russa con le civiltà a centinaia di chilometri di distanza. Se Mauro l’avesse picchiata a morte nessuno avrebbe sentito le sue grida, e il suo cadavere abusato sarebbe stato ritrovato anni dopo, un mucchio di ossa sbiancate dal tempo sotterrate nella terra del bosco lì vicino.

Francesca pensò che la sua fantasia stesse correndo un po’ troppo, rendendosi conto che erano forse a venti minuti a piedi dal bar Griso, e, comunque insicura, scese dall’auto. Venne accolta da un’aria frizzante e gli unici suoni che le giunsero alle orecchie furono il canto degli uccelli, nascosti nelle frasche degli alberi che contornavano lo spiazzo di ghiaia.

Si avvicinò a Mauro passando davanti alla macchina. «Hai scelto un gran bel posto per un picnic,» disse, cercando di usare dell’ironia per nascondere il suo nervosismo. «O per fottere. Ma in entrambi i casi, preferirei sdraiarmi sopra un plaid».

Mauro rise. «Ma non serve che ti sdrai, bella figa».

Le sopracciglia della ragazza si sollevarono mostrando la curiosità che quelle parole avevano prodotto.

«Mi hanno detto,» continuò l’uomo, «che hai fatto una bella gara, e che sei brava a fare i soffocotti». Si slacciò il bottone dei jeans e abbassò la zip. Un attimo dopo aveva in mano il suo cazzo sovradimensionato, la cappella rossa minuscola rispetto all’asta. Una goccia di precoito scivolava fuori dal meato, luccicando al sole. «Questa volta voglio che mi dai la tua bocca come hai fatto con Daniele».

Francesca lo osservò con profondo disgusto, la figa che già le doleva al ricordo di quanto era accaduto l’ultima volta che quel cazzo era scomparso nel suo corpo. Sentì la necessità di fuggire crescere in lei come quel mostro cresceva nella mano di Mauro. Questa volta lo voleva nella sua bocca… cazzo, che schifo. E magari lo stronzo avrebbe preteso pure che si bevesse la sua sborra…

Un angolo della sua bocca si abbassò all’idea, ma cercò di consolarsi pensando che, almeno, non lo voleva nel suo culo. Forse poteva considerarsi fortunata, dopotutto.

Mauro le lanciò uno sguardo pieno di impazienza e questo le fece comprendere che non poteva più tentennare, temendo il suo cazzo e la sua rabbia ben più del suo cazzo e basta. Meglio prenderlo in bocca così che con le ossa rotte.

«D’accordo,» disse con un filo di voce. Si avvicinò a lui e si sedette sui calcagni davanti al cazzone e al suo pene. Se prima era sembrato grande, da quella visuale appariva mostruosamente esagerato: alla ragazza vennero in mente quelle foto di pornostar che, per mostrare le dimensioni del cazzo gigante che stavano per fottere, vi avvicinavano l’avambraccio. Nel suo caso sarebbe servita anche la lunghezza della sua mano, constatò mentalmente, e la cosa non la rassicurò affatto.

Lo afferrò, accorgendosi per la prima volta quanto fossero piccole le sue mani. E corte le sue dita, notando che il pollice, stringendo l’asta del cazzo, non sfiorava nemmeno la punta dell’indice o del medio.

«Togliti la maglietta, bella figa,» disse Mauro. Per qualche motivo, a Francesca non sembrò tanto un ordine quanto un consiglio.

Lei alzò lo sguardo verso di lui. «Vuoi vedere anche le mie tette?» esclamò, cercando di trattenere la rabbia che improvvisamente era esplosa in lei.

Lui annuì. «Toglitela, bella figa, che è meglio,» ripeté. «Fidati».

Francesca fu sul punto di ribattere, ma lo sguardo dell’uomo le fece vedere con gli occhi della mente sé stessa tramortita e piena di escoriazioni e sporca di sangue, sdraiata su un fianco in mezzo a quello spiano, i pantaloni e le mutande a metà delle gambe, con lui che le sfondava il culo. «Va bene,» rispose. Lasciò il cazzo, prese il fondo della maglietta nera che aveva indossato proprio per non mostrare troppo i capezzoli, e se la sfilò. Le grosse tette sobbalzarono al movimento del tessuto e alla propria, improvvisa libertà.

La ragazza non riuscì a trattenere uno sguardo di sfida all’uomo, il quale stava contemplando il capolavoro che era appena apparso sotto il suo cazzo, che non commentò verbalmente, ma era sufficiente l’espressione della sua faccia per comprendere quanto apprezzasse.

Francesca si voltò, scoprendo un alberello a meno di un metro da lei. Lanciò nella sua direzione la maglietta e un ramo la prese, lasciandola dondolare nel leggero vento che scivolava nella campagna.

Tornò a concentrarsi sul suo lavoro, stringendo di nuovo tra le mani il cazzo. Appoggiò le labbra sulla cappella, rabbrividendo all’idea di cosa stesse facendo: l’odore che si sollevava dall’inguine era forte, muschiato, non esattamente quello che sperava di trovare in un uomo che avesse l’abitudine di lavarsi almeno un giorno su due. Le mani cominciarono a muovere la pelle lungo l’asta in movimenti alterni, mentre la lingua scivolava, piatta, sul glande dal gusto salato. Fece un giro completo della cappella, poi dovette trattenere la nausea.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 3 senza votare
Indice dei capitoli
Cap. 34

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista