Quasi ventiquattro ore dopo Francesca, Linda si trovava davanti alla porta dell’appartamento di Adriano. Aveva dovuto mandare un messaggio al ragazzo per sapere dove abitasse e poi trovare l’indirizzo con il navigatore satellitare del telefonino. C’erano voluti quasi quaranta minuti di pullman per raggiungere l’altro capo di Caregan e altri cinque a piedi dalla fermata del bus: ora si trovava in una zona della cittadina in cui era forse passata un paio di volte in auto con i suoi genitori, e di cui non conosceva nemmeno i nomi delle altre vie a parte quella in cui si trovava.
Notò il diverso colore del muro attorno alla porta rispetto al resto della casa e la cosa le provocò un profondo senso di fastidio, ma diede la colpa all’ombra d’ansia che le si stava depositando nella mente: stava entrando nell’abitazione di un ragazzo con qualche anno più di lei, sola, mentre con lui c’erano anche gli altri tre del suo gruppo. Non le era capitato spesso di trovarsi sola con dei ragazzi, nei suoi diciotto anni di età, e dopo quanto accaduto con quel pezzo di merda di Alessio non si sentiva molto tranquilla.
Ma non metteva in dubbio che avrebbe dovuto fare sesso con i quattro se voleva rientrare nella gara facendo ritirare la “mozione” di Francesca. Il problema, in realtà, era dovuto al fatto che, per quanto Tommaso le avesse fatto scoprire quanto fosse splendido il suo corpo, non poteva certo mettere in dubbio che Francesca fosse molto più bella di lei. Probabilmente il giro seno della stronza era superiore alla distanza dei suoi medi con le braccia aperte…
Linda chiuse gli occhi e respirò a fondo, cercando di calmarsi. In qualche modo ce l’avrebbe fatta. Magari le avrebbero chiesto di fare del sesso orale, e allora non ci sarebbero stati problemi, ma anche se avesse dovuto usare la sua passera, grazie ai consigli di Tania, se la sarebbe cavata. E poi la stessa Tania aveva scritto ad Adriano perché fosse magnanimo.
“Al diavolo”, pensò, riaprendo gli occhi e premette il campanello.
Un attimo dopo la porta si aprì e Linda scorse dietro la stessa Enrico che, quando la vide, abbassò lo sguardo, diventando rosso in viso. Poco oltre, Adriano era seduto ad un tavolo e stava scrivendo con un mezzo sorriso al cellulare. Michele e Daniele la guardarono girando la testa da un divano in mezzo al salotto, davanti al quale un grande televisore mostrava, muto, una partita di rugby.
Il capo del gruppo dei quattro si alzò dalla sedia, continuando a fissare il telefonino e, letto qualcosa, lo spense e lo appoggiò sul tavolo, poi si diresse verso la ragazza, entusiasta di vederla. «Oh, Linda, sono felice tu sia venuta».
La bionda abbozzò un sorriso, più un riflesso come risposta a quello sul volto di Adriano. «Ehm… ciao a tutti».
Il calore che mise Daniele quando la salutò, soprattutto nello sguardo, in altre occasioni avrebbe fatto bagnare la ragazza, ma in quel momento lei quasi nemmeno se ne accorse; Enrico mostrò un imbarazzo incomprensibile, la voce bassa quasi quanto gli occhi, mentre Michele la fissò con evidente astio, senza proferire una singola parola.
«Bene, come immaginerete,» disse Adriano, mettendosi accanto alla ragazza, «Linda è qui per discutere della sua eliminazione dalla nostra gara».
«Pensa di poter competere con Francesca e le sue…» sbottò Michele, con una smorfia, quindi si fermò un attimo, per poi continuare con un sogghigno, «eccellenti argomentazioni».
Daniele ridacchiò alla battuta, e a stento Adriano trattenne un sorriso. Enrico sembrava, invece, voler diventare sempre più piccolo e scomparire.
Quella che non apprezzò, invece, fu Linda. «Non mi importa se ragionate con il cazzo davanti alle bocce di quella troia,» sbottò, e la sua vocina sembrava incapace di pronunciare le parole che risuonavano nell’appartamento, «ma io ho il diritto di rientrare nella gara! Non potete buttarmi fuori».
«Parole, parole, parole…» ribatté Michele, che si era alzato dal divano, mostrando tutti i venti centimetri in più della ragazza. La rabbia e lo scherno che non riusciva a nascondere rendevano ancora più brutta la sua faccia.
Nella mente di Linda riaffiorarono le sensazioni che aveva provato nel succhiare il cazzo di quello stronzo durante la semifinale della gara e che, per qualche incomprensibile motivo, aveva sentito il desiderio di essere posseduta da Michele… un brivido di disgusto le corse lungo la schiena, ed un senso di fastidio si insinuò nel suo stomaco al pensiero che probabilmente lo avrebbe soddisfatto a breve. «Immagino ne abbia usate molte, Francesca, ieri…» ironizzò.
Adriano sembrava apprezzare l’umorismo, indifferentemente da chi provenisse. «Ha usato molto le labbra, ma non quelle della bocca. Dopotutto, non c’è una commissione olimpica che controlli la gara, eh».
«Oh, e i quattro giudici quali delle mie labbra preferiscono attorno ai loro cazzi?» domandò la ragazza, fissandoli con rabbia. «Perché lui sa cosa so fare con quelle che ho sotto il naso,» aggiunse, indicando Michele.
La vittima del suo pompino la guardò con profondo disprezzo. «Non metterò mai più il mio pitone nella tua dannata bocca, troia!» rispose, con una smorfia tale da far credere che avesse appena dato un morso ad un limone con la scorza.
«Come ho detto anche a Francesca ieri, i pompini sono solo per la gara,» ricordò Adriano, scoccando un’occhiataccia a Michele, probabilmente sconvolto dall’idea che qualcuno non volesse ricevere un’altra pompa del livello che la ragazza aveva fatto durante la semifinale.
«Quindi volete scopare pure me,» palesò la ragazza, ironica, anche se avrebbe voluto sputare in faccia a ciascuno di loro. «Così, se io e lei finiamo in pareggio la finale di pompini, andiamo ai punti considerando come avete trovato le nostre fighe?»
«No, ovviamente no,» ribatté Adriano, evidentemente divertito dalla situazione. «Se vuoi avere ragione su Francesca e la sua figa bagnata, tu devi darci il culo».
La strafottenza che si era formata sul viso di Linda, ritenendo quello che aveva vissuto negli ultimi minuti solo uno scambio di inutili battute che avrebbe portato a lei sdraiata sul divano, con quei quattro bastardi che le venivano nell’utero, crollò come un castello di carte colpito da un pugno della realtà. Sgranò gli occhi nel silenzio che era caduto nella stanza, anche se le sembrò che la parola “culo” avesse echeggiato diverse volte tra le pareti ed i pochi mobili.
«Io… dovrei…» cercò di dire, mentre la sua mente provava a capire cosa significassero esattamente le parole pronunciate dal ragazzo, ma sembrava che non ci fosse modo di equivocare.
Michele non era affatto disgustato quando disse: «Cosa c’è, puttanella? Sei venuta qui a fare la stronza perché ritenevi di avere il diritto di modificare una nostra decisione come se ti fosse tutto dovuto, e adesso ci ripensi? Sarai anche la migliore delle quindici che si sono iscritte alla gara a fare pompini, te lo concedo, ma che cosa importa se non arrivi alla finale e non la vinci perché una zoccola disperata ha avuto più coraggio di te e ci ha dato la sua fica?»
Linda lo osservò, e sebbene ne fosse disgustata, doveva ammettere che aveva ragione. A cosa sarebbe servito lottare fino a quel momento, se si fosse fermata adesso?
Adriano annuì alle parole dell’amico. «Già. E devi considerare, Linda, che se abbandoni ora la darai vinta a Francesca, e tutti quanti sappiamo quanto ti odi, anche se non ne capisco il motivo. Vuoi darle la soddisfazione di averti battuta a tavolino? Tutti ti prenderanno in giro, se scoprono che ti sei lasciata buttare fuori per davvero: considera che fino ad ora non lo sa nessuno, e se anche lo sapesse penserà che sia solo una voce, quando domenica ti vedrà come gareggiante alla vecchia segheria. – Lui la guardò negli occhi. – Adesso la gente ti considera una campionessa, non è difficile sentire i nostri compagni parlare bene di te. Ma se non ti presenterai, tutto tornerà come prima… quand’eri solo “Linda la nerd”».
