Per qualche motivo che sfuggiva a Tommaso, la Val Sosio sembrava essere uno degli itinerari meno battuti nella zona. In due ore di cammino, dopo aver lasciato l’automobile di Tania, che negli ultimi tornanti stava implorando di non farla proseguire ancora per molto, con la lancetta del surriscaldamento del motore che stava raggiungendo la zona segnata di rosso, avevano forse visto quattro persone, di cui uno che doveva essere uno skyrunner, a giudicare dall’abbigliamento sportivo, che stava tornando indietro correndo, e un altro che aveva svelato di essere un allevatore quando aveva chiesto loro se avessero visto una capra con un macchia nera sulla schiena che aveva abbandonato la mandria, un centinaio di metri più in quota.
La valle, in realtà, era anche piuttosto piacevole da ammirare, dritta e pianeggiante per un lungo tratto, circondata da montagne dirupare, coperte esclusivamente da erba e piccoli arbusti; di tanto in tanto un torrente scendeva dalle cime, e spesso diventava una cascata più o meno grande a seconda del dislivello e della conformazione del terreno in cui scorreva, riunendosi poi tutte in un torrente al centro dello stretto fondovalle.
Tania, nonostante il fisico potesse far credere il contrario, ingannando anche Tommaso, per il primo tratto di percorso lungo la mulattiera che si era inerpicata lungo un primo, ripido gradino, aveva raggiunto il piano con il fiato corto e si era dovuta piegare con le mani sulle ginocchia, ansimando per la stanchezza.
Il ragazzo ne aveva approfittato per dare un’occhiata allo splendido sedere fasciato da un paio di pantaloncini, poi aveva afferrato lo zaino sulla schiena della ragazza per l’impugnatura alla sommità. «Toglilo che lo porto io».
«No, ne hai già uno tuo,» rispose lei, ansimando.
«Sì, ma quello che porti davanti è già sufficiente per te,» ribatté Tommaso, appoggiando una mano su un grosso seno di Tania. Era accaldato attraverso la maglietta, inzuppa di sudore. Il ragazzo sentì un prurito nel basso ventre, trovando segretamente l’odore di sudore femminile incredibilmente erotico.
Tania non replicò, come avrebbe fatto solitamente: si sfilò lo zaino, che il ragazzo giudicò non più pesante di un paio di chili. Tommaso lo indossò tenendolo davanti, così che controbilanciasse minimamente quello che portava sulla schiena, ben più pesante.
«Se ti senti stanca, possiamo fermarci,» le propose. Non aggiunse che potevano tornare indietro perché gli sarebbe dispiaciuto terminare così presto la gita. Quella valle era davvero splendida, e si pentì di non esserci mai venuto prima.
Tania si alzò in piedi lentamente, sospirando. «No, voglio arrivare fino alla località Parora,» confidò. «Non mancherà poi molto. Spero».
Tommaso lanciò un’occhiava verso l’interno della valle. In fondo, dove il piano terminava e la montagna che formava la testata s’innalzava all’improvviso quasi come un muro coperto da pascoli adatti solo a capre e stambecchi, si notava un gruppo di edifici appena distinguibile tra le rocce. Giudicò una distanza di cinque o sei chilometri al massimo, su un sentiero che sembrava pianeggiante. «No, direi che in un’ora ci siamo».
«Ah, bene,» ribatté la ragazza. Non sembrò proprio convinta, ma riprese a camminare con una certa energia.
Forse spaventate dal movimento improvviso, un paio di marmotte, abbarbicate su una roccia nelle vicinanze e intente a rosolarsi al sole dell’alta quota, lanciarono i loro frastornanti richiami di pericolo.
Tania fece un balzo, portandosi una mano al cuore. Tommaso sorrise, tastandole con delicatezza una chiappa, desideroso. «Anche le marmotte riconoscono una bella figa, quando la vedono».
«Pantegane con buongusto per le donne,» commentò sorridendo e voltandosi verso il ragazzo. Sul suo volto trovò una voglia ben conosciuta nell’anno che avevano passato insieme. La mano non si era ancora staccata dal suo culo.
«Mi sembri bello eccitato, Tom,» disse soddisfatta.
La voce del ragazzo si fece bassa. «Non hai idea quanto mi stia trattenendo dallo strapparti i vestiti e scoparti su quel prato». Strinse un po’ la chiappa. «Non voglio nemmeno leccartela: voglio fotterti e basta».
Il sorriso di Tania si allargò ulteriormente all’idea di essere usata per il piacere di Tommaso. «Tienilo ancora un momento nei pantaloni, maschione, e non te ne pentirai». Scoccò un’occhiata al sentiero che aveva percorso. «Sarà meglio muoversi, prima che l’amico di Heidi trovi Fiocco di neve e torni indietro».
Il ragazzo non aveva idea di cosa avesse intenzione di fare la sua trombamica, ma era sicuro che la cosa non gli sarebbe dispiaciuta. La seguì mentre si riavviava verso il fondo della valle, più interessato al movimento dei pantaloncini e a quello che si celava al loro interno che allo spettacolo della natura attorno a lui.
Impiegarono un po’ più dell’ora preventivato da Tommaso per raggiungere le case della contrada: erano palesemente abbandonate da decenni, qualcosa più simile a cumuli ordinati di sassi con parti in legno marcio e spesso deformato che edifici dove le persone avevano dovuto cercare riparo dalle intemperie e trovato calore la notte durante il periodo trascorso a quasi duemila metri di quota allevando bovini e caprini. L’erba giallognola, fine e a ciuffi tipica delle alte quote, costellata da piante di rododendri e altri fiori simili a fiocchi di cotone, aveva invaso quelli che un tempo erano stati sentieri tra gli edifici tracciati dall’andirivieni delle persone, mentre piccoli abeti dall’aspetto striminzito avevano cercato di colonizzare i prati nei pressi, forse desiderosi di emulare il pino cresciuto all’interno di una baita il cui tetto doveva essere crollato ormai da lungo tempo.
Tommaso aveva una segreta passione per luoghi simili, vi si recava con un rispetto quasi religioso. Alcuni raggiungevano i campi di battaglia per onorare i morti in guerra per la libertà, lui invece saliva sui monti e nelle valli per rispetto verso chi aveva faticato e spaccato la schiena per mantenere la propria famiglia in tempi in cui la vita era ben più difficile. C’erano dei giorni in cui si sentiva fin troppo fortunato e quasi in colpa per la sua vita agiata, forse per questo si sentiva in obbligo di dare il massimo piacere che fosse in grado alle donne che amava, come una sorta di riscatto.
Dimostrando la propria capacità di arrampicarsi ovunque, una mandria di capre pascolava indifferente ad un centinaio di metri di distanza, belando di tanto in tanto, le marmotte che fischiavano la loro frustrazione nel vedere quei quadrupedi dalle pupille a fessura invadere i loro prati. Il sole picchiava sulla pelle scoperte dei due con rabbia, mitigato appena da una brezza fredda che cadeva dalle cime della testata della valle.
«Adesso che siamo arrivati,» disse Tommaso, senza staccare lo sguardo da Tania, «fai un paio di foto da mettere nelle tue storie Instagram che poi torniamo a casa che non vedo l’ora di fotterti». Le appoggiò una mano sull’inguine, muovendola avanti e indietro, percependo i pantaloncini umidi di sudore.
La ragazza sorrise maliziosa. «Non c’è bisogno di tornare a casa,» rispose. Aprì lo zainetto sul petto di lui e ne estrasse tutto il contenuto, ovvero un plaid a fantasia scozzese con grosse e morbide frange ai lati che dondolavano al movimento. Si incamminò verso il retro di un edificio, dove avrebbero trovato qualche minuto di privacy nel caso il pastore fosse tornato lungo il sentiero. «A meno che tu non abbia vergogna a scopare in un luogo pubblico».
Tommaso le si pose dietro, appoggiando l’inguine alle chiappe della ragazza e stringendole le grosse tette. «Mi stai arrapando a tal punto che ti fotterei in mezzo alla piazza, Tania. Sei talmente figa che dovresti essere scopata in continuazione».
Lei ridacchiò. «Eh, già, davvero!»
Stese alla meglio la coperta sul prato, guardandosi attorno. «Non c’è nessuno. Dai, Tom, sdraiati».
Lui non se lo fece ripetere. Il prato, sotto il plaid, non era soffice come poteva sembrare, e i ciuffi di erba sembravano duri come pietre sotto la schiena, ma non si lamentò: era eccitato al punto tale che avrebbe scopato anche sul letto di chiodi di un fachiro. Un attimo dopo, Tania si sedette sulle sue gambe e gli aprì la patta dei pantaloni, abbassandoli. Sul viso della ragazza comparve un sorriso quando afferrò il bozzo che tirava il tessuto delle mutande.
«Non menarmelo,» ordinò Tommaso. «Ficcatelo dentro e scopami!»
Tania rise. «Ma quanto cazzo sei eccitato, oggi?» domandò, spostando gli slip e prendendolo in mano. «L’alta quota ti fa bene, devo dire».
«Sei tu che me lo fai diventare duro, sciocca,» rispose lui. «Fammi venire!»
«“Sciocca”! Non ti ho mai sentito così volgare,» disse la ragazza, divertita. «Dovremmo venire più spesso in montagna: magari mi fai felici e cominci a darmi della troia quando chiaviamo». Un attimo dopo tacque quando si sdraiò sulle gambe del ragazzo e il suo cazzo scomparve tra le labbra di lei.
Tommaso si lasciò sfuggire un gemito di piacere, appoggiando una mano sui capelli della ragazza. Chiuse gli occhi spingendo la testa indietro, sentendo la lingua di Tania accarezzargli il prepuzio e poi scivolare delicatamente sopra la cappella mentre le labbra percorrevano l’asta. Una mano afferrò le palle, massaggiandole, muovendole, e il dito medio premeva con forza contro il perineo.
