Linda sollevò lo sguardo dal libro di matematica sul quale stava passando la pausa pranzo, scostando una ciocca di capelli biondi che le era scesa davanti a un occhio dalle iridi azzurre. Infastidita dalle suonerie che avevano cominciato a trillare, squillare e gorgheggiare, praticamente tutte allo stesso momento, osservò per un istante ogni ragazza maggiorenne presente nella mensa controllare il proprio telefonino. Alcune, dopo qualche secondo, sbarravano gli occhi, qualcun'altra si poneva la mano libera davanti alla bocca, nascondendo una risata nervosa, alcune sussurravano qualcosa alla persona accanto, mostrandogli contemporaneamente quanto apparso sullo schermo.
Confusa, Linda si sporse a sinistra, curvandosi sul suo zaino. Lo aprì, cercando il suo telefonino. Spostò un paio di libri, il dannato modulo di iscrizione al corso di fotografia che avrebbe dovuto consegnare già tre giorni prima, e trovò il suo cellulare, abbandonato sul fondo della cartella. Lo afferrò e lo portò davanti al viso, accendendo lo schermo. La delusione della ragazza fu palese quando si rese conto che a lei, a lei soltanto, non era arrivato nessun messaggio.
Spense lo schermo, lasciando cadere il telefono nella tasca della maglia. In effetti, si disse, se lo sarebbe dovuto aspettare. Perché si era concessa l’illusione che qualcuno volesse avere a che fare con lei?
Chiuse il libro di matematica, mettendolo nello zaino, che sollevò con fatica sopra il tavolo dove aveva consumato da sola il pranzo, quando vide passare Marianna con una sua amica.
Non c’era mai stato un grande rapporto tra lei e Marianna, così come non c’era mai stato con nessuno lì dentro. Era la sua vicina di banco in classe, ma socialmente era come se ci fosse stato l’oceano tra loro due. Non che Marianna fosse esattamente una delle più popolari a scuola, ma almeno lei veniva salutata quando incontrava qualcuno.
Quasi con paura, Linda attirò l’attenzione di Marianna, la quale stava parlando con la sua amica, Gina, una rossa che faceva girare la testa ai ragazzi della scuola. Entrambe avevano in mano il proprio cellulare, di certo con il messaggio sullo schermo. «Ehm… Marianna… scusami…»
La ragazza si fermò, squadrando Linda con aperto astio. «Cosa cazzo vuoi, nerda?» domandò, poi si rivolse a Gina: «Vai pure tu, ti raggiungo tra un attimo».
La rossa fece un cenno di assenso, un sorriso che sembrava dire: “eh, quella rompiscatole…”. Si allontanò senza salutare, diretta all’uscita della mensa.
Senza rendersene conto, Linda ritrasse la testa tra le spalle. «Io… ehm… Scusa, Marianna, ma volevo sapere cosa stia succedendo». Lo sguardo della compagna di classe sembrò uno schiaffo, come se volesse farla tacere e contemporaneamente le imponesse di spiegarsi meglio. «Voglio dire… chi… cosa sono quei messaggi che ricevete tutte?»
Sul volto di Marianna la nube di fastidio venne squarciata da un raggio di derisione. «Certo: a te non l’hanno spedito, perché dovrei meravigliarmene? E perché dovrebbero? Sarebbe solo una perdita di tempo. Di queste cose mica ne capisci».
Linda sussultò, colpita da quell’offesa. Ammetteva di avere molti difetti, non era una delle più simpatiche, probabilmente poteva vantare poca bellezza, era pessima in educazione fisica e non sapeva stringere amicizia come certi suoi compagni che erano in grado di conoscere chiunque come se fosse stata la cosa più semplice al mondo… Ma di certo, non avrebbe permesso a nessuno di dire che era ignorante, o stupida. No, questo non l’avrebbe proprio accettato.
Ma nonostante la rabbia che aveva invaso ed infiammato il suo petto, non lo diede a vedere. Parlando quasi sottovoce, chiese: «Di… di cosa si tratta?»
«Ma cosa cazzo te ne frega? Tanto, scommetto che sei vergine».
Linda non si pose nemmeno la domanda di perché avesse tirato fuori quell’argomento. Non che Marianna fosse la prima, comunque. Era una tiritera abbastanza frequente quando qualcuno voleva offenderla. Linda, almeno all’inizio, aveva negato questa idea, ma dopo un po’ aveva compreso che era fiato sprecato. Considerando poi quanto era stato squallido quel primo, unico rapporto, avrebbe in realtà preferito rimanere vergine fino a quel momento.
In ogni caso, forse mossa a compassione, forse spinta da una voglia di infierire ulteriormente, Marianna si decise a spiegare l’accaduto. Linda la considerava una gran bella ragazza, con gli occhi azzurri come il cielo, a differenza dei suoi più slavati, e i capelli biondi come l’oro, mentre i suoi erano più chiari, quasi platinati. Aveva un bel viso, con delle labbra carnose e forse solo il naso era un filo troppo lungo, ma nulla di che. Fisicamente era qualche centimetro più bassa di Linda, sebbene la ragazza l’avvertisse grande come un gigante, e con un gran bel culo che ammirava silenziosamente, chiedendosi come potesse modellare anche il suo ad una simile foggia.
Marianna sospirò, osservando Linda divertita come se fosse stato un animale dello zoo. Un animale particolarmente buffo o sciocco. «Alcuni ragazzi hanno organizzato una gara e hanno invitato ogni studentessa meritevole».
Linda sbattè le palpebre. «Una gara? Di cosa?»
Marianna si avvicinò con la testa alla ragazza, come se dovesse confidarle un segreto, ma il sorriso infiammato di scherno lasciava comprendere che non lo era per nessuno, lì dentro. Parlò sottovoce, lentamente, come se stesse assaporando le parole stesse. «Una gara di pompini.»
Se prima Linda era confusa, ora lo era ancora di più. Una cosa? Ma la stava prendendo in giro? Ancora per questa storia della verginità? «Ma… scherzi?»
Marianna le scoppiò in una risata in faccia. Scossa, si ritrasse: era uno scherzo, ovviamente, si disse la ragazza. Chi avrebbe mai fatto una schifezza simile?
Mentre la risata si spegneva lentamente nel petto dai piccoli ma ben visibili seni nella maglietta bianca, Marianna mosse un paio di volte il pollice della mano che stringeva ancora il telefonino. Un istante dopo un trillo si alzò dalla tasca di Linda: la ragazza comprese che il messaggio, per vie traverse, era giunto anche a lei.
«Leggi se non ci credi,» la incoraggiò l’altra, quando estrasse il cellulare.
Linda premette la notifica del messaggio e comparve un testo in WhatsApp. Lo lesse, ma già dopo qualche secondo le sue sopracciglia si alzarono come poche volte prima di allora. No, Marianna non stava scherzando: qualcuno aveva realmente organizzato una gara di pompini, ed ogni ragazza maggiorenne era invitata a parteciparvi, ma che nessuno ne facesse parola con gli adulti.
La risata era terminata, ma quando Linda abbandonò con lo sguardo il piccolo schermo per il viso di Marianna, vi trovò ancora il sorriso beffardo.
«Allora, immagino che non vorrai iscriverti, o no?»
Su quello di Linda apparve il disgusto. «No, che schifo! Succhiare… un ragazzo… no!»
Le labbra dell’altra si storsero in una smorfia di disprezzo. «Sei una merda, Linda. Resta a diventare scema sui libri, ma non mettere fuori la testa dal guscio, eh! Ti fa schifo il cazzo solo perché non ne hai mai visto uno, ma io vado a iscrivermi, perché niente ti fa apprezzare da un ragazzo quanto un buon pompino, e io sono una maestra nel farli».
La ragazza rimase colpita dal comportamento di Marianna, offesa per la sua opinione. Si aspettava la buttasse sul ridere, o convenisse con lei che mettersi in bocca un pene non fosse una cosa da fare, soprattutto se quello di un estraneo. Ma mai si sarebbe aspettata di trovare una ragazza che non solo lo facesse con piacere, ma che pure si vantasse di farlo con una certa maestria… no, quello proprio mai.
Marianna se ne andò con un gesto della mano come a scacciare Linda, mormorando che fottendosi un cazzo avrebbe magari smesso di essere così strana, perdendosi tra le altre ragazze che stavano uscendo dalla mensa.
Linda rimase lì, lo zaino sul tavolo davanti sé, lo sguardo sul pavimento. Forse, pensò, Marianna non aveva tutti i torti ed era lei quella strana, quella che non aveva mai avuto la fortuna di apprezzare un buon rapporto sessuale e scoprire come un ragazzo capace potesse farle provare emozioni tali da invogliarla a restituirgliele, senza imbarazzo o disgusto.
***
Tommaso contemplava Tania respirare affannosamente, il suo corpo scosso da movimenti incontrollati, le mani che la tenevano per i fianchi accaldati e fradici di sudore, il seno generoso che si muoveva al ritmo delle spinte delle gambe della ragazza che stringevano il costato di lui. Sentiva il suo cazzo muoversi nella fica grondante di Tania, ormai percorsa anche lei dall’imminente piacere: per dare un aiuto, abbandonò il contatto con la pelle della ragazza, passò la punta degli indici sulle labbra infiammate, bagnandoli per bene, e poi cominciò a massaggiare con delicatezza il clitoride scoperto e allungato.
Bastarono pochi colpi perché sopraggiungesse l’effetto desiderato: la ragazza fu scossa da un movimento inconsulto, come se fosse stata attraversata da una scossa elettrica, ritraendo a sé le braccia che fino ad un istante prima puntellavano sul petto di Tommaso, le dita ritorte, un brivido lungo tutto il corpo. Le gambe si alzarono, tremando, e il ragazzo si affrettò a riprendere i fianchi della ragazza, che si stava inclinando tanto all’indietro che i loro due sessi si divisero, il suo cazzo che scivolava fuori dalla passera della ragazza che sembrava stesse urinando tanto era il flusso di ambrosia che fuoriusciva, l’utero che si spalancava per farne uscire uno sprizzo che colava nel perineo, si chiudeva e si apriva di nuovo per un'altra grossa goccia.
