Linda era disperata. Disperata come non lo era mai stata prima di allora. Non era tornata a casa ma aveva vagato tutto il pomeriggio per la cittadina di Caregan con la cartella in spalla, tormentandosi su come avrebbe potuto uscire da quella situazione. Non che qualcuno se ne sarebbe accorto, visto che i suoi genitori non c’erano mai il venerdì. Nulla sembrava fattibile senza rimetterci, e tutto pareva operare contro di lei. Giunse ad una conclusione dolorosa, che le squarciava il cuore e l’anima. Sentiva gli occhi bruciare al pensiero di ciò che stava per fare, e appoggiata al parapetto del ponte vedeva l’acqua del Piave scorrere indifferente ai suoi drammi. Non poteva più fare altro, e l’unica cosa era trovare il coraggio per eseguire il suo proponimento. Lanciò uno sguardo furtivo a sinistra ed uno a destra, assicurandosi che non ci fosse nessuno che potesse fermarla.
La strada era libera e sul ponte non c’era nessuno. Si tolse lo zaino, lo appoggiò a terra. Dove doveva andare non le sarebbe servito, si disse. Poi lo fece. Sarebbero bastati pochi gesti, un ultimo colpo di coraggio e la porta del sexy shop accanto al ponte si sarebbe aperta, si sarebbe avvicinata alla commessa, o chi ci fosse stato dentro a servire, e avrebbe chiesto un cazzo di gomma.
No, non un cazzo di gomma… che figura ci avrebbe fatto chiedendo un “cazzo di gomma”? Com’ era quel termine che aveva trovato su Wikipedia? Di… di… Dildo! Un dildo. Esatto: un dildo. Già a stento dimostrava diciassette anni, se si fosse presentata chiedendo un “cazzo di gomma” la commessa avrebbe pensato fosse davvero minorenne e le avrebbe forse chiesto un documento. Non aveva certo intenzione di andare a casa, ora che era pomeriggio passato, prendere la carta d’identità e tornare indietro usando i mezzi pubblici. Almeno in quel momento aveva con sé lo zaino, e all’interno vi avrebbe nascosto il… il… il dildo, cazzo! Perché non le veniva in mente quel fottuto nome?
Controllò di nuovo che non ci fosse nessuno che potesse conoscerla, nonostante fosse dall’altra parte di Caregan: l’ultima cosa che voleva era venire scoperta da qualche conoscente mentre entrava in un sexy shop. Già si chiedeva come nascondere ai suoi genitori il fatto che avrebbe partecipato ad una gara di pompini, se poi si fosse aggiunta la chiacchiera che frequentava quei negozi…
Comunque, Linda si fece coraggio e attraversò la strada ed il parcheggio semivuoto. A parte la scritta sopra la porta, sarebbe stato impossibile sapere cosa contenesse l’esercizio commerciale, poiché le vetrine erano coperte da una pellicola rosa e la siluetta di una donna a gambe aperte indirizzava lo sguardo su una promozione di DVD: due a venti euro, tre a venticinque.
Il cuore le batteva all’impazzata quando appoggiò la mano sulla porta, fermandosi all’improvviso. Cosa avrebbe trovato una volta dentro? Avrebbe rischiato di trovare qualcosa di orribile? Uomini che si masturbavano guardando film porno? Donne nude? Un’orgia in corso? L’avrebbero forse coinvolta nell’atto? Magari qualche vecchio con la pancia da birra, sudato e puzzolente l’avrebbe presa, gettata su un tavolo o un letto, strappato le mutande e, tenendole una mano sulla testa per tenerla ferma, urlante, scop…
«Linda?» esclamò una voce alle sue spalle. «Sì, sei tu, Linda!» aggiunse la voce femminile, sorpresa e decisamente felice.
La ragazza, sebbene fino ad un istante prima fosse stata in un lago di sudore, in quell’istante le parve le avessero rovesciato addosso un catino di acqua ghiacciata, il cuore che le si fermava per un istante. “Cazzo”, pensò, “sarebbe stato meglio entrare subito e farmi scopare dal vecchio…”
Temendo di scoprire chi fosse a chiamarla, si voltò lentamente, tenendo gli occhi fissi e ruotando lentamente la testa, spazzando il piazzale del sexy shop. Chi diavolo poteva mai essere a…
Ormai non aveva più le forze per sorprendersi, già in stato di shock e in quello che chiamavano stato di “attacco o fuga”, e quando la vide non poté fare a meno di provare una profonda frustrazione e desiderio di accasciarsi a terra e piangere. Perché non poteva essere qualcun altro invece di Francesca a sorprenderla davanti ad un…
Ma poi, come emergendo da una nebbia causata dallo spavento, la sua mente razionale le fece notare che non poteva certo essere Francesca: quando mai si era comportata educatamente con lei, dimostrandosi allegra di vederla come la ragazza che si stava avvicinando.
In effetti, non era affatto Francesca: i capelli erano più chiari, e anche la pelle sembrava fin troppo bianca. Mancava forse qualche dito di altezza e, beh, quello era un sorriso, un sorriso provocato dal piacere di vederla, ammise la ragazza, stupita.
E no, quando si avvicinò, Linda ebbe la certezza che non era Francesca. E non sapeva affatto chi fosse. Lei sorrideva, come se avesse incontrato una cara amica, ma Linda non la riconosceva. Una vecchia compagna di classe che aveva cambiato scuola tempo prima? No, sembrava avere qualche anno di troppo. Un’amica di mamma? No, almeno non una di quelle che la venivano a trovare ultimamente. Una sua amica di chat? Una vicina di condominio?
Lei si fermò davanti alla ragazza. «Non ti ricordi di me?»
Linda lasciò che la sua memoria scorresse un altro paio di facce, poi scosse la testa. «No, mi spiace».
La nuova arrivata rise. «Oh, Linda. Io invece mi ricordo di te,» poi accennò col capo al negozio di prodotti erotici. «Mi sembri davvero fuori luogo, qui».
La studentessa non poté che darle ragione con una smorfia.
La ragazza bruna indicò il bar vicino. «Dai, vieni che beviamo qualcosa, che se passa qualcuno pensa che siamo qui a comprarci un paio di cazzi di gomma».
Linda, che ormai non sapeva più come imbarazzarsi ulteriormente quel giorno, le chiese un istante per recuperare lo zaino prima di seguirla nel caffè, quindi, una volta all’interno, presero posto ad un tavolino in disparte.
«Quindi non ti ricordi di me?» domandò l’altra, che dal sorriso che le illuminava il viso sembrava non essere offesa.
La ragazza le chiese perdono per non essere in grado di riconoscerla, le mani sotto le gambe e lo sguardo abbassato sull’orribile tessuto a quadretti rossi e bianchi della tovaglia.
La mora rise, forse anche un po’ troppo per Linda. Evidentemente si aspettava il contrario, e questo la divertiva oltre il sensato. «Dio, non ci posso credere!» esclamò dopo qualche secondo, asciugandosi un occhio da cui stava per sfuggire una lacrima di gioia. «Pensavo di essere rimasta nella storia della gloriosa N. Sandrini, che tra l’altro non ho mai capito chi diavolo fosse e perché gli sia stata dedicata una scuola superiore, e invece già dopo quattro anni nessuno si ricorda di me».
Linda sollevò lo sguardo dal tavolo e la fissò, chiedendosi chi… Poi sussultò. «Cazzo, sei… Ehm, scusa, intendevo dire… Sei Tania, quella che ha allagato i bagni della palestra?»
L’altra sollevò un dito di ammonimento. «“Si dice che abbia allagato” è più corretto, perché per i carabinieri non c’erano abbastanza prove per trovare un vero colpevole del fattaccio».
